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Appuntamento ai Marinai: intervista ad Ariam Tekle

Quando sento parlare di Seconda Generazione, penso sempre a noi figli di migranti nati tra il 1990 e il 2000, che stiamo vivendo sulla nostra pelle le conseguenze di certe retoriche costruite intorno a termini come cittadinanza, diritti e razzismo.

Ariam Tekle è una giovane italo-eritrea che non ha pensato soltanto alla nostra generazione,

si è interrogata e ha interrogato le precedenti seconde generazioni, quelle che hanno cercato in qualche modo di spianarci la strada.

Dalle risposte ricevute è nato “Appuntamento ai Marinai”, un documentario che racconta cosa voleva dire essere figlio di migranti cercando di far convivere l'identità d'origine e quella italiana attraverso gli occhi di Kuflom, Eazy, Aster, Solomon e Nahom.

Tutto parte da Milano, dall'oratorio di via Kramer e da Largo dei Marinai, due luoghi di incontro e di conforto per la comunità eritrea, scappata dalla guerra d'Indipendenza e ritrovatasi a dover combattere un’altra lotta: quella contro il razzismo e gli stereotipi dell'Italia degli anni 70-80, più dura e chiusa.

Abbiamo incontrato virtualmente Ariam e ci ha raccontato tutti i dettagli dietro al suo documentario.



Una ragazza con i capelli raccolti che guarda la camera con una mano appoggiata sotto la guancia mento. Ha un espressione seria
Ariam Tekle, l'ideaterice di Appuntamento ai Marinai

Quando hai capito che c’era il bisogno di parlare di Largo dei Marinai e della storia degli italo-eritrei di seconda generazione nella Milano degli anni 70-80?


Ho sentito l’esigenza di raccontare le storie di quella generazione, quando mi sono resa conto che la narrativa mainstream in appoggio alla riforma della cittadinanza, stava ignorando l’esperienza e i percorsi di queste persone e non solo.

Il documentario è nato da una ricerca personale per la mia tesi triennale.

Ho realizzato, infatti, diverse interviste a giovani ragazzi italo-eritrei, alcuni miei coetanei, altri un po’ più giovani. Mi hanno raccontato delle loro esperienze di neri italiani non sempre positive, come puoi immaginare. Abbiamo parlato di identità e di come la cultura di origine avesse avuto un’influenza importante nel nostro percorso in Italia e quanto fosse forte il senso di comunità per molti di noi.

Raccogliendo le loro testimonianze, in primo luogo mi sono sentita meno sola.

Molte volte, quando da ragazzina cercavo di affrontare questioni legate al razzismo, mi facevano passare per “paranoica” o per “quella che vede il razzismo ovunque”. Confrontarmi con così tante persone, mi ha fatto capire che il problema non fossi io.

Poi, mi sono chiesta come poteva essere stato per chi ci era passato prima di noi. Ho pensato a mia sorella, nata nel 1980 a Milano, che in tutte le scuole frequentate era l’unica studentessa nera.

Ho pensato anche alla narrativa di cui parlavo sopra: una retorica che voleva tutti noi figli di stranieri fieri ed orgogliosi italiani, meritevoli di cittadinanza, senza però accennare minimamente ai nostri paesi di origine, come se questi fossero un dettaglio irrilevante per il nostro percorso, tutto italiano.

In quel periodo, inoltre, stavo iniziando ad abbracciare la sociologia che usa termini ed etichette che non sempre rispecchiano la complessità della realtà, come nel caso del termine “Seconde Generazioni di immigrati”, che ho scelto di usare con l’intento di smontarlo.

In Appuntamento ai Marinai, infatti, ci sono persone della stessa età, della stessa comunità d’origine e con un percorso più o meno simile nella stessa città, eppure, ognuno ha la propria riflessione riguardo temi come cittadinanza, identità e razzismo. Alcune possono avvicinarsi, altre sono in pieno contrasto. Sembra banale, ma veniamo spesso descritti come un’unica categoria monolitica. E, se in un piccolo gruppo possono emergere tutte queste sfumature e dinamiche, com’è possibile racchiudere in un solo termine più generazioni nate e cresciute in realtà, periodi e situazioni socio-politiche molto diverse tra loro, e che queste abbiano le stesse necessità, idee di cittadinanza ed identità?

Nel mio piccolo ho voluto contribuire a rendere più complessa la narrazione.

Il documentario è uscito nel 2017, quando la retorica contro la propaganda di Salvini affermava che il leader della Lega fosse l’unica causa o il responsabile diretto dell’aumento del razzismo in Italia.

Con Appuntamento ai Marinai ho voluto mostrare quanto il razzismo non fosse soltanto un problema culturale profondo, ma anche e soprattutto un fenomeno trasversale, non esclusivo a una parte politica e al periodo storico che stiamo vivendo.



Oltre a Largo dei Marinai, nel tuo documentario si parla molto del Kramer, un punto saldo per tutti i protagonisti del racconto. Puoi darci qualche informazione in più su questo centro e sulla mitica Suor Cesarina? Perché secondo te ha avuto un ruolo così forte nella loro vita?


Il Kramer era un oratorio in centro a Milano, molto importante per gli eritrei. Gestito da Suor Cesarina, amata da tutti, e Padre Marino, un frate cappuccino eritreo.

Inizialmente, era uno spazio chiesto da Suor Cesarina al parroco della Chiesa in Viale Piave, dove poter insegnare alle donne a leggere e a scrivere l’italiano, così da agevolarle nel processo di inserimento nel mondo del lavoro.

Successivamente, è diventato un pilastro soprattutto per gli adolescenti. Era un punto di ritrovo dopo la scuola dove si svolgevano diverse attività scolastiche e sportive.

Tra quelle mura si era formata la squadra di calcio MilanAfrica che partecipava a tornei locali.

E, infine, in Kramer ha iniziato a girare la musica hip-hop. Molti degli artisti italiani che conosciamo nel panorama underground italiano sono passati dal Kramer.

Tutte queste attività facevano da collante. All’epoca non esistevano associazioni come quelle che ci sono oggi in molti quartieri di Milano o, se esistevano, non erano così attente a queste situazioni.

Molte delle persone che ho ascoltato, vedono l’oratorio di via Kramer come “una salvezza”. Li teneva impegnati e soprattutto lontani da quartieri dove spesso succedevano fatti illegali e pericolosi, che avrebbero facilmente potuto indirizzarli verso strade sbagliate.

Ma non solo, era un Safe space perché li proteggeva (e si proteggevano) dal razzismo quotidiano che dovevano affrontare nelle situazioni esterne all’oratorio e dove potevano ritrovare persone con cui capirsi, riconoscersi e condividere.

Suor Cesarina era molto legata alla comunità eritrea. Come si vede dal documentario, era un personaggio tosto. Io non la conoscevo, anche se l’avevo sempre sentita nominare da altri miei coetanei eritrei.

Suor Cesarina sorride mentre guarda la videocamera.
Suor Cesarina, co-fondatrice dell'oratorio in via Kramer

Raccogliendo le interviste, mi sono accorta che il suo capitolo era pieno di affetto e stima e ho capito che non potevo non includerla nel documentario.

Ho avuto la fortuna di incontrarla e intervistarla nel 2014. Purtroppo, non ho potuto mostrarle il lavoro finito, poiché è venuta a mancare nell’autunno del 2017.




Mi ha stupito molto sentir chiamare gli educatori che seguivano i bambini “obiettori di coscienza”, specie se pensiamo al significato che oggi viene dato a queste parole. Come mai si utilizzava questa dicitura? Era una pratica tipica di quegli anni