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Giulia LOGO Di Gregorio, una boccata d'aria fresca nel panorama musicale indie italiano


© Matilde Stolfa

Designer di professione, ma cantante e musicista fin da bambina per passione, Giulia LOGO Di Gregorio è emersa recentemente nel panorama musicale indie italiano, con i singoli Samurai e CDB, Crampi di Battaglia. Caratterizzato da sound elettro-pop ed un’estetica colorata, sgargiante e con un pizzico di malinconia il progetto LOGO si prospetta come una grande novità nella scena indipendente, in grado di valorizzare i nuovi talenti contemporanei. La settimana scorsa ho avuto il piacere di intervistare Giulia, una ragazza talentuosissima, dalla personalità grintosa e dal cuore tenero.

Com’è iniziata la tua carriera musicale?

In adolescenza verso i 15 anni ho iniziato a suonare il basso e a cantare come solista nel coro della scuola, ero una punkettona. È stata un’esperienza in realtà molto formativa perché già sei sui palchi, sai come usare il microfono ed è utile anche nel lavoro saper parlare in pubblico. Una volta trasferita a Milano ho lasciato il gruppo musicale punk con cui cantavo e mi sono unita ai Van Houtens come turnista al basso. E adesso eccomi qua!

Il tuo primo singolo, Samurai, racconta di un amore ossessivo, come hai scelto questo titolo?

Anche se il Giappone adesso è di tendenza, in realtà in passato ho lavorato in un’azienda giapponese quindi avevo quell’immaginario nel retro-cranio nel momento in cui ho scritto Samurai. Samurai parla di un amore ossessivo, di questa persona che investe tutte le sue energie per questa ossessione e per cercare di far sì che le cose accadano. C’è un po’ di ironia, ma anche di rispetto in questo, proprio perché questa persona che ci mette tante energie. Per me è un guerriero, non di una guerra tipo Il signore degli anelli, più silenzioso. Così si è creato l’immaginario di Samurai.


CDB, il tuo ultimo singolo, è un inno all’amore che indaga sulle insicurezze che sfociano all’interno del rapporto di coppia. Raccontaci la genesi di questo brano.

Devo dire la verità, è proprio una canzone che parla di frustrazione ed è una battaglia stavolta interiore, come dici tu. In tutti i rapporti, compreso quello amoroso, bisogna darsi, da qui deriva un sacco paura e insicurezza. CDB parla di questo. La canzone è nata osservando i comportamenti umani e dalla mia personale esperienza. C’è comunque sotto -lo dico sempre- un po’ di autoironia. Anche per il gioco di parole del titolo, se fosse una canzone davvero struggente non si chiamerebbe “Crampi di battaglia”, c’è una dimensione adolescenziale, leggera, che forse che ci porteremo dietro per sempre. Non è una canzone poi così drammatica, ecco.

Provieni dal punk, hai mai considerato di tornare a questo genere come solista?

Il punk era proprio uno stile di vita: ti vestivi punk, ascoltavi punk, adesso è come se lo avessimo tutti un po’ “digerito”. Un giorno mi vesto da punk, ho un animo punk, in tanti erano così e poi si sono evoluti. Anche Fedez ascoltava i Blink-182. Tornare a fare punk sarebbe un po’ come andare alla festa del tuo al liceo, ma a 25 anni. Il punk è bello così, guardato da lontano e nascosto dentro di noi. Infatti nella mia scrittura si legge un po’ di quel mondo lì, anche i testi di per sé nascono da basso e voce o chitarra e voce a casa mia.

Nata a Verbania, un tour in Cile e successivamente tornata in Italia a Milano, dove hai iniziato la tua carriera solista. Come artista, quanto pensi sia influente viaggiare e scoprire nuovi orizzonti?

Viaggiare aiuta anche a raccogliere delle memorie su cui scrivere, ma non solo: la musica è un linguaggio, quindi io consiglio di imparare almeno uno strumento perché non sapendo la lingua del posto la musica è sempre un buon collante. Viaggiare aiuta anche a capire le varie sfaccettature della musica nella cultura: quanto è importante a livello aggregativo, personale, rituale. In Cile ad esempio, l’ho sperimentato con il mio piccolo tour, i live durano molto meno ma hai l’attenzione di tutto il locale mentre in Italia succede che tu sia di sottofondo mentre la gente beve e chiacchiera.


A quali figure nel panorama musicale ti sei ispirata come musicista?

Ci sono stati dei movimenti che ho preso d’esempio. Come modello di artista, da Mina a Carmen Consoli a Levante, cronologicamente, sono donne che ammiro molto. Sono di successo e incarnano una femminilità positiva. La più ispirante di tutti è Florence Welch, è una musa sia per la sua scrittura, sia come icona in generale. Nella scrittura mi ha ispirato tanto anche il movimento dell’hip hop italiano.

Raccontami della tua esperienza con i Van Houtens

Karen e Alan, sono sì metà british, però sono anche per metà di Verbania. Ai tempi Alan aveva bisogno di un bassista e tramite amici in comune ha chiesto a me e ci siamo ritrovati in un bar in Porta Genova. Io sembravo un po