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Cosa c’entra la make-up routine di Alexandria Ocasio Cortez con il nostro referendum



Quando ho scoperto una make-up routine di Alexandria Ocasio-Cortez su Vogue, ho pensato di avere visto male. Ed è stato questo, più del video, a colpirmi.

Era una questione di dissonanza. Guardandola truccarsi mentre parlava delle difficoltà di essere donna, giovane e di colore al Congresso, mi sono interrogata sul perché avessi questa sensazione.

Perché mi sembrava strano che una politica parlasse di trucco?

In primo luogo, ho riflettuto, perché lo faceva su Vogue.

È la rivista di moda più famosa del mondo; mi aspetto personaggi di quel mondo. Anzi, non necessariamente di quel mondo: a fare make-up tutorial cantanti e attrici non mi sono mai sembrate più fuori luogo delle modelle.

No: il punto è che Vogue significa lusso. È nata come, e continua ad essere, espressione della classe più agiata, e dato che ricchezza e fama vanno a braccetto, qualunque celebrità, in quanto tale, ha senso che appaia su Vogue.

Ma Ocasio? Ocasio è un’attivista che si dichiara socialista negli Stati Uniti: è l'antitesi dell'élite su cui e per cui nasce Vogue. Quindi l'accostamento, per quanto segnali un cambiamento di passo, una nuova fame che la rivista mira ad intercettare, resta cacofonico.

Eppure, eliminiamo la variabile Vogue e la mia sorpresa sarebbe rimasta: da quando in qua il trucco, come attività stereotipicamente femminile, è qualcosa da risaltare, in politica? Da quando la femminilità è incoraggiata?

Non lo è. Per questo, che una deputata ne rivendichi il valore è un atto radicale.


«Il motivo per cui sono qui, a parlare di skincare e trucco, è che la femminilità è potente. C’è così tanto criticismo sul modo in cui le donne e le persone fem in generale si presentano, in politica, che semplicemente essere donna è politico, qui a Washington.»

Essere donna è politico ovunque, mi sono detta. E così, da Washington, mi sono trovata a Roma.

Francesca Romani e la figlia Maria Romana De Gasperi al voto nel 1946 (Archivio Rcs/Armando Bruni)

Era il 2 giugno 1946. L’Italia, oltre alle elezioni politiche, votava il referendum per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Per la prima volta, la chiamata riguardava anche le donne.

La scheda, per essere chiusa, andava umettata con le labbra: per evitare di lasciare segni che potessero invalidare il voto, il Corriere della Sera suggeriva di presentarsi alle urne senza rossetto.

Un consiglio pratico, ma la metafora è immediata: per essere presa sul serio, in politica, devi rinunciare all’espressione della tua femminilità. Perché se femmina è debolezza, e la politica è forza, allora la politica è maschia, e le femmine, e ciò che le caratterizza, non sono benvenute.

«Alcune persone semplicemente nascono in corpi che vengono considerati più seriamente di altri.»

La voce di Ocasio mi riporta al presente. Si sta picchiettando un ombretto shimmer sulle palpebre.

«Una volta pensavo, questo [ombretto] non mi aiuta. Già cercano di sminuirmi come giovane, frivola e non intelligente…Ma poi ho provato lo shimmer, ed è fantastico, mi risalta gli occhi, mi fa sentire meglio. Quindi sai cosa? Avevo assolutamente torto.»


È tutto lì: nel truccarsi non per guadagnarsi il rispetto altrui o uno stipendio più alto; non per sopravvivenza, ma per sceltauna scelta libera dai vincoli patriarcali.

Fare semplicemente quello che voglio in un dato momento, in una società che istruisce le donne ad essere tutto e il contrario di tutto, e quindi condannandole a non essere mai adeguate— rivendicare me stessa in tutte le mie parti, compresa quella femminilità che va imparato come non disprezzare— è “una mini protesta”, riflette Ocasio. Il personale è politico.

Il 2 giugno 1946 le donne andarono a votare senza rossetto. Noi, il 20 e 21 settembre, per le regionali e il referendum sul taglio dei parlamentari siamo dovut* andare con la mascherina. Io, sotto— anche se non si vedeva, anche se mi sporcava la mascherina— mi sono tenuta il rossetto.

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