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Come salvare gli oceani: cosa mi è piaciuto (e cosa no) di Seaspiracy



Se non avete visto Cowspiracy, forse non sapete cosa aspettarvi da Seaspiracy, l’atteso seguito uscito il 24 marzo su Netflix. Atteso quantomeno da me, che studio per diventare biologa marina.


Il documentario segue la passione per il mare di Ali Tabrizi, il regista, in un viaggio alla scoperta di tutti i pericoli che lo mettono a rischio. Si parte dalla plastica, sicuramente l’argomento più mainstream, per arrivare alla pesca industriale, principale minaccia per salute dei nostri oceani.



Infatti, le attrezzature industriali da pesca (con cui si cattura il pesce che compriamo al supermercato, o che consumiamo al sushi) distruggono i fondali con alghe coralli, catturano e uccidono specie che non vengono commerciate (mammiferi marini, gabbiani, squali o altri pesci), e portano vicino all’estinzione la maggior parte delle specie pescate. Attualmente il Il 31 % degli stock ittici globali è sfruttato oltre il livello di sostenibilità e il 61% a pieno regime: si dice “fully-fished”, ed è una condizione che va bene per l’economia ma non per l’ecologia. D’altronde, le popolazioni così sfruttate difficilmente riescono a svolgere la loro funzione nell’ecosistema.



L’acquacoltura potrebbe sembrare una soluzione, ma non lo è: gli allevamenti diffondono in acqua agenti patogeni, parassiti, sostanze chimiche e antibiotici dannosi. Mentre per far spazio alla maricoltura di gamberetti vengono distrutti habitat di fondamentale importanza, come i mangrovieti, che proteggono dalle tempeste. Il problema è anche etico: gli animali soffrono dolore e stress nelle condizioni in cui vengono allevati. E non sono fondamentali per la nostra salute: gli omega-3 si possono assumere direttamente dalle alghe, e in questo modo si evitano microplastiche e metalli pesanti che possono bioaccumularsi nei pesci.


Il film, però, è stato molto criticato. Non sono piaciuti i suoi toni cospiratori e apocalittici, che giocano sul sensazionalismo per mettere in luce eroica Ali, pronto a combattere governi e corporazioni nel nome della verità. Una verità che è sempre più sfumata, in quanto alcuni dati non sono perfettamente riportati, o sono errati, e molte delle interviste si dice siano state utilizzate fuori contesto. E c’è una pericolosa polarizzazione fra occidentali e asiatici. Ci sono solo scienziati e attivisti bianchi, le persone asiatiche o non bianche sono alternativamente i nemici del mare o paternalisticamente “da salvare”.



Devo essere onesta: le critiche hanno ragione, e non esiste nessuna cospirazione. La verità è che, con il sistema di produzione attuale (capitalista e neoliberale), è impossibile certificare davvero che il pesce che mangiamo, come qualsiasi prodotto, non comprenda nel prezzo lo sfruttamento e la sofferenza di organismi e territori.


La soluzione che Ali trova, rinunciare al pesce, è una buona soluzione, per lui: per un ricco abitante di uno dei paesi del nord del mondo. Non è una soluzione che va bene per tutti: ci sono popolazioni che non hanno altra fonte di proteine, o che hanno metodi di pesca locali e sostenibili. I cui stock si sono comunque impoveriti a causa della pesca industriale.

Quello di cui abbiamo bisogno, sicuramente, è di far respirare i nostri mari, di liberarli dalle supernavi costruite per sfruttare e distruggere. Di stabilire una relazione più equilibrata con l’oceano e le altre specie che lo abitano, lasciando loro lo spazio e il tempo per ripopolarlo di vita. Come sottolinea l’ecologista e zoologo George Monbiot, dobbiamo cambiare la nostra visione del pesce: da prodotto, a (di nuovo) animale selvatico, wildlife. E non dobbiamo agire, come Ali, spinti dalla paura e della colpa: ma dall’amore per la natura, consapevoli della bellezza e delle emozioni che una sua versione più selvaggia ci donerebbe.





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