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Adriana e Giancarlo, da infermieri, ci raccontano cosa significa vivere la pandemia

Adriana Mascolo e Giancarlo Grana stanno insieme da 9 anni; sono ragazzi che -come tanti altri- hanno lasciato la propria terra per un futuro che li ha portati lontani dalle proprie radici.

Hanno studiato all’Università G. D’ Annunzio di Chieti e poi si sono trasferiti al nord: si sono creati una nuova vita, hanno trovato una nuova casa, hanno iniziato a lavorare nell’Istituto clinico Sant’Ambrogio di Milano e poi è scoppiata la pandemia.

Parlateci di voi, di come siete arrivati a Milano e dell’entusiasmo di iniziare insieme! «Siamo arrivati a Milano nell'Aprile 2019, abbiamo iniziato a inviare i Curriculum a Milano perché in Abruzzo e in Puglia non trovavamo nulla. Giancarlo è stato assunto una settimana prima di me e abbiamo cominciato quasi insieme. -racconta Adriana-

La realtà è stata abbastanza dura: all’inizio eravamo spaventati dalla grandezza della città, dalla distanza dagli affetti familiari e dal non avere nessuno come amico, nessuna persona a cui rivolgerci, d'altra parte eravamo felici di iniziare la prima esperienza di lavoro. Ci ritroviamo ad oggi ad essere soddisfatti della scelta che abbiamo fatto: è stato un grande passo in avanti, siamo maturati tanto.»

Vi siete trovati coinvolti in una pandemia globale, una realtà che avete osservato da vicino prima che in molti potessimo realizzare ciò che stava succedendo. Vi va di raccontarci dei mesi più terribili dell’emergenza sanitaria? Dei turni estenuanti, delle sensazioni che avete provato.

Adriana: «Abbiamo iniziato senza aspettarci nulla di ciò che sarebbe successo, ci siamo ritrovati catapultati in questa realtà a noi sconosciuta: nessuno capiva come mai questi pazienti arrivassero in pronto soccorso con un quadro clinico così grave, non c’era nulla che si potesse fare all’istante perché non conoscevamo i sintomi del paziente, non conoscevamo la patologia e anche noi -come personale sanitario- non sapevamo come fronteggiare la pandemia. All’ inizio è stato difficile, le ore di lavoro sono raddoppiate: orari estenuanti e lavoro pesante; stare tutte quelle ore bardati con tute con mascherine è stato stressante -già di per sé il nostro lavoro lo è- con i dispositivi di protezione lo era ancora di più: mi sono ritrovata a chiedermi "da dove inizio?", perché non ero abituata a lavorare con pazienti che potevano avere esigenze diverse da quelle che avevo imparato a conoscere. La prima ondata è stata dura, nella seconda eravamo più pronti.»

Giancarlo: «Io ricordo il mio primo turno nel reparto Covid come una cosa fuori dal normale: non credevo di trovarmi lì e non sapevo come affrontare la situazione. Appena ho indossato tutti i dispositivi di protezione sono entrato in reparto e ho avuto un attacco di panico: non riuscivo a respirare. Era pesante sapere di dover restare lì per 7 ore non potendo bere, sedermi, andare in bagno, sfiorarmi con le mani per sbaglio; non potevo fare nulla se non aiutare i pazienti. Dopo un’oretta ho iniziato ad abituarmi e ho pensato "siamo in guerra e non ce ne rendiamo conto" ero sconvolto perché non avevo mai visto tutti quei morti in un turno: in un turno lavorativo di 7 ore mi sono capitati anche 4 o 5 morti.»

A causa della pandemia è cambiato il modo di approcciarvi ai pazienti, lo definireste meno ‘’umano’’?

Adriana: «Attualmente lavoro in cardiologia e direi che non è cambiato il modo di lavorare perché essendo giovane e avendo appena finito l’Università, ho voglia di stare con il paziente per dargli quello di cui ha bisogno: mi comporto allo stesso modo sia che sia un paziente Covid che con un paziente cardiologico. In questo lavoro il lato umano non deve essere mai tralasciato, penso sempre che si potrebbe trattare dei miei nonni, dei miei familiari e quindi faccio il possibile per considerare i pazienti persone e non numeri.»

Giancarlo: «Lavoro in cardiochirurgia e il rapporto con il paziente non è cambiato, lo definirei ancora più umano. Durante la prima ondata eravamo a contatto con i pazienti ma loro non ci potevano vedere in faccia, eravamo dei robot bardati che camminavano e si prendevano cura di loro ma loro non avevano la percezione di chi fossimo e quindi -per farci riconoscere-scrivevamo il nostro nome sulla divisa. È anche vero che poi hanno iniziati a riconoscerci dalla voce, dagli occhi e dal modo di fare e questo ha rafforzato la parte più umana.»

Nel corso dell'intervista, Giancarlo si è aperto ed ha raccontato una storia molto toccante: «Erano ricoverati per Covid marito e moglie, avevano circa 85 anni; erano in camere diverse ma il giorno in cui il marito è peggiorato ho deciso, insieme a una collega, di farli incontrare per l’ultima volta. Lui non era lucido, era in un quadro clinico molto grave, abbiamo portato sua moglie da lui e le abbiamo spiegato che probabilmente sarebbe stata l’ultima volta che lo avrebbe visto. Lui non rispondeva ai nostri stimoli da 2 giorni, lei si è seduta accanto a lui, gli ha preso la mano e ha iniziato a parlargli, dopo 15 minuti lei gli ha chiesto di non andarsene, lui ha aperto gli occhi l’ha guardata e io e la mia collega siamo scoppiati a piangere per l’emozione. Questa è stata una delle cose più forti che io abbia vissuto nel reparto a livello emotivo.» C’è stato un momento in cui avete avuto paura?

«Certo, più di un momento in cui abbiamo avuto paura, le paure erano diverse. Innanzitutto l’inesperienza ha portato il timore di non saper reagire ad una pandemia che non conoscevamo perché nessuno ci aveva insegnato come comportarci durante percorso formativo; poi c'era il timore di infettarsi dato che eravamo sempre in ospedale a contatto con i positivi.»

In questi mesi quasi tutti vi hanno definiti eroi, vi sentite davvero così? Adriana: «Mai stata d’accordo con la definizione di eroi perché non mi sento tale, io faccio semplicemente il mio lavoro, quello per cui ho scelto di studiare che poi è diventato ciò che ho deciso di fare nella mia vita: ovvero l’infermiera, che è prendersi cura dell'altro sempre. Chiamarci così per il Covid non è giusto perché sembra che tutti si siano ricordati di noi solo adesso anche se noi abbiamo sempre fatto il nostro lavoro.» Cosa direste a quelle persone che, dopo un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria, continuano ancora a sottovalutare la situazione? Giancarlo: «Dal punto di vista medico non si può negare il virus, non si può negare la pandemia. Posso capire chi non ha avuto casi di Covid e morti in famiglia perché non può rendersi conto della situazione, capisco come ci si interroghi sul perché dopo un anno siamo in questa condizione. Anche noi da sanitari non siamo così convinti di queste restrizioni che lo Stato ci ha imposto, ma io dico sempre che prendere decisioni così importanti non è mai facile. Alla gente che non crede vorrei far fare un salto in reparto per fargli vedere con i propri occhi ciò che i pazienti stanno attraversando.» Anche se il piano vaccinale procede a rilento, sappiamo che i vaccini sono l’arma più potente che abbiamo contro il Covid; c’è qualcuno che, però, ha paura di vaccinarsi. Potreste spiegarci brevemente perché non è il caso di essere intimoriti?

Adriana: «Purtroppo contro il Covid le terapie funzionano ma non bastano. Mi affido sempre alla medicina, c’è gente che fa ricerca, che studia, negli anni passati sono state debellate tante malattie grazie ai vaccini, quindi io ci credo profondamente. Anzi consiglio di vaccinarsi per creare un’immunità di gregge e tornare quella che era la normalità perché siamo tutti stanchi di queste limitazioni ma prima o poi ne usciremo migliori. Bisogna confidare nella medicina e affidarvisi.» Giancarlo: «Negli anni, sin da piccoli, siamo stati abituati a fare vaccini obbligatori che non ci hanno mai dato problemi. La gente ha paura di questo vaccino perché non ci sono stati i tempi tecnici standard per studiare e verificarne l’efficacia, ma questo è normale: è stato fatto il massimo. Bisognerebbe avere le difese immunitarie molto alte per difendersi dal Virus, per far si che questo accada, bisogna avere uno stile di vita sano negli anni, non solo adesso. Dato che la maggior parte della popolazione non ha uno stile di vita sano non ha delle difese immunitarie alte, il vaccino è l’unica soluzione che abbiamo. Noi l’abbiamo fatto e siamo felici di averlo fatto e speriamo che, come noi, lo facciano gli altri. Ovvio che su milioni di vaccini ci possano essere delle reazioni, ma come quelle che potrebbero esserci per tutti i farmaci.» Grazie mille per esservi raccontati a Kube e per aver condiviso con noi e con i nostri lettori un pezzettino della vostra realtà.