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D'ora in poi ad Halloween sarà l'appropriazione culturale a farvi paura



Ogni Halloween— e vedremo se e come quest’anno farà eccezione— nei negozi sbucano costumi, maschere e gadget di ogni tipo. Su Instagram e Youtube fioriscono makeup tutorial che spaziano dall’inquietante al sexy.

L’obbiettivo è essere il più stravaganti possibile. Ed è il fatto che a questo scopo vengano utilizzati costumi di stampo etnico— da nativo americano, “sugar skull makeup”, black e yellow face— che li rende problematici.


Il dibattito intorno all’appropriazione culturale negli ultimi anni si è fatto sempre più acceso, arrivando a turbare anche il nostro paese, dove incontra una certa resistenza. La confusione intorno a questo concetto dipende da vari fattori: la sua definizione non sempre chiara; le differenze tra il nostro contesto culturale e quello anglosassone, dove il termine è stato concepito; e non ultima la complessità delle dinamiche socio-politiche, che rende impossibile la determinazione di un approccio valido in qualunque situazione.


È un discorso complesso e certamente non esauribile in un articolo, quindi prendetelo come un’introduzione. Ci siamo? Andiamo per gradi.

Partiamo dalle definizioni


Susan Scafidi, professoressa di legge a Fordham, definisce appropriazione culturale come “l’atto di prendere proprietà intellettuali, sapienze tradizionali, espressioni culturali o manufatti dalla cultura altrui senza permesso", che diventa problematica nel momento in cui tra cultura appropriata e appropriatrice c’è uno squilibrio di potere: o meglio, parliamo di appropriazione specificatamente quando membri di una comunità dominante sfruttano a proprio piacimento elementi di una cultura minoritaria, senza che a quest’ultima venga dato credito o ne tragga alcun beneficio.


Se può sembrare una questione di puro orgoglio intellettuale, le ripercussioni sono estremamente concrete.


Esempio: siamo negli Stati Uniti, in cui il razzismo sistemico continua a svantaggiare le persone nere rispetto a quelle bianche. I capelli afro hanno una texture diversa da quella tipicamente caucasica, quindi anche le cure che necessitano sono diverse: i protective hairstyles servono specificatamente a proteggere questo tipo di capello. Un esempio sono le treccine, o cornrows braids.


Negli Stati Uniti una persona nera può perdere il lavoro o non essere accettata a scuola con la scusa di quelle treccine. Come si sentirà, quando scoprirà che quando sono state indossate da Kim Kardashian sono state ammirate, ritenute avanguardistiche, ritratte su copertine d’alta moda e rinominate box braids, come se prima non fossero mai esistite?


Qui l’appropriazione è chiara: una donna bianca, quindi parte della comunità dominante negli Stati Uniti, ha tratto profitto economico e fama da un’acconciatura tipica della comunità nera, una minoranza, i cui membri non solo non hanno percepito alcun effetto benefico, ma continueranno ad essere attivamente discriminati—proprio dai bianchi che avevano lodato Kim— per quella stessa acconciatura.


Si potrebbe obbiettare che anche le persone provenienti da minoranze assumino aspetti della cultura dominante: restando negli Stati Uniti, una donna nera potrebbe preferire lisciarsi i capelli che farsi i dreadlocs. Questo non cambia le dinamiche di potere alla base: la comunità nera resta subalterna a quella bianca. Semmai, le minoranze possono essere portate ad adeguarsi alla cultura dominante come forma di sopravvivenza: è l’assimilazione culturale. Una donna nera con dreadlocks sarà quasi sicuramente percepita come meno professionale di una con capelli lisci: la scelta, quindi, è tra tenersi i locks e guadagnarsi da vivere.



Mentre l’appropriazione è unidirezionale e implica una comunità dominante sull’altra, lo scambio culturale le vede allo stesso livello ed è reciproco, grazie a rapporti presumibilmente lunghi nel tempo. In Occidente leggiamo manga ben sapendo che siano un prodotto giapponese, così come in Asia il rap sta diventando sempre più popolare conoscendone la genesi statunitense.


Ma può anche accadere che il rapporto, pur rispettoso, resti unidirezionale. In questo caso il termine più corretto è apprezzamento culturale: una partecipazione a costumi altrui rispettandone l’origine e spesso con il benestare di membri della cultura in questione. Un esempio classico sono i matrimoni misti, in cui un coniuge si adegua alle cerimonie tradizionali dell’altro.


Sebbene foneticamente simili, dunque, appropriazione, apprezzamento e assimilazione (e scambio) culturale sono concetti molto diversi tra loro. Ma che su suolo italiano, che ha visto mescolarsi influssi arabi, greci, spagnoli, francesi e longobardi, faticano ad attecchire. Perché sono stati gli anglosassoni a sentire il bisogno di coniare questi termini?

Il contesto anglosassone e quello italiano: metabolizzare lo schiavismo


In un articolo su Il Tascabile Giulia Blasi argomenta che la differenza sta nelle storie di colonialismo dei diversi paesi.


“Gli Stati Uniti […] sono nati da un atto di violenza territoriale: un gruppo di persone arrivano sulle sponde di un continente che considerano terreno vergine, lo trovano occupato, sterminano e ghettizzano i suoi abitanti fino a ridurli a una minoranza culturalmente ininfluente, chiusa nelle riserve. Gli stessi coloni commissionano il rapimento di uomini e donne dalle coste africane per poi venderli come schiavi, costruendo loro intorno una narrazione che mira a stabilirne la sostanziale inferiorità mentale e morale. […] In Australia, la violenza e la ghettizzazione colpiscono le popolazioni aborigene, che vivono in condizioni di marginalità mai davvero affrontate. In Sudafrica, dove l’apartheid (letteralmente: “separazione” in afrikaans) è stato legge fino al 1994, e le questioni legate all’appartenenza etnica vengono toccate con molta cautela."


L’ Italia, invece, per secoli è stata divisa in staterelli a sé, sotto l’influenza dei popoli più disparati: la nostra cultura è intrinsecamente meticcia, anche se non siamo esenti dagli orrori del colonialismo, in Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia, e nella nostra penisola la tratta degli schiavi è fiorita ben prima che gli Stati Uniti nascessero. Ma da noi, teoricamente, si è spenta all’inizio del diciannovesimo secolo, mentre, come nota Blasi, negli Stati Uniti gli ultimi schiavi sono “trisavoli di Michelle Obama”: la ferita è ancora fresca, la subalternità economica e sociale ancora pulsante.

"Lì dove c’è stata conquista, prima o poi arriva anche la rivendicazione dei gruppi etnici sulle cui spalle i coloni bianchi hanno costruito il paese.”

In questo contesto, rivendicare la propria identità e difenderla da quella che è l’ennesima razzia dei coloni è più importante che lasciare che le culture si contaminano: proprio perché lo squilibrio di potere è ancora presente, quello che si ottiene non è uno scambio da pari a pari, ma appropriazione.

Come muoversi una volta saputo tutto questo


Ora sappiamo perché non è il caso di vestirsi da nativo americano ad Halloween, ma non è sempre così evidente.


Spesso è difficile, dall’esterno, distinguere tra appropriazione e apprezzamento: non posso sapere se una ragazza bianca si faccia le treccine solo perché pensa sia l’ultima moda o se sia veramente investita nella cultura e comunità nera, motivo per cui girare forbici alla mano sarebbe poco sensato.


Partire da sé stessi, quindi, è fondamentale: siamo autorizzati ad ammirare la cultura altrui, ma dobbiamo chiederci come le nostre azioni possano impattare comunità discriminate. Dovrebbe essere chiaro che utilizzare oggetti o costumi dall’alto valore simbolico come semplici accessori è offensivo. Dobbiamo assicurarci di non perpetrare stereotipi dannosi, dare credito, tempo e, quando possibile, soldi ai gruppi marginalizzati da cui prendiamo in prestito.


Il riassunto migliore? Quello di Nicki Minaj:

“Se vuoi goderti la nostra cultura e il nostro stile di vita, legare con noi, ballare con noi, divertirti con noi, twerkare con noi, rappare con noi, allora dovresti anche voler sapere cosa ci affligge, cosa ci disturba, cosa troviamo ingiusto.”
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