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  • Francesca Sarati

Anonimo che tante poesie ha scritto senza mai firmarle spesso era una donna






Parry Carroll, Anonymous Women: Draped


Sarebbe stato impossibile, completamente interamente impossibile, che una donna scrivesse le opere di Shakespeare all'epoca di Shakespeare. Che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo. Molto probabilmente Shakespeare frequentò la scuola secondaria, dove è probabile che avesse imparato il latino e gli elementi base della grammatica e della logica. Egli aveva, a quanto sembra, una passione per il teatro; Molto presto riuscì a lavorare in teatro, divenne attore di successo e si trovò a vivere al centro di quell'universo, incontrando tutti, diventando amico di tutti, facendo pratica della sua arte sulle tavole del palcoscenico, esercitando i suoi talenti per le strade e persino ottenendo accesso al palazzo della regina.

Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo quanto lo era lui. Ma non venne mandata a scuola. Non ebbe la possibilità di imparare la grammatica e la logica, men che mai quella di leggere Orazio e Virgilio. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine. Ma a quel punto arrivavano i genitori che le dicevano di rammendare le calze o badare allo stufato e smetterla di fantasticare fra libri e fogli di carta.

È possibile che scrivesse di nascosto qualche pagina, su in soffitta, ma stava bene attenta a nasconderla o bruciarla. Molto presto, però, ancor prima che fosse uscita dall'adolescenza, dovette essere promessa in moglie al figlio di un vicino mercante di lana. La ragazza gridò che il matrimonio le era odioso, e per averlo detto venne picchiata con violenza dal padre. Ma poi l'uomo smise di rimproverarla. Piuttosto la supplicò di non dargli questo dolore, di non disonorarlo rifiutando il matrimonio. Disse che le avrebbe regalato una collana o una bella sottogonna; e aveva gli occhi pieni di lacrime. Come faceva a disobbedirgli? Come faceva a spezzargli il cuore? Fu la forza del talento che era in lei, da sola, a indurla a compiere quel gesto. Una notte d'estate la ragazza preparò un fagoletto con le sue cose, si calò giù con una corda e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni.

Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva un'inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero faccia. L’impresario - un uomo grasso, dalle labbra carnose - scoppiò in una risata sguaiata. Urlò qualcosa a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare - nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l'attrice. L'uomo fece intendere invece - vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell'arte. E, del resto, avrebbe forse potuto cenare nelle taverne o andarsene in giro per strada mezzanotte? Eppure il suo talento la spingeva verso la letteratura e desiderava ardentemente potersi nutrire in abbondanza della vita di uomini e donne e studiarne i costumi. E alla fine - poiché era molto giovane, stranamente somigliante nel volto a Shakespeare, il poeta, con gli stessi occhi grigi e le sopracciglia arrotondate - alla fine Nick Green, l'attore impresario, ebbe compassione di lei; la ragazza si trovò incinta di quel gentiluomo e così - si uccise, in una notte d'inverno, ed è sepolta nei pressi dell'incrocio, là dove oggi si fermano gli autobus vicino a Elephant and Castle. Così, più o meno, sarebbe andata la storia, io credo, se una donna, ai tempi di Shakespeare, avesse avuto il genio di Shakespeare.

Questo è quanto ha scritto l'ammirabile Virginia Woolf in Una stanza tutta per se. Una personalità come quella del Bardo di Avon non avrebbe potuto avere origine tra la gente ignorante, asservita e costretta a fare lavori pesanti. Una donna aveva poche possibilità di studiare, le mansioni domestiche incombevano su di lei come era inevitabile che fosse in una società dove il valore femminile non poteva essere correlato alla cultura e alla produzione artistica e letteraria. Il peso della tradizione aveva le stesse caratteristiche di un macigno dal quale non ci si poteva sottrarre, azzardarsi a fare diversamente equivaleva a una condanna. Una donna dalla fervida immaginazione, ma senza basi di grammatica che cosa sarebbe potuta diventare?


Se fino alla fine dell’Ottocento, alle studentesse delle accademie era proibito assistere alle lezioni di nudo - materia principale dei programmi accademici tra il Cinquecento e il Seicento e poi nell’Ottocento quando i difensori della pittura tradizionale sostenevano l’impossibilità di creare dei capolavori con figure abbigliate, perché i vestiti avrebbero rovinato sia l’universalità temporale sia l’idealizzazione classica richieste dalla grande arte - come sarebbe stato possibile riconoscerle in quanto artiste?

L’esclusione dalle esercitazioni di disegno dal vero rendeva impossibile la creazione di opere importanti, così le poche donne pittrici si limitavano alla produzione di arte minore: ritrattistica, paesaggistica, nature morte e pittura di genere.


È necessario specificare che non è mia intenzione quella di fare una distinzione qualitativa tra quella che viene considerata arte minore e arte alta o elevata, questi canoni utilizzati dalle istituzioni artistiche hanno sminuito gran parte del lavoro che comunemente viene associato alla sfera femminile. Non vorrei entrare ulteriormente nello specifico, piuttosto, se sentite il desiderio di approfondire, consiglio vivamente la lettura del saggio Perchè non ci sono state grandi artiste? di Linda Nochlin.

Qualsiasi donna che fosse nata nel Sedicesimo secolo, con un grande talento, sarebbe sicuramente impazzita, sarebbe stata uccisa o avrebbe concluso i suoi giorni in qualche capanna solitaria un po' fuori dal villaggio, per metà strega, per metà maga, temuta e derisa. E se anche fosse sopravvissuta, qualunque cosa avesse scritto sarebbe stata travisata e deformata.

Quando una donna si prende la libertà di produrre in un tempo a lei ostile e coercitivo, si tutela tramite l’anonimato. L’opera di drammaturgia è sicuramente scaturita dalla penna di una abile e colta donna, una commediografa che pur di pubblicare il suo lavoro, ha deciso di non apporvi la firma, il merito, la garanzia. Soltanto a pensarci soffro. Perchè vedete, è la proibizione dell’io visibile, l’abolizione del principio di soggettività; la firma è identità sociale imprescindibile di un soggetto, è la personalità resa visibile, è l’immagine sociale della quale io mi privo a causa di una condizione sistemica altamente scorretta e discriminatoria. Ecco perchè Anonimo che ha scritto tante poesie senza firmarle spesso era una donna.

Ed era stata una donna a creare ballate e canti popolari, mentre li canticchiava ai suoi bambini o se ne serviva per ingannare la noia della filatura o delle lunghe sere d’inverno.

L’anonimato rappresenta una difesa ed è traccia inconfondibile di un senso di castità tipicamente femminile che si sarebbe protratto fino alla fine dell’Ottocento. Queste donne hanno tentato di dissimulare la loro identità adottando un nome maschile. Nel loro sangue scorre l’anonimato. Il desiderio di nascondersi dietro un velo le possiede ancora.




Parry Carroll, Anonymous Women: Draped




Raggiunto il primo Ottocento, per la prima volta si possono trovare scaffali occupati da opere scritte da donne.

Ma perché mai, non potevo fare a meno di chiedermi mentre li percorrevo con lo sguardo, con pochissime eccezioni erano tutti romanzi?

Una famiglia della classe media agli inizi del Diciannovesimo secolo possedeva una sola stanza da soggiorno per tutti i suoi componenti, questo voleva dire che, se una donna sentiva la necessità di scrivere, era costretta a farlo nella sala comune, non possedeva alcuna stanza privata da dedicare allo studio e alla scrittura. Scrivere romanzi era indubbiamente più semplice rispetto alla composizione di una poesia o di un’opera teatrale, occorreva meno concentrazione: le faccende domestiche alle quali le donne non si potevano sottrarre lasciavano poco tempo alla produzione personale, non avevano una mezz’ora di tempo che potessero considerare propria.

Jane Austen scrisse nella sala comune soggetta a continue interruzioni fino alla fine dei suoi giorni; il suo spirito, le condizioni di vita e il suo genio coincidono con le sue opere: è una romanziera in tutto e per tutto, forse soffrì per il fatto che non viaggiò mai e non potè vivere liberamente a causa delle coercizioni esercitate nei confronti del suo stesso sesso, ma il suo lavoro è rigoroso, scrive di ciò di cui ha esperito. È rimasta fedele all’idea di se stessa senza compromessi, non ha cercato consenso così come quella furia geniale di Emily Brontë che nella brughiera si muove anche bendata e che preferisce gli animali - e più selvaggi sono e meglio è - agli uomini. Il genio di Emily Brontë è spaventoso, ma ci pensate a come ha fatto Emily a scrivere un’opera brutale e sconvolgente come Cime Tempestose? Perchè chiariamoci, se Tolstoj si fosse isolato, così come ha fatto Emily all’interno di una sperduta e semi angusta canonica, se non avesse partecipato alla guerra di Crimea, avrebbe mai potuto scrivere quello che ha scritto? Avrebbe mai potuto elaborare Guerra e Pace? Io credo che la risposta la sappiate, e non siate tanto squallidi da non ammetterlo.

Le sorelle Brontë sono pioniere inconsapevoli, dalla provincia contadina più estrema saranno capaci di scardinare tutti i confini in cui la donna è stata relegata fino a quel momento, influenzando generazioni e generazioni di scrittori e scrittrici. Charlotte, Emily, Anna e il fratello Branwell sono precocissimi nella scrittura e non conoscono i vincoli di genere. Per se stessi, scriveranno anche un giornalino, il “Branwell’s Blackwood Magazine” ispirato al Blackwood’s Magazine di Edimburgo, pieno di poesie, recensioni di libri che leggono, disegni personali e altro materiale.

Quando Mary Wollstonecraft Godwin o Mary Shelley pubblica Frankenstein, il Blackwood’s Magazine è uno dei pochi giornali di critica letteraria a non chiederle di scrivere di argomenti più piacevoli.

L’autore sembra rivelare una forza non comune di immaginazione poetica. Il sentimento con cui abbiamo percorso l'imprevisto è lo spaventoso, pur dando la possibilità all’evento, conclusione poco naturale dell'esperimento di Frankenstein, ha scioccato un poco anche i nostri saldi i nervi. In generale, di quest'opera ci hanno colpito il genio originale dell'autore e la sua felice forza espressiva.

E perchè mai si parla di autore e non di autrice? Perché Mary non ha apposto la sua firma, per l’occasione si è firmata P.B. Shelley, iniziali del marito Percy Bysshe Shelley, così come Charlotte, conscia del fatto che fosse impensabile pubblicare con nomi femminili nella bigotta società vittoriana, diede a lei e alle sorelle Emily e Anne nomi da uomo: le sorelle Brontë si trasformarono nei fratelli Bell, di se stesse mantennero umilmente le iniziali per lenire, almeno parzialmente, la vergogna e l’umiliazione causate dalla negazione del nome.

Frankenstein è pungente, minaccioso e brutale, se si pensa al romanzo gotico è lampante la correlazione con la creatura, il mostro, non c’è Otello, Don Juan, Micawber e Becky Sharpe che tenga. Frankenstein arriva in un momento propizio per la letteratura, le storie dell’orrore non suscitano alcun brivido tra i lettori: le impiccagioni, i bambini morti, le circostanze misteriose che circondano gli omicidi, i fantasmi, il fascino gotico, rappresentano la noiosa ordinarietà. Mary Shelley non ancora diciannovenne sostituisce a Dio la scienza: innovazione pura, avanguardia. La solitudine che la creatura denuncia è lo spaesamento dell’uomo contemporaneo di fronte a un destino senza Dio, è il desiderio di Mary di sfuggire al materialismo razionalista, è il grido angosciante che denuncia il nichilismo tecnologico in cui è avviluppata la modernità.

Non è mai stata concepita storia più azzardata

Se Jane Austen pare accontentarsi di quello che ha, lo stesso non si può dire di Charlotte Brontë che invece si indigna e soffre terribilmente per la posizione subalterna nella quale è relegata in quanto donna. Il suo genio avrebbe giovato se le fossero state concesse esperienze e viaggi. Ma queste cose non le furono concesse; le furono sottratte. E la sua collera divampa, la rabbia pervade ogni parte del suo corpo finendo per contaminarne le opere, è costretta a rammendare abiti consunti, interrompere la scrittura per mansioni che non le interessano e per le quali non vorrebbe sprecare tempo. Con lucidità, rabbia e rassegnazione, scriverà in Jane Eyre:

In genere si crede che le donne siano molto quiete: le donne invece provano gli stessi sentimenti degli uomini; hanno bisogno di esercitare le loro facoltà, di poter mettere alla prova le loro capacità come i loro fratelli; soffrono di troppe rigide restrizioni, di un’immobilità troppo assoluta esattamente come ne soffrirebbero gli uomini; è indice di una mentalità ristretta nei loro privilegiati compagni dire che dovrebbero limitarsi a cucinare e a fare la calza, a suonare il pianoforte e a ricamare borsette. È insensato condannarle o schernirle se cercano di fare o imparare più di quanto l’abitudine abbia decretato necessario per il loro sesso.

Mary Wollstonecraft, Jane Austen e le tre sorelle Brontë hanno spostato i limiti del possibile per le altre donne rivoluzionando la scrittura, e qui azzardo, la letteratura.


Ogni qualvolta leggiamo di una strega che è stata affogata, di una donna posseduta dal demonio, di una levatrice che vende piante medicinali, o persino dell'esistenza della madre di qualche personaggio straordinario, allora io credo che siamo sulle tracce di un romanziere mancato, di un poeta condannato al silenzio, di una Jane Austen muta e senza gloria, di una Emily Brontë che doveva essersi bruciata il cervello nella brughiera o si aggirava gemendo per le strade, resa folle dalla tortura che il suo stesso talento le infliggeva.


Fonti:


Chiara Tagliaferri e Michela Murgia, Morgana, Mondadori


Mary Shelley, Frankenstein, Mondadori


Virginia Woolf, Una stanza tutta per se, Mondadori


Charlotte Brontë, Jane Eyere, Mondadori


Emily Brontë, Cime tempestose, Mondadori




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