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Ammonite, rappresentazione o voyeurismo?

Ammonite, il nuovo attesissimo film del regista britannico Francis Lee con protagoniste Kate Winslet e Saoirse Ronan, immagina la storia di Mary Anning, paleontologa inglese della prima metà del diciannovesimo secolo realmente esistita. Nonostante si debba a lei la scoperta di numerosissimi fossili ora esposti in istituzioni come il British Museum, si tratta di una figura ancora poco nota al pubblico perché esclusa dai circuiti accademici all’epoca dominati da uomini aristocratici.

Nel film, Mary vive con la sua anziana madre malata a Lyme Regis, un freddo paesino di mare le cui belle ma minacciose spiagge sono ricche di preziosi reperti geologici che la scienziata passa le mattinate a scavare e i pomeriggi a pulire.


La pellicola si concentra sul rapporto – immaginato – tra Mary e Charlotte Murchison, giovane e malaticcia moglie di un ricco paleontologo, il quale soggiorna brevemente a Lyme Regis per farsi insegnare i trucchi del mestiere dalla Anning. Dicendosi “preoccupato” per la “malinconia” che affligge Charlotte, Mr. Murchison decide di affidarla a Mary mentre lui prosegue il suo viaggio formativo in giro per l’Europa.

Infatti, come esplicita il medico del paese chiamato quando Charlotte si ammala, viene dato per scontato che la cura della giovane spetti naturalmente a Mary e non al marito, troppo preso dai suoi importantissimi impegni. Questo nonostante Charlotte sia per lei una totale sconosciuta. D’altronde, è proprio per via di questi ruoli di genere imposti dalla società che Mary, contrariamente ai suoi colleghi maschi, ha dovuto rinunciare alla sua carriera per prendersi cura della madre.



All’inizio, le due donne non vanno molto d’accordo, ma questa diffidenza si apre a momenti di silenziosa intimità e tra loro inizia a crescere una forte tensione sessuale che esplode in un intenso rapporto fatto di molti sguardi, poche parole e scene di sesso passionale.


Nel rappresentare questa relazione, e in particolar modo la scena più hot del film, Lee ha tenuto conto del rischio di filtrare il rapporto tra queste due donne attraverso lo sguardo maschile. Per questo si è affidato alle attrici. Infatti, come racconta Kate Winslet: “Il regista era parecchio nervoso, gli abbiamo detto che avremmo fatto tutto da sole. La scena l’abbiamo coreografata direttamente io e Saoirse.

Un atteggiamento, da parte del regista, molto ragionevole e sfortunatamente tutt’altro che scontato, ma comunque non sufficiente ad evitare un vago senso di voyeurismo.


Non cade invece nella trappola del voyeurismo Ritratto della giovane in fiamme (2019), anch’esso film in costume, incentrato sulla relazione tra due donne, e ambientato sulle fredde sponde dell’Atlantico ma per molti versi profondamente diverso da Ammonite dal punto di vista stilistico, di tono e dei temi trattati.

Nonostante la sua regista Céline Sciamma restituisca in modo molto forte l’intimità del rapporto fra le due donne, lo fa evitando che noi spettatori ci sentiamo degli intrusi, invadenti, di troppo. Una sensazione che invece, almeno a mio parere, non ci abbandona completamente guardando il film di Lee. Questo forse perché in quanto lei stessa una donna lesbica, Sciamma ha un punto di vista più autentico, da insider, sulla storia che ha scelto di rappresentare rispetto a Francis Lee.


Ammonite rimane comunque un film di altissimo livello con una scenografia eccezionale e un cast stellare. Ma se da un lato è fondamentale rappresentare le storie delle persone che sono state storicamente marginalizzate o cancellate, in quanto aiuta a diffonderle e a normalizzarle, è anche importante chiedersi da chi e perché queste storie vengono rappresentate.

In unintervista sul LA Times, Lee spiega: “In quanto regista queer e working-class, sono ossessionato dall’idea di classe sociale, di patriarcato e di genere.” E in seguito aggiunge: “Ho voluto usare la sua storia [della vera Mary Anning] per questa storia d’amore, per […] farle vivere una relazione con qualcuno che potesse essere alla sua altezza. E, in quella società così patriarcale, non mi sembrava dovesse essere un uomo, perché gli uomini erano proprietari delle donne...”

Ma se questo risponde alla domanda del perché, rimane quella del chi deve raccontare queste storie. Insomma, sarebbe diverso se fosse stata una donna queer a raccontare questa storia d’amore tra due donne, soprattutto considerato che le registe donne (e lgbtq+) sono notoriamente sottorappresentate nell’industria del cinema?


Che ne pensate?

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