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"Framing Britney Spears": come trattiamo le star dice più di noi che di loro

Negli ultimi tempi, un po’ a sorpresa, Britney Spears è tornata al centro di un dibattito socio-culturale. Da più di 10 anni la cantante è sotto la conservatorship del padre Jamie Spears, che le fa da tutore e gestisce il suo patrimonio. Questo fatto era noto da tempo e aveva già in passato suscitato forti reazioni da parte dei suoi fan.

La conservatorship è infatti normalmente riservata a persone anziane reputate non in grado di prendersi cura di sé stessi e delle loro proprietà, non usata per delle 39enni come Britney che da quando è stata messa sotto la tutela del padre nel 2008 ha continuato a incidere dischi e fino a poco fa ad esibirsi. Di recente, in seguito ad ulteriori sviluppi secondo i quali la cantante avrebbe espresso il desiderio di rimuovere il padre dal ruolo di tutore, la faccenda è riemersa, raggiungendo questa volta – forse per via della pandemia – un pubblico molto più ampio e pronto a mobilitarsi.

Fan che manifestano per la "liberazione" di Britney

Come può una persona essere considerata abbastanza “sana” per continuare a svolgere l’impegnativo lavoro di performer e al contempo incapace di gestire i propri soldi o anche solo decidere chi frequentare, dove andare, cosa fare?

I fan si sono infuriati. Sui social hanno iniziato a girare petizioni per la liberazione della cantante, alcuni hanno anche ipotizzato che Britney stesse mandando messaggi di aiuto nei suoi (effettivamente bizzarri) video di Instagram. Tra i commenti si leggono frasi come “se hai bisogno di aiuto, vestiti di nero.”

Framing Britney Spears, il documentario prodotto dal New York Times e uscito il mese scorso negli Stati Uniti (disponibile in Italia dal 1 marzo sulla piattaforma Disney+) apre proprio con il movimento #freebritney per poi illustrare il concetto di conservatorship e ricostruire le dinamiche che hanno portato alla situazione attuale.



Nel ripercorrere la vita e la carriera di Britney, fa anche riflettere sul modo terrificante in cui è stata trattata dai media e dal pubblico. Fin da giovanissima (aveva 16 anni quando uscì il suo primo hit Baby One More Time) è stata sottoposto al costante e spesso spietato scrutinio dei media, perennemente perseguitata dai paparazzi e sottoposta alle domande più invasive e ai commenti più inappropriati da parte di giornalisti e presentatori (cose che a sentirle oggi fanno rabbrividire.) Su di lei venivano ributtate le aspettative inarrivabili che la società impone alle donne. Le venne assegnata la parte della vergine sexy: attraente e provocatoria, ma non troppo, in modo da mantenere quel senso di “purezza.”

Britney nel video di "Baby one More Time" (1998)

Doveva rappresentare tutto e il suo contrario: una fantasia sessuale ma anche un modello per le sue giovani fan. E quando inevitabilmente qualcuno era insoddisfatto, non esitava a scatenare su di lei la sua rabbia, trattandola da capro espiatorio. Ad esempio, durante un’intervista televisiva la presentatrice legge a Britney le minacce rivoltele dalla moglie dell’ex governatore del Maryland che dice di volerle sparare perché da un cattivo esempio alle ragazzine. Più tardi, la stessa intervistatrice tira in ballo la relazione da poco terminata con Justin Timberlake (evento per il quale tutti hanno "incolpato" Britney) chiedendole con tono accusatorio “Cosa gli hai fatto?”


Questo succedeva negli anni 2000, anni dopo la morte di Lady D, eppure vediamo che gli intervistatori non esitavano a sfruttare la tossicità della celebrity culture, spingendo la cantante fino alle lacrime con domande tipo “vorresti che smettessero?” in riferimento ai costanti pedinamenti dei paparazzi.


Ed è cosi che arriviamo alla famosa crisi nervosa del 2007 (quando la cantante si rasò la testa davanti ai paparazzi) che finì su tutti i giornali e in seguito alla quale Britney fu sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio e messa sotto la conservatorship temporanea del padre, che però riuscì poi a renderla permanente. Vista in contesto, la reazione di Britney è più che comprensibile. Ma all’epoca ricevette ben poca empatia. Anzi, venne derisa dai media e dal pubblico.

In quegli anni, lo stesso trattamento lo subirono altre come Lindsay Lohan o Paris Hilton (che non a caso ha prodotto un documentario un paio di anni fa nel quale tenta di mostrare il suo punto di vista, di riprendere in mano la propria immagine) Tutte ragazze giovani, regolarmente assillate dai paparazzi e poi derise, chiamate “pazze” e pesantemente criticate per non essere state in grado di sopportare l’insopportabile.

Questa è una forma di gaslighting, un modo per discreditare una vittima e attribuirle la colpa della propria situazione. È una pratica diffusissima, quasi tutte le donne (e non solo) la subiscono in qualche misura anche se è solo di recente – in seguito a movimenti come il me too e tutti quelli che lo hanno seguito – che l’argomento è entrato a far parte del discorso culturale mainstream. Ed è probabilmente anche per questo che la faccenda di Britney ha suscitato adesso una così forte reazione.

Fortunatamente, la celebrity culture è cambiata negli ultimi decenni. L’avvento dei social media e la possibilità di interagire in maniera più “diretta” con le celebrità ha portato al graduale declino dei paparazzi e delle riviste scandalistiche, che sembrano ormai esistere solo in pochi determinati ambienti come la sala d’attesa del medico, lo studio dell’estetista o la borsa da spiaggia della nonna.

È anche cambiata la sensibilità pubblica riguardo alle questioni di salute mentale e body shaming, c’è una maggiore consapevolezza e una messa in discussione degli standard di bellezza inarrivabili e ristretti. Mi piace quindi pensare che oggi Britney non verrebbe trattata come lo fu 20 anni fa. Ma ne siamo sicuri?

È interessante notare che negli ultimi tempi molte celebrità stanno collaborando con registi per realizzare dei documentari sulla loro vita. Lo aveva già fatto Lady Gaga con Gaga: Five Foot Two nel 2017. Più recentemente, (gennaio 2020) Taylor Swift è uscita con Miss Americana. Anche Justin Bieber ha lanciato una docuserie di 10 episodi intitolata Justin Bieber: series e il 26 febbraio è uscito Billie Eilish: The World's a Little Blurry.

Un'immagine dal documentario "Miss Americana" su Taylor Swift

Quello che emerge da tutti questi film è il senso che i protagonisti provino un desiderio, anzi un bisogno quasi disperato di raccontarsi, di ripercorrere episodi salienti della loro carriera commentandoli e contestualizzandoli. Parlano per lo più delle loro difficoltà personali, del loro rapporto conflittuale con la fama, del peso delle aspettative poste su di loro dai media, dai fan, in generale da una società che proietta su di loro tutte le sue aspettative ma anche le proprie frustrazioni e paure. Certo, vanno visti con una giusta dose di scetticismo, tenendo a mente che la loro funzione primaria è quella di promuovere tour, dischi o più generalmente l’immagine dei protagonisti, ma, nonostante ciò, si percepisce un sincero e profondamente umano desiderio caratteristico soprattutto delle generazioni cresciute su internet (sia Millenial che Gen Z) di essere compresi.


Questi film sono ambigui per natura perché se da un lato sembrano voler evidenziare gli effetti nocivi della celebrity culture, allo stesso tempo le star li usano per cercare di conformarsi proprio a quegli standard inarrivabili che stanno denunciando: cercano di apparire disciplinati e determinati ma anche simpatici e generosi, professionali ma anche cool, eccezionali ma anche normali, genuini.


Risultano tutti soli, isolati, con pochi amici al di fuori dei loro collaboratori o assistenti. Quella che sembra messa un po’ meglio è proprio la più giovane, la cantante 19enne Billie Eilish, che sembra condurre una vita quasi “normale.” Questo potrebbe essere perché, come fa vedere il documentario che la ritrae, la famiglia è estremamente presente nella vita dell’artista, che vive ancora nella casa dove è cresciuta. Oppure potrebbe essere un segno che le cose stanno davvero cambiando, che le nuove sensibilità dei media e dei fan ci stanno portando a rivisitare il nostro rapporto con le celebrità.


Il che non sarebbe una cosa da poco perché, come sappiamo, la maniera nella quale trattiamo qualcuno rivela più di noi che di loro. Questo è ancora più evidente nel caso delle celebrità: le pressioni che poniamo su di loro rispecchiano (anche se spesso in versione amplificata) quelle che subiamo tutti noi, gli standard in base ai quali le valutiamo sono quelli che imponiamo a noi stessi, le critiche che gli rivolgiamo sono le stesse critiche che interiorizziamo e che rischiamo di portarci dentro per il resto della nostra vita. Tutte condizioni che non possono che condurci ad uno stato di perenne insoddisfazione.

Personalmente, preferirei evitare.

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