KUBE

  • Chiara Franco

Corteggiamento 2.0: il consenso prima delle mutande pulite


Illustrazione di Kelly Beeman


Le relazioni che ho avuto nella mia vita, siano esse durate anni o mezza giornata, mi hanno insegnato un sacco di cose –quasi sempre alla luce dell'inconsapevolezza assoluta delle persone coinvolte, ma la lezione comune impartita da tutte quante è il fatto che a) non esiste il principe azzurro nel senso più ampio del termine, ma soprattutto che b) io non sono una povera principessa incompresa e costretta a lavare cessi, che a un certo punto viene decretata libera di correre incontro al suo destino fatto di lustrini e sorrisi photoshoppati perché chiaramente troppo bianchi per essere veri.

In un momento storico in cui tutto sta cambiando, i rapporti interpersonali sembrano essere calati in una nube decisamente disorientante, così come sembrano subire costantemente un mutamento che ancora non riusciamo a decifrare nel dettaglio. In tutto questo, che piega prendono il corteggiamento e l’immaginario comune a questo associato?


Illustrazione di Kelly Beeman


In etimologia, la parola corteggiamento viene definita come l’insieme dei comportamenti che in molte specie animali precedono l’accoppiamento, e che comprendono complesse sequenze in cui il maschio e la femmina si scambiano stimoli visivi, uditivi, chimici o tattili che hanno come scopo il riconoscimento specifico, il superamento della barriera aggressiva del partner e la sincronizzazione nella fase dell’accoppiamento.

Ci sono almeno due cose rispetto alle quale questa definizione va rivista. In primis, quella che salta immediatamente all’occhio, ossia l’incasellamento eterosessuale del termine, che nel 2020 possiamo dare per scontato non si rivolga esclusivamente all’interazione tra maschio e femmina –o meglio, tra uomo e donna, e che si estenda invece a due o più persone, indistintamente dal loro sesso, genere ed orientamento sessuale.

La seconda componente da correggere riguarda, invece, il fatto che si stia parlando di una pratica che necessariamente precede l’accoppiamento: ora, rispetto alla mia personalissima esperienza e a quella di amiche e amici, ma anche madri, padri e più in generale rispetto all’archivio che ho raccolto facendo una delle cose che più mi piace fare nella vita, ossia osservare la gente, sono arrivata alla conclusione che il corteggiamento può sicuramente arrivare prima del fantomatico accoppiamento, ma può anche arrivare dopo (e anzi, oggi è molto più spesso così), può esserci in quanto attività fine a se stessa o ancora può cadere in disuso in virtù di un’ostentata avanguardia che lo considera come arcaico e decisamente retrogrado, quando invece in questi casi si è solo dei ragazzini cafoni.


Stracciamo quindi immediatamente la veste cortese e riccioluta che spesso e volentieri viene idealmente immaginata addosso alla parola corteggiamento, spoiler alert: non stiamo parlando di bacia mani, inchini e inviti a corte e tanto meno di cene pagate, porte spalancate e fiori sotto casa –che, in ogni caso, ci tengo a specificare, sono un male solo ed esclusivamente quando l’intenzione è quella di imporsi sull’altro in virtù di una supremazia non scritta e socialmente sponsorizzata. Nel resto dei casi dipende dai gusti, ma se per esempio mi offriste una cena, io ne sarei più che felice e, altra postilla, in tutto ciò è da tenere a mente che la galanteria non ha genere.


Illustrazione di Kelly Beeman

A volte penso a quanto sarebbe stato bello se gli uomini che mi hanno mandato dickpics non richieste o le donne che senza conoscermi ci hanno provato con me con una stretta di culo dicendo che era diverso rispetto a quando lo fa un uomo molesto, fossero cresciuti e cresciute con un manuale che insegnasse loro non tanto quello che è bene fare quando ci si vuole portare a letto qualcuno (perché per quanto mi riguarda non esistono linee guida specifiche), quanto piuttosto quello che non si deve fare mai, con annesse motivazioni.

Poi però mi fermo e penso che certamente sarebbe stato più semplice, ma almeno tanto quanto lo sarebbe stato se con quel manuale ci fossi cresciuta anche io, perché lo step fondamentale qui, al di là di foto del cazzo e palpate di culo che non sono manco lontanamente le manifestazioni più estreme adottate dai casi umani, è che ognuna e ognuno di noi in materia di corteggiamento e più in generale di approccio mosso da attrazione sessuale e/o psico-emotiva verso qualsiasi persona al di fuori di s,é può trovare almeno un punto su cui mettersi in dubbio e correggersi.

Detto ciò, non ho la minima pretesa di essere io quella capace di scrivere il manuale di cui sopra –anche perché, pur nel caso in cui ne fossi in grado, non sarei pronta ad assumermene la responsabilità. Quello che invece ho pensato di fare, è buttare giù qualche riflessione che si rivolga anzitutto a me stessa, chissà che non possa adattarsi anche alle forme di qualcun’altro.

Nella mia guida semi seria al corteggiamento 2.0 i punti fondamentali sono solo tre:

1) il CONSENSO, prima ancora delle mutande pulite (perché sì ragazzi, le mutande pulite sono un disclaimer che mi sento di inserire entrando a gamba tesa).

Il contesto culturale in cui siamo cresciute e cresciuti ha insegnato a uomini e donne che è l’uomo a dover prendere l’iniziativa, a doversi imporre e a dover insistere, e se gli viene detto no da una donna, allora deve insistere meglio perché quel no non è poi davvero così credibile. Per contrasto, abbiamo poi imparato che l’accondiscendenza è femmina, perché l’iniziativa è, appunto, materia maschile, così come che non è carino dire NO, ma che invece va bene dirlo qualche volta se poi l’intenzione finale è quella di dire sì, ché a non farlo altrimenti si fa la figura di quegli esseri mistici con testa da serpente e vagina spinata, anche note come troie. L’insistenza trova spazio perché nel manuale ideale di cui parlavo sopra, quello di cui avrebbero dovuto parlarci invece è il consenso, dimensione imprescindibile quando si sta per intraprendere una qualsiasi attività con una o più persone. Che si parli di rapporti tra donna e uomo, tra due uomini, due donne o più, non si tratta di una cosa così complicata (vedi la facilità con cui chiediamo o ci viene chiesto di bere una birra), eppure se penso a quante volte ho chiesto il consenso e a quante invece mi sia stato chiesto in ambito relazionale (dove con questo termine intendo comprendere tutte le potenziali sfumature dello spettro relazionale, dagli sguardi tra sconosciuti a una storia strutturata che dura da anni), mi rendo conto che la risposta raccoglie dei numeri davvero bassi. In definitiva, chiediamo e, soprattutto, consideriamo la reversibilità e la specificità del consenso, perché se ho detto di sì una volta non vuol dire che tutte le altre volte sarà lo stesso, così come posso cambiare idea rispetto ad una cosa a cui avevo detto di sì ma che ora non mi va più di fare


Illustrazione di Kelly Beeman


2) l’INIZIATIVA come pane quotidiano, libera e priva di qualsiasi forzatura.

Complici forse alcune categorie in particolare di letteratura, cinema e musica –guarda caso alcune tra le più diffuse, ho sempre assorbito l’alone malato di un senso epico per cui a un certo punto della mia vita qualcuno dovesse in qualche modo lottare per me e, conseguentemente, struggersi in una conquista smodata che avrebbe come risultato la validazione non tanto del conquistatore, ma del conquistato –in questo caso, me stessa. Quello che sto capendo è invece che a) un sentimento non è valido solo se violento nelle intenzioni e nel pathos e, soprattutto, che b) non sono la Crimea ma una persona e che, in quanto tale, non ho bisogno di essere conquistata da nessuno, quanto piuttosto di venire affiancata da qualcuno che come me lotta solo per se stesso. Se poi durante la mia guerra dovessi notare di avere terra bruciata attorno, sarà allora il caso di porseli due interrogativi, ma sicuramente non sono gli occhi altrui o le loro azioni a conferirci o meno un valore, bensì la fedeltà verso noi stessi. Credo che una volta digerita questa consapevolezza diventi automatico sapere di poter esprimere i propri desideri e, con essi, di poter prendere l’iniziativa e dire a chi ci piace che lo troviamo bellissimo e vorremo invitarlo a cena, che non riusciamo a smettere di guardarla e che se le va saremmo contenti salisse a casa o che ci siamo appena conosciuti e probabilmente non ci rivedremo mai più, ma che stanotte moriamo dalla voglia di sapere di cosa sanno i nostri corpi. Piacersi e piacere è bello, dirselo lo è ancora di più.


Illustrazione di Kelly Beeman


3) CURA e RISPETTO anche questo prima del check mutanda, non dando per scontato nessuno, mai.

Aiutiamoci a sfatare il mito per cui cura corrisponda a becero romanticismo, che a sua volta coincide con una smorfia schifata e che quindi, per proprietà transitiva, cura e sdegno appartengano allo stesso campo semantico. Personalmente schifo di cuore il romanticismo diabetico da sviolinate, collanine con il mezzo cuore spezzato e unicorni (in ogni caso, no judgment zone per chi invece apprezza questo tipo di cose), ma dimostrare rispetto e premura nei confronti della persona che abbiamo di fronte, dei suoi desideri e delle sue inclinazioni non c’entra assolutamente nulla con le commediole romantiche da quattro soldi, anzi, ne definisce uno scarto massiccio relativamente a grado di maturità ed apertura verso l’altro.

Riassumendo, reminder che appenderei sul frigo se vivessi da sola: essere distaccati non ci rende più appetibili –o perlomeno, non se è l’unica caratteristica che sappiamo sfoggiare; può essere un bel gioco o addirittura uno stile di vita utile, ma ti fa perdere un sacco di cose nel mezzo e rende tutto più o meno uguale e, alla fine, anche parecchio noioso.

110 visualizzazioni
logo_kube_bianco_vector.png

© 2020 by KubeCommunity

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now