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  • Francesca Sarati

Kate Millet: la Mao Tse-Tung dell'emancipazione femminile

Di recente sono stata a Lisbona. Piove quattordici giorni l’anno. Ha piovuto tre giorni consecutivamente, ma questo è superfluo e poco vi importa.


C’è una specie di mercato surreale, e lo definisco così per un motivo: ci sono cose assurde. Ma non sono semplicemente assurde. Se il surrealismo, oltre ad essere un automatismo psichico è anche accostamento di elementi e oggetti inusuali, allora Feira da Ladra può essere ritenuta surrealista nella misura in cui la maggior parte degli oggetti non appartengono a quelle strade. Cosa ci facevano lì? Mi sembravano oggetti rubati o raccattati da qualche busta abbandonata in discarica o per strada: “prendete, è roba da buttare”, cellulari Nokia, accendini incrostati di sudiciume indefinito, lampade ad olio, occhiali con una sola lente, degli stivali da Cowboy rossi che probabilmente avrà indossato Beatrix Kiddo quando era sottoterra in una delle scene più iconiche di Kill Bill tanto erano cosparsi di polvere. Cassette porno anni Novanta davanti alle quali ho storto il naso, vinili, libri, poltrone di due secoli fa, computer scassati della Dell. C’erano un paio di jeans che mi piacevano, ma non avevo modo di provarli, una signora ha infilato l’avambraccio nella vita dei pantaloni e mi ha detto qualcosa in portoghese, forse in quel modo avrei capito se mi andavo bene o no.

Stavo camminando e guardando in giro curiosa, alcuni venditori avevano gioielli fatti a mano deliziosi, macchine fotografiche d’epoca e souvenir con gli Azulejos.


Mi sono imbattuta in una bancarella (se così si può definire) alquanto misera. Consisteva in uno straccio appoggiato sull’asfalto. Adagiato su di esso: Polìtica Sexual, Kate Millet. Era un chiaro segno del destino. Un libro consunto, pagine gialle tendenti al marrone, la copertina macchiata di qualcosa di molto simile all’olio, ovviamente tutto in portoghese, puzza tuttora di cantina. Ho trovato un tutorial per renderlo salubre, non ho ancora comprato il bicarbonato e i sacchetti gelo per infilarlo nel freezer e abbattere i batteri.


L’ho pagato 1€, è un libro rubato alla biblioteca, sul retro c’è il numero, si riconoscono solo le ultime cinque cifre: 35989. La mia amica ci ha scherzato sopra: “beh il guadagno (da parte del venditore) è stato totale”.


Perché è stato un segno del destino? Perché ho letto degli spezzoni del libro in inglese, faceva parte della bibliografia della mia tesi sull’arte femminista degli anni Settanta negli States, è forse un cliché dire che il libro mi aveva trovata? Sicuramente si. Però anche le mie amiche l'hanno pensato.


Vi raccomando di continuare la lettura consapevoli dei limiti del femminismo degli anni Settanta, oggi il movimento è profondamente mutato. Per quanto riguarda il titolo, fu il Time ad incoronarla come "la Mao Tse-Tung dell'emancipazione femminile". Quando conquistò la copertina, il libro aveva venduto 15.000 copie ed era alla quarta ristampa.

Una mattina del 1970, in un giorno in cui avrebbe dovuto tenere un discorso alla Emory University, Kate Millett si alzò dal tavolo della colazione e vomitò su uno dei due tappeti persiani che coprivano il pavimento del suo appartamento sulla Bowery. Il costoso tappeto era entrato da poco nella sua vita, l’aveva acquistato durante una settimana di gloria libertina in cui spese tutti gli ottocento dollari guadagnati con la vendita del suo primo libro, Sexual Politics.

Nel febbraio del 1969, Kate Millet era candidata al dottorato in Inglese alla Columbia University ed era anche un’attivista femminista impegnata. Due mesi prima, era stata sollevata dall’incarico di insegnante alla Barnard a causa del suo coinvolgimento in prima linea nelle proteste studentesche del 1968. Senza alcuna fonte di sostentamento, iniziò a lavorare alla sua tesi.

La Millett decise di ampliare il suo saggio, anch’esso intitolato Sexual Politics, che aveva consegnato alla Cornell University l’anno precedente. Nella versione ampliata, avrebbe ripercorso il modo in cui la letteratura rifletteva la rivoluzione e la controrivoluzione sessuale.

Il progetto si fece sempre più grande e finì quasi per elaborare una filosofia politica. Presentò la discussione nel 1970 e riuscì a far pubblicare il libro dalla Doubleday.


Le reazioni andarono oltre qualsiasi previsione della Millett


D’improvviso era desiderata in tutti i campus universitari. Fu invitata a partecipare ai talk show diurni. Il suo libro appariva nelle vignette dei giornali. Il telefono squillava di continuo.

Il suo ritratto, opera della pittrice Alice Neel, andò ad abbellire la copertina di Time.

La Millett era richiesta nei raduni femministi. Il pubblico insisteva affinché rivelasse la sua identità sessuale e dalla sua risposta dipendevano molte cose. All’alba del decennio, il movimento era diviso sulla questione dell’omosessualità. Betty Friedan, che sembrava aver dato il via alla seconda ondata di femminismo con il suo libro del 1963 La mistica della femminilità, si era mostrata ostile nei confronti delle lesbiche: nel 1969 le aveva appellate “una minaccia color lavanda”.


Dapprima si dichiarò bisessuale, poi lesbica. Questo la avvicinò a nuovi circoli di coordinamento, dove la sua vita sentimentale veniva osservata da vicino. La Millett non era preparata a questo genere di attenzioni. Appassionata e impulsiva, non aveva l’indole adatta a diventare portavoce di un movimento.

Meglio muoversi con più equilibrio come Friedan, Gloria e le altre. Tutte politiche di gran lunga migliori. Ma io non sono una politica. Non sono neanche la Kate Millett dell’emancipazione femminile.

Quasi cinquant’anni dopo la pubblicazione del libro, le sue argomentazioni sulla politica della cultura riemergono con notevole frequenza. La pubblicazione di una nuova edizione di Sexual Politics per la Columbia University Press testimonia il rinnovato interesse per la sua opera. In un tempo in cui i mutamenti strutturali promessi dalle femministe negli anni Settanta sembrano difficili da immaginare, figuriamoci da ottenere, la fiducia della Millett nell’importanza della rappresentazione culturale è una conferma. Forse, come suggerito dalla stessa Millett, un nuovo modo di leggere può generare un miglior modo di vivere.


La tesi inizia con la lettura accurata di una scena di violenza anale presa da Un sogno americano del 1965 di Mailer


Attingendo a Weber, Engels e Arendt, tra gli altri, la Millet puntava a mostrare come la relazione tra i sessi fosse caratterizzata da predominio e subordinazione. I bambini venivano fatti familiarizzare con il loro ruolo nel sistema di caste, acconsentendo così a un sistema di disuguaglianze ancor prima che potessero comprendere il mondo in simili termini.

Anche se può sembrare attenuato, il dominio sessuale persiste come l’ideologia forse più infestante della nostra cultura e impone la sua fondamentale concezione di potere.

Per dimostrare la tesi dell’esistenza di questo ordine mondiale, sceglieva quattro scrittori da studiare, autori che avevano rispecchiato e influenzato degli atteggiamenti mentali. D.H. Lawrence, Henry Miller e Norman Mailer venivano sviscerati per la loro misoginia e il loro misticismo sessuale.

Lawrence aveva definito l’amore come dominazione dell’altra persona. Miller era la voce dello sprezzo e del disgusto, uno scrittore le cui opere erano segnate da ostilità nevrotica e sessismo aggressivo. Mailer era visto come prigioniero del culto della virilità che dipinge la mascolinità come un capitale spirituale incerto, costantemente in cerca di nuove energie e minacciato da tutte le parti.

Esaminando la letteratura in questo modo, insieme alla storia politica e nei termini del suo contenuto politico, la Millett mirava a dare un contributo alla sua disciplina e, allo stesso tempo, portare un cambiamento nel cosiddetto mondo reale. Nel 1970, le donne guadagnavano poco più di cinquanta centesimi per ogni dollaro intascato da un uomo e la loro presenza nelle professioni era solo al 9%. Harvard aveva appena due professoresse di ruolo. Il mondo accademico, per non parlare della società che studiava, aveva urgente bisogno di cambiamento.


Quando un gruppo governa su un altro la loro relazione è politica


Quando questa condizione si protrae per tanto tempo si sviluppa un’ideologia. Tutte le civilizzazioni storiche sono state dei patriarcati: l’ideologia su cui si basano è la supremazia maschile.

Ai gruppi oppressi è negata l’istruzione, l’indipendenza economica, il potere d’ufficio, la rappresentanza, un’immagine di dignità e rispetto personale, lo stato di uguaglianza e il riconoscimento come esseri umani. Nel corso della storia patriarcale alle donne è stato sistematicamente negato tutto questo e la negazione di tutto questo, sebbene sia attenuata e parziale ai giorni nostri, rimane lo stesso costante.


Sexual Politics è polemico, ma anche accademico. È fitto, ricco di note a piè di pagina.

C’è un vantaggio in questo tipo di approccio: la Millett poteva avanzare idee iconoclaste con rigore accademico. Attingeva dall’antropologia e dalla storia giuridica per denunciare l’istituzione del matrimonio e della famiglia, da lei definita un’unità patriarcale all’interno di un sistema patriarcale. Invocava una rivoluzione sessuale che descriveva come la fine dei tabù e delle inibizioni sessuali tradizionali, in particolare di quelli che minacciano il matrimonio monogamo patriarcale: omosessualità, sessualità adolescenziale, pre ed extra coniugale.


Queste idee erano radicali, ma erano anche in linea con il momento storico.

Oggi appare straordinaria la serietà con cui la cultura dominante si avvicinò a queste idee rivoluzionarie, senza per questo averle approvate.

Trattando il genere sessuale come una categoria a sé stante, si tendeva a oscurare la categoria economica, e insieme anche la razza e l’identità sessuale.

La Millett e le altre femministe radicali, sue compagne, avevano spesso ignorato alcune differenze determinanti tra donne - bianche e nere, benestanti e proletarie - appellandosi alla sorellanza.


Nei primi anni Settanta, qualcuno già metteva in discussione l’ideale di sorellanza


The Black Woman: An Anthology uscì nello stesso anno di Sexual Politics. L’antologia presentava le scrittrici che sarebbero diventate centrali per il femminismo nero: Nikki Giovanni, Audre Lorde, Alice Walker e Toni Cade Bambara. Questa raccolta di poesie, racconti e saggi celebra la vita delle donne di colore, mentre analizza prescrizioni e proscrizioni associate sia al Black Power che al movimento di emancipazione femminile.

Quanto contano per le donne nere le verità, le esperienze, le scoperte delle donne bianche? Alla fine le donne sono soltanto donne? Non so se le nostre priorità siano le stesse, se le nostre preoccupazioni, i nostri metodi siano uguali o perfino somiglianti abbastanza da consentirci di fare affidamento su questo nuova schiera di esperti (bianche, donne).

Quasi vent’anni dopo la pubblicazione di The Black Woman, Kimberlé Crenshaw mise a punto la teoria dell’intersezionalità come un modo per analizzare le divergenti forme di discriminazione che i membri dei gruppi oppressi possono subire.


Sexual Politics avrà le sue mancanze intellettuali e politiche, come ogni testo che documenta un modo di pensare proprio del passato. Ma l’opera di Kate Millett ha mostrato il modo in cui azione politica ed espressione culturale si compenetrano.


Fonti


Maggie Doherty, 2016

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