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  • Viola Vazzana

Il ritorno di Lianne La Havas

E’ uscito il 17 luglio, 'Lianne La Havas', il nuovo album dell'omonima cantante londinese Lianne Charlotte Barnes, di origini greche e giamaicane, distribuito da Warner Records UK.


© Jackson Ducasse

Inizia a cantare all’età di sette anni, la madre ha suonato con artisti del calibro di Jill Scott e Mary J. Blige. La sua carriera è iniziata dopo essere stata presentata dai genitori a vari musicisti, tra cui la cantante Paloma Faith, per la quale è stata cantante corista in alcuni brani. L’ album di debutto de La Havas è stato 'Is your Love Big Enough?' pubblicato nel 2012, ed è stato accolto in positivo dalla critica. In più le è valso una nomination per il sondaggio della BBC Sound of 2012 . Quello stesso anno, 'Is Your Love enough?' ha ottenuto il premio annuale Album iTunes.


© xoxohadas (ig)

Lianne La Havas arriva cinque anni dopo il secondo album della cantante, 'Blood', e non a caso il titolo corrisponde al nome dell’autore; è appena uscita dalla fine di una relazione importante, fatto che potrebbe spiegare gli aspetti più malinconici e riflessivi dell’album, oltre alla sensazione di ricerca di risposte che a tratti avvertiamo nello scorrere dei brani (la traccia 'Paper Thin' ne è un chiaro esempio).

Intitolare un album con il proprio nome è un gesto di sicurezza prima di tutto, ancora di più se il disco non è il debutto ma bensì il terzo in carriera.


Ci sono, ovviamente, anche episodi in cui Lianne La Havas mostra la forza e la maturità di un’artista ormai nel pieno della sua carriera, seppur ancora molto giovane (classe 1989); d’altronde anche il processo di realizzazione dell’album è diverso rispetto agli anni precedenti, essendo stato completamente auto prodotto da lei e dalla sua band durante l’ultimo tour.


© Joon Bug

Undici tracce che spaziano tra neo soul, R&B e funk con accenni pop, rock e folk sparsi qua e la, tipici dello stile “british” di Lianne. Un disco che, già dalla copertina, potrebbe preannunciarsi come solare e genuino, ma che nasconde in realtà lati anche più riflessivi ed introspettivi.


Apre il disco, il singolo d'uscita 'Bittersweet' (con cui ha fatto anche il videoclip tramite il canale youtube Colors Studio), un brano che affascina pur lasciando l’amaro in bocca.

Frase chiave: "If we’re good tomorrow / Does that make it true? / Not completely / We’re picking that fight everyday / This shit’s going nowhere baby / Bittersweet summer rain / I’m born again /All my broken pieces / Bittersweet summer rain".


Ma, la canzone che mi ha davvero stupita è stata la rivisitazione di 'Weird Fishes', un classico dei Radiohead (mia band preferita in assoluto), brano che dimostra la grande capacità della straordinaria artista di rendere proprio, qualcosa di apparentemente lontano dalla sua sensibilità e davvero difficile da riproporre.


E' tangibile la sua idea di creare una precisa immagine, che è poi la Lianne La Havas del 2020: più matura, consapevole, capace di introspezione così come di una grande solarità e genuinità.


© Kevin Morosky

Parlando dell'omonimo lavoro racconta:

"L’elemento che gioca un ruolo centrale nell’album è l’idea del ciclo naturale delle piante e della natura che mette sullo stesso piano questo percorso musicale ad un qualcosa di naturale che fiorisce, prospera, poi va via e poi torna ancora più forte. Un fiore deve essiccarsi e morire prima di rinascere. Devi ripartire davvero dal basso per ricostruire te stesso”.


E' un disco che risulta essere in maniera urgente reale, un’entità vivente che respira da sé. Non è un disco che è stato ritoccato in favore appunto di un suono più “pulito”. E' andata di pancia in questo album, andando nella direzione di ciò che la fa star bene. La bellezza non segue sempre regole precostituite e ‘Lianne La Havas’ è proprio uno di questi esempi capaci di toglierti il fiato.


© Charlie Chich

Non poteva scegliere un nome più giusto per questo disco.



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