KUBE

"Interviste Emergenti" con Miriam Ayaba

Ritorniamo con il format che vi fa scoprire nuovi freschissimi talenti.

Questa é la volta di Miriam Ayaba, la regina delle "witches", una giovane artista emergente della scena urban italiana, la cui musica è una meravigliosa miscela di culture diverse.




Ciao Miriam e benvenuta ad "Interviste Emergenti", una delle tradizioni di questo format è lasciare le presentazioni all'artista, chi meglio di te, del resto, può' introdurci a questa intervista.


What is up, what is poppin' Kube, grazie per avermi dato la possibilità di presentarmi in quest'intervista. Molto fico.

Chi sono io? Bella domanda, me lo chiedo tutti i giorni.

Mi piacerebbe tanto potermi definire un "guerriero della luce" come quelli di Coelho, ma forse sono più semplicemente una ragazza curiosa che cerca di capire la realtà che la circonda e per necessità personale la trasla in arte, a volte per raggiungere meglio le persone, a volte per raggiungere meglio se stessa. Non lo so. Di certo sono mamma, I’m the witches’ mama!!!

La mia community di instagram si caratterizza per l’appunto con il nome di “witches”, ossia “streghe”, perché ho la fortuna di essere seguita da un amazzonico esercito di persone forti, consapevoli ed emancipate che mettono un po’ di magia ed illuminante in ogni giornata! Sto cercando di espandere e costruire una comunità di teste ben pensanti che allenano costantemente la capienza ed elasticità del proprio cuore e mi sento grata per tutto l’amore da cui mi ritrovo costantemente circondata. Vi do quindi il benvenuto nel mio sbrilluccicante mondo queer e spero che vi tratterrete a lungo.



Così sarà!

Come prima cosa, volevo sapere come ti sei avvicinata alla musica? E' un amore che è nato fin da piccola o è arrivato con il tempo?


Mia madre dice sempre che ho iniziato prima a cantare e poi a parlare. Ho un aneddoto molto divertente su come mi sono avvicinata alla musica, tutto é partito da un cartone animato: Hercules. Mi avevano regalato la cassetta di questo splendido classico Disney e mi é piaciuta cosi tanto che ho voluto riprodurla letteralmente tutte le sere dei due anni successivi. I miei genitori erano disperati! Chi conosce questa pellicola straordinaria sa che la colonna sonora é un’esplosione Gospel, questa netta attitudine musicale ha sedimentato in me, replica dopo replica, le basi del grande amore della mia vita: quello per la musica Soul, cantata con l’anima. Da quel regalo in poi ho passato la mia vita a cercare di diventare una musa come quelle del cartone, solo negli ultimi anni sto capendo che posso essere la mia stessa ispirazione.





Tutti noi abbiamo personaggi famosi, artisti a cui ci ispiriamo molto nella vita e non solo; oltre al meraviglioso cartone Disney "Hercules", quali sono i tuoi? E, soprattutto, quali sono state le tue maggiori influenze musicali?


Se dovessi ripensare al mio percorso musicale nel tempo, inevitabilmente si illuminerebbe nella mia testa una lampadina olografica che detta Beyoncé. Sin dai tempi di “Baby Boy” con Sean Paul fino al più recente “Black is King”, non sono mai riuscita a trovare in quella donna qualcosa che non mi ispirasse o emozionasse.

Sono sempre stata una grande consumatrice di musica, in ogni caso. Ho avuto un periodo pin-up nella mia adolescenza, ho sfamato la mia sete di conoscenza musicale dissetandomi con le note dei grandi del blues, jazz e funky come Etta James, Nina Simone, Ray Charles, Stevie Wonder, Aretha Franklin, Ella Fitzgerald, James Brown e chi più ne ha più ne metta (la lista potrebbe andare avanti ad oltranza).

Ho una ferrea routine di ricerca e ascolto di materiale nuovo che occupa diverse ora della mia giornata, molti artisti a cui mi ispiro sono quasi sconosciuti. Tra i più affermati al momento sicuramente ascolto Snoh Alegra, Nathy Peluso, Bryson Tiller, Summer Walker, Burna Boy, Megan Thee Stallion, le City Girls, Ari Lennox e in realtà molti altri.



Il tuo nome è Miriam, invece, il cognome è d'arte e, se non sbaglio significa 'Regina'. Come mai questa scelta?


Ho scelto un cognome d’arte per sigillare e definire quelle parti di me che appartengono anche a Miriam Ayaba in una sorta di alter-ego artistico: mi ricorda la linea di confine tra ciò che voglio esprimere con la mia musica e ciò che preferisco tenere privato della mia vita.

Ho scelto di chiamarmi “Ayaba” in primis perché iniziava e finiva con lettere uguali proprio come il mio nome (abbiate pietà, sono una puntigliosa VIRGO), e poi perché credo fortemente nell’influenza delle parole su pensieri e materia e ho deciso che per sentirmi una vera regina l’avrei dovuto imprimere nel mio nome, e quindi nella mia vita.



Il tuo percorso comincia nella provincia di Mantova e si sposta a Milano. Sei passata da campagne crowdfunding, a suonare in strada, a farti produrre da Yves, uno dei nuovi produttori della scena hip hop di cui si sta sentendo molto parlare. Come hai vissuto questo cambiamento? Immagino che, musicalmente, sia stato di forte impatto.


Il mio viaggio personale all’interno delle svariate influenze musicali che ho incontrato va di pari passo con i miei spostamenti fisici.

Durante la mia infanzia ed adolescenza ho studiato chitarra, ho fatto canto moderno, musica d’insieme, ear training, armonia e ho iniziato ad emulare i grandi del Jazz, Blues, Funky e Gospel. A 12 anni ero l’unica del mio piccolo paesino provinciale a pubblicare video cover su Youtube, avevo anche il mio personale gruppo di haters amatoriali.

A 15 anni ho scoperto la musica Urban e l’Hip-hop, iniziavo ad andare al Rehab a Brescia il giovedì sera, facevo il dritto fino alla mattina e arrivavo a scuola morta di sonno ma con l’ardente consapevolezza che la musica non solo poteva farti emozionare, poteva anche farti molleggiare man!

Ho iniziato ad ascoltare ed assimilare questo universo sonoro e l’ho portato sulle strade di Napoli: mi sono trasferita a 17 anni con mio padre e mi sono trovata faccia a faccia con la strada e il suo mutevole pubblico.

Napoli é stata la culla della mia ispirazione, ho infatti iniziato a scrivere i miei primi pezzi in italiano. É stata una scelta difficile, all’inizio volevo trasferirmi a Londra, ma poi ho pensato che in Italia c’é un’enorme fetta di torta ancora intatta nel settore musicale, per ciò che faccio io perlomeno, e se mi fossi impegnata abbastanza avrei potuto mangiarla.

Mi sono quindi trasferita a Milano a 20 anni, ho iniziato a produrre la mia musica con Yves the Male e ho collaborato e vissuto quotidianamente con la scena underground Milanese.

A Milano mi sono avvicinata al mondo della musica afro, non solo come avevo sempre fatto, col corpo, ma questa volta anche con la voce.

Di pari passo ho sentito crescere la mia identità musicale e la mia identità etica, e penso che nei miei pezzi questo progresso sia tangibile ad un’orecchio attento.


Poi, il tuo percorso musicale è continuato con The Voice, arrivando fino alla finale, dove hai portato il singolo "Amazzonia", con un testo dal forte impatto femminista.


"No, non sono una ragazza, ma una vera donna cazzo/ faccio l'amore col mio corpo, cellulite ti fa uscire pazzo/ offro la cena quando esco, i miei soldi da sola mi faccio. Mi chiamano "Sugar Mama", se cucino ti metto all'ingrasso/ attorno ho donne forti, che alzano la testa/ sulle cosce camminando la ciccia fa festa".


Credo sia stata una delle prime volte dove, la concorrente di un talent, non ha avuto paura di mostrare (nella televisione italiana bigotta) ciò che è, con pregi e difetti annessi e, quanto vale come artista e come donna, l'ho trovato stupendo! Proprio per questo ti chiedo, quanto è stato importante questo passo per il tuo percorso musicale e personale? E come hai vissuto e, vivi tutt'ora, il voler essere attiva socialmente con i tuoi testi?


Ti ringrazio Viola, mi sento molto fortunata ad aver potuto rappresentare su un canale RAI la mia identità, anche nelle sue sfaccettature più all’avanguardia e provocatorie, era da tanti anni che lavoravo per raggiungere un’opportunità del genere e sono estremamente soddisfatta di come la situazione si sia evoluta in un meraviglioso trampolino di lancio per la mia carriera: al momento, infatti, mi sento come se fossi saltata e mi stessi librando nell’aria.

A livello personale ho vissuto una sorta di morte e rinascita, quasi come una fenice: dopo The Voice me ne sono andata da Milano, improvvisamente, ho scritto un Concept Album in un mese e dopo due avevo già in mano i master dei pezzi. Psicologicamente, sottoporsi ad un evento della portata di un talent nazionale, non solo cambia inevitabilmente le proprie dinamiche di vita e la percezione della propria realtà, ma incasina anche le nostre aspettative: Ci sentiamo cosi vicini, ma ancora cosi lontani dai nostri sogni. Saremo la moda del momento? Riusciremo a sopravvivere al talent? A non essere sfruttati? C’è una forte pressione psicologica dietro ad uno spettacolo cosi grande.

La cosa che mi commuove maggiormente é la qualità dei messaggi che ricevo quotidianamente: le persone, di solito, mi “ringraziano” per la mia musica, perché le fa sentire potenti. Le fa sentire amate, perfette nella loro imperfezione, invincibili. Ogni volta che dubito di me ripenso a tutto ciò e mi sento grata e motivata ad andare avanti.

Uno dei messaggi che porto nel cuore é quello di una ragazza che, dopo aver sentito Amazzonia in televisione, ha deciso di affrontare la sua relazione con l’anoressia ed ha iniziato un processo di cure in un centro.

Essere attiva socialmente nei miei pezzi non é una scelta ma più una necessità per come la vedo io, se la mia arte é la trasposizione astratta di me automaticamente coinvolge anche la trasposizione dei miei credo.

Essere attivi socialmente ti catapulta in un mondo delicato: come é giusto che sia, quando riconosci il dolore dell’umanità, riconosci che la sofferenza non cessa finché non si estingue quella di tutti. Nel mio percorso un costante lavoro che faccio é quello di trovare il giusto connubio tra denuncia sociale e groove, leggerezza, beat che fanno muovere il tuo corpo. Riuscire a parlare di cose serie in modo scherzoso é un lavoro che richiede tempo e pratica.

Per chi voglio e chi sto scegliendo di essere tutti i giorni credo che sia naturale ritrovare nei miei pezzi la lotta costante contro le discriminazioni di qualsiasi tipo, poiché cerco io stessa di combattere tutti i giorni la follia umana della separazione in dirittura d’arrivo ad un futuro migliore.

Sento sicuramente di avere ancora molte cose di cui cantare.





Parlando sempre di attivismo, oltre al tuo profilo instagram dove vedo che sei sempre sul pezzo, ho visto che hai partecipato con una performance live di "Toyboy", il tuo ultimo singolo d'uscita, al Digital Milano Pride 2020 con anche qualche special guest come Murielxo, attivista lgbtq+ e Leona Vegas, strepitosa Drag. Intanto voglio sapere come è stato poter fare una performance per il Pride e, soprattutto, quanto è importante per te poter rappresentare o, comunque, dar voce alle minoranze?


L’anno scorso ho partecipato al Pride Milano dal vivo, sono arrivata in metropolitana spalla a spalla con i businessman di città, vestita di brillantini, rete e cristalli sulle tette. Sono scesa in Stazione Centrale e mi sono immediatamente sentita a casa. Ricordo di aver chiuso gli occhi ed aver detto “L’anno prossimo anche io mi esibirò al Pride!” e manco avessi avuto indosso le scarpette rosse del "Mago di Oz" da sbattere tre volte, nel 2020 mi sono esibita (virtualmente, causa pandemia mondiale) con “Toyboy”!

Durante il primo lockdown ho realizzato un’intervista a 10 donne nel mondo dell’arte, che potete trovare sul mio IGTV. Tutte le ragazze, seppur prese singolarmente e anche se facevano lavori diversi, si sono ritrovate a vivere le stesse situazioni, spesso disagevoli.

Sono arrivata alla conclusione personale che quando combatti contro una discriminazione, devi combattere inevitabilmente per tutti i gruppi discriminati. Per questo mi considero, se proprio devo catalogarmi, un trans-femminista intersezionale, ossia una femminista con la consapevolezza del fatto che ci sono livelli di discriminazioni ed ingiustizie su vari fronti che si possono intersecare sul vissuto di un singolo individuo.



Beh a questo punto parlaci un po' di più di "Toyboy" (canzone perfetta per una catwalk su tacchi 15) e dei prossimi progetti futuri.


Oh, in realtà se ho “Toyboy” nelle cuffiette non vado manco a fare la spesa se non indosso un tacco 18, Amore!


(adoro)


Il pezzo é nato sull’onda del rap cattivo su cassa dritta, che sta andando molto in Italia e confluirà presto secondo me nella Drill.

Per quanto, di primo acchito, il brano sembri solo irriverente e provocatorio, cela in realtà il mio intento secondario di porre il punto di vista dell’ascoltatore, per una volta, nei panni di quello di un’ascoltatrice media di rap. Non si sente mai parlare una donna della propria sessualità in modo esplicito e raramente un ragazzo si trova nella posizione di essere oggettificato. É stato curioso osservare come, anche nel caso per esempio di “Wap” con Cardi B, la canzone sia stata additata subito come volgare e sbagliata, cosa che negli svariati pezzi sessisti e denigratori che vengono pubblicati tutti i giorni dai colleghi maschi non solleva nessuna polemica.

Vorrei quindi porre attenzione ai double standards della società odierna, che si vanta di essere progressista ma, a mio avviso, é completamente ignara del vasto universo femminile e delle sue necessità/componenti.

Ho parlato lungamente del pezzo nel podcast che ho rilasciato assieme ai ragazzi di PaperCut giusto un paio di mesi fa, vi invito a darci un’occhiata!



Concludo chiedendoti qualche chicca musicale che stai ascoltando, o hai scoperto, in questo periodo.


Che dire, scopro dalle 20 alle 50 canzoni nuove a settimana, posso fare di meglio che condividere un singolo pezzo: devi sapere Kube che organizzo e catalogo i pezzi che scopro in playlist che rispecchiano veri e propri MOOD, luoghi, situazioni.


Grazie ancora Miriam per averci raccontato qualcosa in più su di te, non vedo l'ora di sentire tutte le tue novità!

Intanto andrò subito a seguire le playlist, fatelo anche voi e andate ad ascoltare "Toyboy" (con i tacchi 18 però, mi raccomando)!