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Grand Army e la rivincita dei teen drama

Ambientata nei primi mesi del 2020 e uscita su Netflix a ottobre, Grand Army segue le vicende di 5 studenti dell’immaginario liceo di Brooklyn che le da il nome. La serie è stata subito paragonata ad Euphoria, altro fantastico teen drama creato da Sam Levinson per HBO. Entrambi ci immergono nelle complesse realtà dei diversi protagonisti e non esitano a confrontarsi con tematiche difficili ma con approcci e stili diversi.


Grand Army parte dalle esperienze dei suoi protagonisti per mettere in evidenza importanti questioni sociali: dal razzismo istituzionalizzato alla cultura dello stupro, dal terrorismo all’omofobia, etc. Siamo subito immersi nella realtà di questo grande liceo di New York dove interagiscono quotidianamente centinaia di ragazzi provenienti dalle realtà sociali più disparate.


L’evento scatenante dal quale si sviluppa la serie è un allarme attentato, che avviene a pochi minuti dall’inizio del primo episodio rendendo improvvisamente il tono – fino a quel momento scherzoso – molto più cupo. Poco dopo però, si cambia nuovamente registro. Mentre aspettano che la polizia dichiari la situazione sicura, gli studenti sono giustamente scossi ma solo fino a un certo punto; altre preoccupazioni più mondane (la festa di stasera verrà annullata?) si affiancano alla paura dell’attentato che passa presto in secondo piano, in un’alternanza di atmosfere che caratterizza tutta la serie.


Durante tutto il corso dello show, questioni di rilievo sociale coesistono con le realtà quotidiane, gli studi, gli amori, la famiglia, i piani per il futuro dei protagonisti. Questo non significa che vengono trattate con superficialità, anzi.

In particolare, tramite la storia di Joey, lo show illustra in maniera inedita la complessità le dinamiche che ruotano attorno alla tematica dello stupro: dallo slut shaming (tema centrale di Slut: the play, l’opera teatrale dalla quale la creatrice dello show Katie Cappiello è partita per scrivere Grand Army) al victim blaming (ovvero la pratica diffusissima di far ricadere la colpa sulla vittima perché “indossava la minigonna,” “si comportava da tr**a,” insomma “se l’è cercata.”)


La rappresentazione stereotipata e inesatta della violenza sessuale fa sì che non la riconosciamo quando ce la troviamo di fronte nella vita reale. Gli aggressori di Joey, atleti simpatici e popolari, non rispondo all’immagine classica dello stupratore e Joey stessa, ragazza forte e intraprendente, non corrisponde a quella della tipica vittima indifesa.


Un’altra protagonista, Leila, con la sua caratteristica leggerezza, dice “Mi sento strana a non sapere se le credo.” Una frase che illustra alla perfezione l’impossibilità di conciliare tutti i messaggi contraddittori che le donne ricevono dalla società, il distacco tra la teoria e la pratica.


È facile definirsi femministi ma meno evidente praticare il femminismo in una società che è strutturata per colpevolizzare le donne ed elevare gli uomini (bianchi, etero, cis). Questi preconcetti non influenzano solo i compagni di classe che si ritorcono contro a Joey, ma influiscono sul funzionamento delle nostre istituzioni. L’avvocata stessa sconsiglia alla ragazza di andare a processo perché "nessuna giuria le crederebbe."


Davvero notevole la performance della carismatica Odessa A’zion che riesce a comunicare il peso emotivo di tutto questo senza mai cadere nel pietismo. Seguiamo con interesse la storia di Joey, tifiamo per lei, ci arrabbiamo per conto suo, vorremmo abbracciarla, mostrarle il nostro supporto ma non smettiamo mai di ammirarla e abbiamo la certezza che nonostante tutto ce la farà, non si farà rompere.


Altrettanto ammirevole è il personaggio di Dominique (interpretata dalla talentuosa Odley Jean), brillante e determinata ragazza di origine Haitiana che lavora instancabilmente per riuscire a bilanciare studi, passioni, amori e i mille lavoretti per sostenere la famiglia. È una ragazza seria e motivata ma tutt’altro che unidimensionale. È anche una sportiva, una ragazza che ama divertirsi con le sue amiche, che non sa essere cool in presenza del ragazzo che le piace.

Detto questo, è innegabile che le circostanze socioeconomiche di Dom la vedono costretta a crescere molto più in fretta dei suoi compagni, soprattutto quelli bianchi, inclusa Joey. Rappresenta un personaggio positivo che riesce ad “arrivare” nonostante tutte le avversità e ingiustizie cui deve far fronte ma ci riesce solo perché è eccezionale. Praticamente perfetta, raggiunge con grande fatica gli standard volutamente inarrivabili ai quali è tenuta da una società che non vuole vederla riuscire. Non può però servire da modello, sarebbe insostenibile e alquanto malsano.


Infatti, una questione che la serie sottolinea, è il fatto che gli studenti non bianchi e sopratutto quelli neri, pur frequentando la stessa scuola e lo stesso ambiente “progressista,” sono tenuti a standard diversi rispetto ai loro compagni bianchi.


Jayson e Owen, due promettenti musicisti, entrambi neri, sono immediatamente trattati come dei criminali in seguito ad uno scherzo andato storto. Vengono considerati colpevoli a prescindere, con conseguenze devastanti sul futuro di uno dei due, che oltre a perdere un’importante opportunità, molto probabilmente finirà per lasciare del tutto la scuola. Al contrario, i due ragazzi bianchi e di buona famiglia accusati di stupro non subiscono nessuna conseguenza.

Jayson e gli altri membri della BSU (Black Student Union) della scuola, stanchi di dover stare a questi doppi standard, cercano in vari modi di reagire a quest’ingiustizia. Provano a parlarne con il preside che si dice certo a favore della loro causa ma che non può farci niente. E quando sembra che riusciranno finalmente a farsi ascoltare, vengono interrotti da un altro allarme attentato.


L’unica pecca di questa serie altrimenti entusiasmante, attuale e intelligente è che non tutte le trame sono state affrontate con lo stesso livello di cura, attenzione e riflessione dedicato alla storia di Joey.

Decisamente più superficiale è la storyline di Sid, giovane atleta di origine indiane, il cui obbiettivo principale sembra essere ottenere l’ammissione ad Harvard ma che scopriamo presto essere preso anche da altre preoccupazioni legate alla sua omosessualità e alla paura di fare coming out. A questo viene ad aggiungersi il timore che l’attentato risvegli sentimenti xenofobi nei confronti suoi e della sua famiglia. In questo caso però, la sensazione è che Cappiello abbia voluto evocare queste questioni importanti ma senza aver ben chiaro cosa intendesse dire a riguardo.


Più originale è la trama di Leila, ragazza del primo anno di origine cinese adottata e cresciuta da genitori ebrei, che solleva il tema della ricerca di sé e di come ci spinge a comportarci il disperato desiderio di sentirci accettati. Leila rimane però un personaggio ambiguo, del quale ci viene rilevato un’ulteriore dettaglio proprio sul finale, complicando ulteriormente una situazione già confusa.

Di sicuro si tratta di una serie trascinante e sono curiosa di vedere se e come le diverse trame verranno approfondite nelle prossime stagioni. C’è da dire che, nonostante il successo, il suo rinnovo non è ancora stato confermato, presumibilmente per via delle accuse di sfruttamento e abuso da parte di Cappiello nei confronti di tre sceneggiatori non bianchi che hanno in seguito lasciato i loro ruoli. Essi sarebbero stati maltrattati dalla showrunner per aver suggerito di alterare alcuni elementi delle storie dei personaggi di colore. Situazione ironica considerati i contenuti dello show ma che in effetti spiegherebbe alcune delle carenze nella trama.


Personalmente, spero che lo show vada avanti, che sfrutti a pieno il suo immenso potenziale, sviluppando tutte le storyline, elevandole al livello di quella di Joey, magari facendo affidamento su sceneggiatori, registi, creativi che conoscano le realtà che lo show presenta e siano in grado di rappresentare le comunità alle quali appartengono i vari personaggi per meglio raccontare le loro esperienze.

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