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  • Marianna Peperna

La sindrome di Skyler White: perché non accettiamo le donne difficili sullo schermo?



Durante l’estate tra il secondo e il terzo superiore iniziai a interessarmi di più al cinema e alle serie tv. Tra le serie del momento, sebbene un po’ in ritardo rispetto agli USA, in Italia c’era Breaking Bad. Amato e acclamato principalmente dai maschi etero dello scientifico, Breaking Bad era diventato un vero e proprio fenomeno mediatico e anche se a quei tempi non sapevo che stava entrando nella storia della televisione, mi rendevo conto che era un prodotto che valeva la pena vedere e approfondire, soprattutto per fornire al mondo la mia necessaria opinione.

La serie mi piacque subito per i suoi personaggi, per il ritmo sempre incalzante e soprattutto per la curiosità che scatenava puntata dopo puntata. Com’era mia consuetudine poi dopo ogni episodio navigavo su internet e consultavo Tv Time, Facebook, Seriangolo per leggere commenti e opinioni di altri utenti o per trovare meme e foto divertenti e una cosa mi colpì subito: l’odio violento verso Skyler, la moglie di Walt. Probabilmente la trama è celebre a tutti, ma a chi non la conoscesse basterà sapere che la sua colpa è quella di “comportarsi male” nei confronti del marito che cucina e vende metanfetamina invischiandosi in guai con il cartello messicano. Roba da niente. Nella violenza e nell’illegalità generale del tutto, il problema principale era “quella troia di Skyler” che aveva delle crisi, rompeva le scatole al marito, lo tradiva e soffriva di problemi di attenzione. La situazione in sé mi sembrava strana, io ero ancora una femminista in erba e non avevo ancora tanto chiaro in cosa consistesse il movimento ma capivo che “troia” era un aggettivo piuttosto sessista e denigratorio.



Quell’estate, come tutte quelle del liceo in cui fai tutto tranne che i compiti, iniziai anche Girls, una serie tv totalmente diversa che invece mi aprì gli occhi su molte cose (tralasciando in questa sede il discorso su Lena Dunham e il suo femminismo bianco) da cui rimasi subito colpita: per la prima volta sullo schermo vedevo un corpo simile al mio. Hannah/Lena e le sue amiche erano semplicemente se stesse, nei loro pregi, nei loro tantissimi difetti e nelle loro smagliature. La serie parlava davvero al mio cuore e anche qui ero rimasta delusissima dai commenti sessisti e aggressivi sulle varie piattaforme nei confronti delle protagoniste e che spesso sfociavano nel body shaming.

In un articolo interessante su Hannah Horvath, la protagonista di Girls, infatti, Annie Lord cita un sondaggio di The Atlantic sui villain della televisione chiamato “The actual worst” dove si votava il personaggio peggiore e uno spareggio vedeva confrontarsi proprio Hannah e Hannibal Lecter dell’omonima serie tv, interpretato da Mads Mikkelsen. In Girls Hannah è egoista, manipolativa, prepotente e vittimista, inappropriata ed egocentrica, ma come ricorda Lord in una puntata Hannibal taglia la gamba ad una persona ancora viva e gliela fa mangiare. Giusto una sottile differenza.



Questo del The Atlantic è un esempio emblematico della riflessione che vorrei qui porre: perché è difficile per lo spettatore (usato qui in maniera gender neutral) accettare l’esistenza di personaggi femminili scomodi e difficili? In fondo l’antieroe e il villain “puro” sono spesso amati perché riusciamo a cogliere in loro dei tratti umani, come ci capita di amare Joker, Tony Soprano o Don Draper. Qual è la differenza invece con personaggi come Skyler e Hannah? Se in sceneggiatura ogni personaggio deve necessariamente possedere un obiettivo esterno e interno, perché ci resta più semplice comprendere la scalata al potere di Walter White che non si fa scrupoli ad uccidere un bambino rispetto alla moglie alle prese con un figlio adolescente, una neonata e un marito da cui finisce per essere terrorizzata? Sarebbe troppo facile imputare la causa di questo doppio standard meramente alla misoginia della società che pure influisce naturalmente, ma ciò non ci permetterebbe di farne un’analisi seria.

Approfondendo la questione, ho scoperto che negli anni è fiorita un’intera letteratura riguardo il tema delle “donne difficili” sullo schermo, sulle quali una delle prime a scrivere è stata Emily Nussbaum.

In un celebre articolo del 2013 sul New Yorker riguardante Sex and the City, la giornalista conia il termine “difficult woman” per riferirsi a Carrie Bradshaw e le sue amiche. Ricostruendo una mini-storia della televisione, Nussbaum fa risalire l’antieroina addirittura a prima del primo vero antieroe della tv, Tony Soprano (Sex and the City è infatti del 1998, mentre I Soprano è uscito l’anno successivo). Nussbaum fa poi notare che all’inizio della serie i commenti degli uomini erano proprio uguali a quelli che avevo letto io stessa nel 2013 su Tv Time riguardo Skyler e Hannah. Carrie e le sue amiche si sarebbero così rese colpevoli di “scopare come gli uomini”, di non avere particolare interesse per figli e matrimonio e di essere anche lamentose e imperfette.



Con l’evoluzione della televisione e con la peak tv degli anni Duemila, l’antieroina si è sempre più diffusa a livello televisivo ed è diventata protagonista di tante serie di successo, come Orange is the new Black, Orphan Black, Fleabag e molte altre ed è diventata sempre più analizzata dal punto di vista critico e accademico. La “difficult woman” va distinta dall’antagonista pura, la Cersei Lannister: la differenza sostanziale è che per quest’ultima si riesce a provare quasi più empatia rispetto a Skyler White, forse proprio perché appartenente ad un universo del tutto finzionale, mentre Fleabag o Hannah potrebbero invece essere nostre amiche, vicine di casa, ma anche addirittura noi stessɜ in una certa misura e quindi vederle nei loro difetti così evidenti ci fa anche un po’ paura.


La domanda posta nel titolo è una domanda un po’ retorica a cui non so dare sinceramente una risposta, non so perché si faccia fatica ad accettare le figure femminili imperfette sullo schermo e sicuramente il gender dello spettatore non cambia molto l’opinione che si ha nei confronti di un personaggio femminile “fastidioso”, ma si può cercare di ragionare sull’evoluzione di questo processo in continuo mutamento.

Tra le serie già citate, Fleabag, scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge, ha come protagonista una donna difficile a tutti gli effetti. La protagonista della serie del 2016 però non ha mai ricevuto quel trattamento negativo destinato alle sue “sorelle maggiori”, anzi quasi ogni spettatore riesce ad empatizzare con lei e a comprendere il suo dramma, nonostante in alcuni aspetti sia anche moralmente peggiore della protagonista di Girls, testimoniando un cambiamento sostanziale nella percezione dei personaggi femminili. Se solo oggi è possibile vedere serie come questa si deve innanzitutto alle donne difficili incomprese che hanno preceduto la protagonista. Un altro fattore di fondamentale importanza per questo tipo di evoluzione è stato il movimento #MeToo che con la sua portata rivoluzionaria ha davvero sensibilizzato l’opinione pubblica sulla situazione delle donne nel mondo dello spettacolo spingendo su un maggior protagonismo femminile davanti e dietro la macchina da presa, che ha portato alla nascita di numerose serie tv al femminile. Tutte queste riflessioni connesse al movimento femminista sono poi anche eredi della terza ondata che fa dei media e in particolare della televisione un vero e proprio sito di lotta che la nascente quarta ondata eredita insieme all’intersezionalità come teorizzata da Kimberlé Crenshaw.



La rappresentazione sullo schermo quindi, ancora una volta, ha permesso alle nevrosi femminili e ai lati più oscuri delle antieroine di uscire allo scoperto, abituando lo spettatore ad una maggiore empatia e allontanandosi da stereotipi o tropes che relegavano le donne a personaggi di contorno o funzionali solamente a portare avanti la narrazione maschile.

Oggi quindi è l’epoca di Russian Doll, Feel Good, I May Destroy You e Euphoria, che danno voce a personaggi imperfetti e difficili, in grado di condurre le proprie narrazioni intersecando le varie difficoltà legate anche alla race, all’identità di genere e all’orientamento sessuale.

La storia della televisione dunque, ha saputo cogliere gli spunti del progresso della società permettendo anche allo spettatore di crescere e di riflettere di più sulla psicologia dei personaggi che sono diventati sempre più complessi e sfaccettati, andando oltre quella superficialità semplicistica che additava Skyler White semplicemente come una stronza.

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