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La salute mentale è una cosa seria

C’è un personaggio di Sex Education che porta all’attenzione del pubblico dei temi molto importanti. Parlo di Jackson Marchetti. SPOILER ALERT. Jackson Marchetti è rappresentante della Moordale, la scuola che frequenta, ed è campione di nuoto. E’ presentato come un ragazzo sicuro di sé, molto spavaldo. Con lo scorrere della serie si evidenzia sempre di più la pressione a cui la famiglia lo sottopone in relazione agli allenamenti e al livello altissimo da mantenere nello sport. Quindi si scopre un altro lato di Jackson: l’ansia da prestazione, gli attacchi di panico, le insicurezze. Il ragazzo arriva a farsi volontariamente male alla mano per evitare gli allenamenti.


La questione della pressione e delle aspettative da mantenere sono temi centrali in una società tutta concentrata sulla performance. Viviamo in una società che ci chiede di essere sempre persone produttive, sul pezzo, multitasking. Persone che devono sempre correre e sapere esattamente dove andare. Siamo giudicat* sulla base di quanto produciamo e quanto guadagniamo, come se questo fosse determinante per il nostro valore in quanto persone. Non ci sono concesse pause, deviazioni, cambiamenti di programma. Non tutte le persone riescono a reggere questo tipo di richieste e pressioni e questo porta a situazioni di ansia.


Io ho 26 anni, quasi 27, e non mi sono ancora laureata. Avrei dovuto farlo circa due anni fa. Ho vissuto questa cosa con immensa difficoltà: ho fatto fatica ad accettare questo ritardo rispetto al mio piano di studi. Sono aumentati gli episodi di fortissima ansia e ho messo in discussione il mio valore e la mia persona perché non ce l’ho fatta a rientrare nello schema pensato da chi ha progettato il mio piano di studi. Mi sono sentita inadeguata per non aver soddisfatto le aspettative mie ed altrui. Ho avuto un rilevante calo di autostima e di fiducia nelle mie potenzialità. Mi sono rivolta a me stessa con parole come “Fallita”, “Non sei in grado di fare le cose”, “Non farai nulla di buono!”, “Sei in ritardo su tutto!”. Uscire da questo sistema di cose è molto difficile, il lavoro è duro ed in salita. In una società come la nostra anche lo studio e la formazione sono diventati mera competizione. Non sono rari purtroppo gli articoli di giornale che parlano di lauree conseguite in anni record. Quel tipo di messaggio è dannoso per chi si trova in una condizione di particolare vulnerabilità. In me, ad esempio, quel tipo di discorso fa partire un processo di colpevolizzazione. Confrontandomi con altre persone ho potuto vedere che è un meccanismo molto diffuso. Ogni esperienza è a sé, ogni percorso è diverso, ogni vita è diversa. Sui percorsi influiscono le condizioni materiali ed economiche, familiari, situazioni legate alla propria salute mentale e mille altre questioni che si possono presentare durante un percorso lungo come quello universitario. Non siamo macchine perfette. E questo vale per tutto, non solo per lo studio. Vale per il lavoro, per le relazioni personali, per la vita sociale. La sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto alle altre persone, la paura di restare fuori dalle cose, il timore di non riuscire a stare al passo con tutti gli stimoli che ci arrivano, come se fossimo continuamente in gara, può diventare soffocante e fortemente limitante.


Credo che parlare di questi temi vada di pari passo con l’utilizzo dei social. I social network sono strumenti potentissimi che si portano dietro molteplici vantaggi. Hanno permesso a tantissime persone di far sentire la loro voce e di creare degli spazi e delle comunità, permettono la divulgazione su temi importanti. Innescano dei meravigliosi meccanismi di riconoscimento. Consentono di conoscere spazi e luoghi, libri e musica. Danno la possibilità di condividere la propria arte, di farsi conoscere e tutta una seria di altre cose decisamente positive. Sono delle piazze e come tali sono abitate.


Sono però anche una immensa vetrina sempre aperta sulla vita delle altre persone, sulle loro feste, sui loro tramonti, sulle loro case, sulla loro famiglia, sulle loro opinioni, sui libri che leggono, sulle serie che guardano, sui vestiti che indossano, sui followers che hanno e sul consenso che ricevono. Si è in continuo confronto. Questo può comportare un bisogno perenne di avere approvazione e di far crescere i propri numeri, la sensazione di essere indietro perché non si coglie il significato dell’ultimo meme comparso nella home sulla serie che tutt* hanno visto. L’ansia di dover dire la propria opinione anche quando non si è pront*.

Anche questa è una forma di pressione sociale che può essere deleteria per la propria salute mentale. Si parla di FOMO che sta per Fear Of Missing Out, paura di essere tagliat* fuori. Può portare ad una situazione di stress psicologico non indifferente, anche se sottovalutato da molt*. Infatti, proprio a causa delle ripercussioni sulla salute mentale delle persone, è sempre più frequente sentir parlare anche di NOMO, Necessity Of Missing Out, la necessità, il bisogno di stare fuori.

Sono situazioni molto diffuse e parlarne è importante perché crea consapevolezze. Iniziare dei percorsi di terapia è spesso necessario e purtroppo intorno alla salute mentale c’è ancora un forte stigma da decostruire.



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