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I ritmi della moda secondo Giulia Baldini

New York, la città dei nostri sogni.

Quante volte abbiamo immaginato di sorseggiare il nostro caffè caldo sulla Fifth Avenue, di fare colazione davanti a Tiffany come Holly Golightly, o di vivere la vita dell’Upper East Side come uno dei protagonisti dell’iconica serie TV Gossip Girl.

Giulia Baldini, è una ragazza italo afro-brasiliana, che ha vissuto sulla sua pelle la città di New York e dalle sue esperienze ha creato un diario di bordo "the curly flower" e un libro “Fashion on the Beat: The Melodies and Rhythms in Fashion Journalism”.

Ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere (virtuali) con lei. Mi ha raccontato della passione per il giornalismo e per la moda e di quell’America, che che tra conferme, fantasie e smentite, continua a rimanere una delle mete più ambite da tutt* noi.


Giulia che sorride
Giulia, the curly flower

Giulia è l’insieme di due anime, quella afro-brasiliana e quella italiana. Come sei riuscita a farle convivere in tutti i paesi in cui hai vissuto?


L'ambiente familiare in cui sono cresciuta ha avuto degli alti e bassi, ma una cosa che i miei genitori sono stati in grado di offrirmi senza batter ciglio fin da piccola è' stata l'apertura mentale accompagnata ad un senso civico di essere "cittadina del mondo".

Hanno lavorato tanto e preso decisioni importanti per potermi dare tutte le risorse necessarie per formarmi con un atteggiamento cosmopolita e sereno, pronto ad accogliere tutte le sfaccettature della mia identità' e a condividerle con il mondo. Nonostante ciò, solo attraverso la mia esperienza a New York sono riuscita a capire davvero chi sono, quali sono i traumi che le mie bandiere si portano dietro, la percezione del colore della mia pelle, del mio corpo e del mio essere donna.



Vivere a New York è il sogno di molt* ragazz*. Tu quel sogno sei riuscita a realizzarlo. Ricordi ancora le sensazioni, le difficoltà e le gioie dei tuoi primi anni in America?


So che può sembrare strano, ma è da quando giocavo con le Bratz dolls che volevo andare a vivere in America. Poi c'è' stata la fase Disney Channel, con Hannah Montana e High School Musical (tutta la trilogia, ovviamente). Se non ero in Brasile con mia madre dalla sua famiglia, passavo le estati in America con i miei genitori ( mio padre ha collaborato per diversi anni con gli Stati Uniti, come ricercatore e professore universitario). Non ho mai avuto la tipica "estate italiana", con i primi amori sotto gli ombrelloni, le prime bevute, e le prime avventure che ogni adolescente immagina di avere.

Quando ho lasciato l'Italia pensavo di trovare negli Stati Uniti la risposta a tutti i miei dubbi e la rappresentanza che avevo da sempre sognato: finalmente sono da sola, faccio amicizia con chi voglio, non devo rendere conto a nessuno, vedo gente che ha i miei stessi capelli voluminosi, non mi prendono in giro, non mi sento strana, pensavo. I primi mesi sono stati una gioia pura, non lo posso negare. Non che fossi una ribelle, ma semplicemente ero stufa di vivere sotto lo stesso tetto dei miei a Firenze e mi ero stancata dell'Italia, che mi sembrava vecchia e conservatrice nei suoi modi di fare.

Poi però ho iniziato ad osservare l'America vera e propria, fuori dall'ambiente scolastico. Non c'è' niente di Hollywood nella New York che gli americani vivono ogni giorno. Soprattutto le minoranze, quelle che più' mi assomigliano e in cui mi ci rivedo di più'.



Negli Stati Uniti hai conosciuto il giornalismo e la moda, i due mondi che oggi ti rappresentano e che ti caratterizzano. Com’è avvenuto il primo incontro con questi due settori?


Durante il mio secondo anno di college (sophomore year) ho scelto di specializzarmi una volta per tutte in materie umanistiche, ma ancora non sapevo bene che tipo di percorso volessi intraprendere. Ho scelto di focalizzarmi sul giornalismo semplicemente perché era la facoltà che più mi piaceva in quel momento. I suoi corsi mi lasciavano esplorare più tematiche e attraverso l'intersezionalità di più argomenti (arte, politica, imprenditoria, attivismo) sono venuta a contatto con la moda. Un po' per i social media, un po' perché mi piaceva l'Inglese di Essence, Teen Vogue, Refinery 29, Harper's Bazaar, ELLE: mi sono buttata e ho scelto il giornalismo di moda, nonostante la maggior parte dei miei compagni di corso, mentori e inizialmente anche la mia famiglia fossero scettici a riguardo. E no, non avevo ancora idea di chi fosse Carrie Bradshaw o Elaine Welteroth, non ancora.



Giulia in posa
© Giulia Baldini

Sei molto orgogliosa dei tuoi capelli, che definisci affettuosamente i tuoi “petali”.

Ci sono molte testimonianze di modell*, che sono dovuto scendere a compromessi riguardo il loro aspetto per avere un’opportunità. Ti è mai capitato di vivere esperienze simili? Ti hanno mai chiesto di non sfoggiarli a favore di acconciature più di tendenza?


Ci sono stati casting e agenzie che non mi hanno assunta. Ho ricevuto tanti "no" in faccia e li ricevo ancora.

Ho avuto la grande fortuna di sfruttare al meglio questi quattro anni stringendo sincere amicizie con persone dell'industria, dalla moda alla musica, dal cinema al giornalismo. Queste persone mi hanno insegnato tantissimo ad amarmi e valorizzare ogni singola parte del mio corpo.

Quando c'è qualcosa che mi fa sentire a disagio, lo dico, mi arresto e mi rimuovo da dove sono.

C'è stato solo un momento in cui mi hanno rovinato i capelli e non mi sono pronunciata, quando ho camminato per la prima volta per la New York Fashion Week nel 2018.

Mi avevano fatto un'acconciatura Afro, una gran coda di cavallo in alto, piena di lacca e prodotti sbagliati. E' stato un incubo curare i miei ricci per una settimana intera.


Immagine della copertina del libro "Fashion on the Beat" di Giulia Baldini

Dalle tue esperienze e dal tuo background culturale è nata la tua prima pubblicazione “Fashion on the Beat: The Melodies and Rhythms in Fashion Journalism”. Quali sono le melodie e i ritmi della moda di cui scrivi e che tutti dovremmo conoscere?


Per ogni progetto in classe sceglievo sempre un soggetto che aveva a che fare con la moda, con la musica o con delle organizzazioni non-profit (di stampo solitamente femminista, artistico ed imprenditoriale). Pur essendo una delle ragazze più popolari nel corpo studentesco, mi trovavo meglio in città', al di là delle mura scolastiche.

La maggior parte delle mie amicizie viveva nel Queens, a Brooklyn o a Manhattan. I miei amici e le mie amiche erano (molti di loro lo sono ancora) rapper, fotografi/e, modelle/i, podcaster, stiliste/i, pittori e pittrici. Molto spesso mi ritrovavo in studi di registrazione e set fotografici dove imparavo le tecniche del mestiere in questione (come si registra una pezzo rap, come si producono i beat, come si lavora dietro le quinte, come si aiutano i fotografi, gli stilisti, e i modelli) e collezionavo interviste, per il mio blog o per i miei corsi. Fin da subito, mi sono spesso ritrovata a fare paragoni con la musica e la moda, due settori dell'intrattenimento che spesso vanno di pari passo, con tendenze e messaggi ben precisi da condividere con il pubblico.

Ho iniziato a vedere la moda come un pezzo rap, la cui struttura è formata da beat. Così è nato il nome Fashion on the Beat ed è venuta alla luce la mia visione sulla moda: una compilation di colori, forme e persone che danzano sulle note di melodie e ritmi sempre in costante cambiamento. La moda cambia perché la società cambia e le aspirazioni dei consumatori mutano. E' un business spietato e pura arte. La moda è è sempre stata abile nel riportarmi in vita in tutte le situazioni di paura e smarrimento, proprio come la musica. Nel mio libro racconto di come la moda e il giornalismo mi sono stati di aiuto nello scoprire me stessa e il mondo.



Nel tuo libro non si parla solo di moda ma anche di giornalismo. In che modo si intrecciano questi due mondi apparentemente lontani?


La moda usa le materie prime per esprimere un messaggio. Il giornalismo usa le parole per raccontare una notizia. Per una persona creativa, incapace di stare ferma e curiosa come me, scrivere di moda mi tiene sveglia e pronta a qualsiasi reazione della società riguardo una certa tematica. Credo che moda e giornalismo convivano benissimo fra di loro, ciascuno con le sue regole e dinamiche.



Tra innovazione, scandali e diversi “washing”, l’industria della moda sta attraversando piccoli cambiamenti ma epocali, se pensiamo a tutta la sua storia. Più spazio a diverse tipologie di corpi, a diverse identità di genere. I piccoli brand riescono a farsi conoscere ed a ritagliarsi degli spazi in un mondo storicamente dominato dalle grandi case di moda. In qualità di modella, puoi darci un parere dall’interno. Hai notato dei cambiamenti effettivi sul campo?


Ci sono ancora tanti passi da fare, ma è innegabile che la moda si sia aperta molto di più e “includa più forme e colori.

E' altrettanto vero che per ricevere il pollice in su devi ancora essere magro/a in una certa maniera e il grasso deve essere localizzato solo ed esclusivamente in alcune parti del corpo. Dipende molto da dove sei. Per esempio a New York, riesci a trovare agenzie più inclusive rispetto a Milano, Londra o Parigi. La stessa cosa vale per Los Angeles, anche se il tipo di mercato e audience sono diversi rispetto a New York. Manca ancora una certa globalità nell'essere all-inclusive.


Giulia Baldini fotografata di lato, mentre festeggia il suo venticinquesimo compleanno.
© Giulia Baldini

Cosa consiglieresti a chiunque volesse intraprendere una carriera simile alla tua nella moda e nel giornalismo?


Sinceramente non so che risposta dare, considerando che ho appena intrapreso questo mio percorso professionale. Chi lo sa a quali altre circostanze e avventure dovrò andare incontro. Una cosa è certa: se ti dicono che non sai star ferma, che hai sempre un sogno o un progetto in testa che hai tanta voglia di vedere il mondo attraverso le mani e gli occhi di più persone, la moda e il giornalismo e il giornalismo di moda fanno per te e ti ci puoi avvicinare come meglio preferisci.

Non hai scuse per non dire di "no" ai tuoi sogni, anche se solo temporanei. Ricorda: la vita è una collezione di momenti e non dovresti vivere la tua unica esistenza in questo tuo corpo al fine di raggiungere un solo obiettivo. Ci sono tanti obbiettivi da raggiungere.

Inizia da ciò che ti fa star bene.