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  • Marianna Peperna

Il test di Bechdel e il soffitto di celluloide

L’industria cinematografica nasce come un’industria prettamente maschile e maschilista, chiusa e poco inclusiva: dietro la macchina da presa l’assenza delle donne è quantomai evidente e ancora più lampante, è la penuria di riconoscimento alle poche maestranze femminili esistenti. Il problema della scarsità poi si estende anche alla rappresentazione femminile sullo schermo, quanti sono i film -classici e non- in cui il punto di vista preso in analisi fosse quello femminile? E in quante di queste analisi si guardava alla donna in quanto essere indipendente dall’uomo? Queste sono alcune delle questioni sollevate nella seconda metà degli anni ’80 dalla striscia di fumetti intitolata The rule, successivamente parte di Dykes to Watch Out For, una serie di comics della fumettista statunitense Alison Bechdel.

The rule viene pubblicata nel 1985 e vede come protagoniste due donne, Mo e Ginger. Nella prima vignetta Mo chiede a Ginger di andare al cinema insieme, al che la ragazza risponde che ha formulato una regola personale: andare a vedere un film solo se questo passa tre criteri, il primo è che il film abbia almeno due personaggi femminili, il secondo è che questi interagiscano tra loro e, terzo criterio, che nell’interagire parlino di qualcosa che non riguardi un uomo. A questo punto, dopo che Mo reagisce dicendo che è una regola buona ma un po’ severa, Ginger concorda dichiarando ironicamente che l’ultimo film che ha potuto vedere che sottostesse a questi criteri è stato Alien, dove le dottoresse parlavano tutto il tempo di… alieni!



Proprio da questa vignetta nasce il cosiddetto Bechdel test, che mette alla prova la rappresentazione femminile nelle opere di finzione, cinematografiche in particolare.

Bechdel fin da subito chiarì che la sua striscia non aveva un intento particolarmente critico, ma che era soltanto “una battutina lesbica”: la grande quantità di discussioni e di studi accademici a cui il fumetto ha portato testimoniano invece un impatto culturale molto più forte di quanto l’autrice volesse o sperasse di scatenare. Bechdel, vista la fama acquisita dalla sua opera, ha poi successivamente chiarito che le vignette in questione erano una citazione all’amica Liz Wallace, la quale le aveva dato l’ispirazione per i criteri cinematografici che a sua volta aveva estrapolato da un passo di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf dove la scrittrice britannica lamentava che nella letteratura fino a Jane Austen le donne sono sempre state messe in relazione tra loro come madri e figlie, sorelle e soprattutto mogli, in rapporto quindi agli uomini. Emerge, dunque, che il problema della rappresentazione femminile non è affatto nuovo. Bechdel stessa dichiara che, nonostante la sua striscia non avesse un intento eccessivamente provocatorio, nei suoi lavori ella aveva sempre rappresentato quanto più possibile ogni tipo di donna, essendo quindi ben consapevole del problema che non si limita al campo cinematografico e letterario, ma anche a quello dei videogiochi, dei fumetti e addirittura a quello dei social media.


Le vignette di Bechdel dunque, hanno fatto emergere una questione di importanza fondamentale nel cinema, tanto che il criterio di Mo (altro nome del test) è stato adottato nel 2013 dal canale svedese via cavo Viasat Film e da quattro cinema del paese. Inoltre dal 2014 Eurimages, il fondo europeo per la produzione cinematografica, ha inserito il test di Bechdel come requisito per la valutazione dei film da sostenere economicamente.

Come vedremo in seguito, la validità di questo test non è sempre attendibile, ma può essere emblematica per l’effettiva rappresentazione della donna nel cinema. Nel 2013 uno studio compiuto da Vocativ rilevò che circa la metà dei film con maggiori incassi in quell’anno non avrebbero superato il test e nel 2014 il Washington Post evidenziò che dei titoli candidati agli Oscar nel 2013 solo quattro avrebbero soddisfatto i criteri, nonostante appunto la relativa semplicità dei requisiti da rispettare, che ricordiamo essere la presenza di due donne che parlino tra di loro di qualcosa che non riguardi un uomo.


Qual è però il motivo dietro ciò? Naturalmente la causa maggiore della mancata e inesatta rappresentazione femminile è il diffuso maschilismo di Hollywood, ma andando più a fondo è utile qui citare la metafora del celluloid ceiling, il soffitto di celluloide. The celluloid ceiling è il titolo di uno studio sponsorizzato dal Center for the Study of Women in Television and Film dell’Università di San Diego che si occupa ogni anno da vent’anni di analizzare l’occupazione femminile dietro i maggiori incassi cinematografici dell’anno.



Il Bechdel test tuttavia, non sarebbe e non ha mai voluto essere un indice che verifica quanto sia femminista un film (nonostante a volte lo si pensi erroneamente) né quanto sia efficace a riprodurre le dinamiche femminili: Twilight passa il test, nonostante molte teoriche del cinema femministe lo ritengano una storia d’abuso emotivo, mentre Sex and the city, di fondamentale importanza per l’inedita rappresentazione della sessualità femminile fallirebbe il test. Questo ci fa capire che, nonostante le regole di Mo siano sicuramente criteri generali che è interessante applicare ai film quando li si legge da una chiave “femminista”, queste non bastano affatto per analizzare un film in questo senso.



Tra i film candidati come Miglior film agli Oscar 2020, secondo il sito https://bechdeltest.com/ solo quattro su nove passano il test: Piccole Donne, Jojo Rabbit, Joker e C’era una volta a… Hollywood. Nonostante i primi due titoli che ci sembrano corretti a primo impatto, gli altri due ci fanno fare uno sforzo di memoria in più per capirne il motivo. In Joker -come riporta il sito- l’unico scambio tra donne che vediamo è quello tra Sophie, la vicina di Arthur, e la figlioletta riguardo alla cattiva manutenzione del palazzo, un’interazione ridotta ad una frase di circostanza tra madre e figlia (già bocciato da Virginia Woolf!) di cui tra l’altro non conosciamo il nome. In C’era una volta a… Hollywood invece, gli unici scambi di parole tra donne sono quelli tra Sharon Tate e la bigliettaia del cinema e le discussioni tra i membri della Manson Family. Insomma, questi citati sono film che passano il test ma possiamo considerarli davvero esempi emblematici di conversazione femminile?

Malgrado le sue debolezze qui esposte, il test ha una valenza interessante per riflettere sulla mancanza di rappresentazione delle minoranze sugli schermi, tanto che sulla falsariga del Bechdel test sono nati tanti altri test come il Vito Russo test, superato se il personaggio LGBTQ+ nel film non è caratterizzato solo dal suo orientamento sessuale e se la sua rimozione cambierebbe la trama, oppure il DuVernay test che determina se in una storia i personaggi appartenenti a minoranze servano solamente da “supporto” per il protagonista bianco.


I tempi ormai sono maturi per richiedere una rappresentazione veritiera e calzante di ogni tipo di minoranza e per ottenere ciò sembra evidente che c’è bisogno di un ricambio di maestranze nel comparto della produzione audiovisiva: solamente includendo le donne e chiunque sia sempre stato ai margini della industria dello showbusiness si riuscirà a rompere quel soffitto di cristallo (o celluloide, il materiale delle vecchie pellicole cinematografiche) che non permette loro di crescere, svilupparsi e di innalzarsi nella gerarchia almeno al pari dello white man, da sempre padrone dell'industria hollywoodiana.

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