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Le categorie "gender-neutral" ai festival del cinema e agli Awards

Prima o poi doveva succedere, ed è successo.

È stato il festival di Berlino il primo ad annunciare uno dei cambiamenti più chiacchierati dell’ultimo periodo che va a inserirsi nel più grande discorso sul “gender” approfondito solo negli ultimi anni.


Nel 2021 si passerà da avere le categorie “Miglior attore protagonista e non” e “Miglior attrice protagonista e non” alle uniche “Miglior performance protagonista” e “Miglior performance co-protagonista”, hanno annunciato i direttori della Berlinale Mariette Rissenbeek e Carlo Chatrian.

Quella che su carta può sembrare un’idea all’avanguardia cela però le sue insidie, o meglio, funzionerebbe in una società in cui ancora oggi non dobbiamo trovarci a discutere di disparità di genere, di razza e altre discriminazioni. Le intenzioni potranno anche essere nobili, ma i risultati potenzialmente disastrosi.

Di recente il tema del genere ha conquistato le prime pagine di giornali e siti web: un argomento ancora molto sconosciuto e mal compreso dai più ma che si sta facendo strada soprattutto in ambienti giovani e per così dire liberali. Diversa dall’orientamento sessuale, l’identità di genere è il senso di appartenenza di una persona a un genere con il quale si identifica (che sia esso donna, uomo o qualcosa di diverso).

Si capisce dunque che il tentativo di abbattere le etichette “Uomo” e “Donna” all’interno delle categorie di premi sia anche dovuto all’espandersi del concetto di genere per includere coloro che non si identificano con una di queste due polarità.

Ma, c’è sempre un ma.

Prendiamo per esempio Hollywood, una realtà che bene o male tutti conosciamo. Prendiamo anche ad esempio in primis la disparità di genere tra uomo e donna, poi ci concentreremo su altre minoranze, analizzando la produzione (in particolare i 100 film di maggiore incasso) del colosso cinematografico negli ultimi anni.



Dal 2011 ad oggi il totale di ruoli assegnati alle donne si aggira sul 33,5%.

Sempre dal 2011 ad oggi la percentuale di questi ruoli, questa volta in qualità di protagonista, scende a circa il 12%.

Nel 2018 solo il 9% dei cast non presentava enormi disparità.

Qui si è parlato semplicemente di pura presenza, senza prendere in considerazione percentuali che mostrano come gli uomini siano più spesso rappresentati in posizioni di leadership o sul posto di lavoro, in contesti violenti e criminali, come le donne siano maggiormente rappresentate come figura materna, spesso molto più giovani della loro controparte maschile, rappresentate in situazioni legate alla sfera sessuale, e protagoniste di scene di nudo.

Veniamo ora alla rappresentazione di altre categorie:

Nel 2016 il 76% dei personaggi femminili erano caucasici.

Nel 2018 soltanto 11 film presentavano una ragazza o donna non caucasica come protagonista o co-protagonista. Nel 2019 l’80% dei personaggi LGBTQ+ erano uomini e soltanto un film (Booksmart) presentava una ragazza parte della comunità come co-protagonista.

Insomma, questo è solo un assaggio, se siete interessati a tutte le statistiche vi consiglio di visitare il sito womenandhollywood.com oppure il sito seejane.org, progetto iniziato dall’attrice Geena Davis che tutt’oggi conduce studi e analisi sulla rappresentazione delle minoranze sullo schermo.

Se facciamo due conti, ancora una volta i favoriti sono gli uomini bianchi, etero e cisgender. Niente di nuovo sotto il sole.

Tornando al tema principale dell’articolo, ovvero l’introduzione di una categoria gender-neutral sarà più chiaro che le possibilità che il premio si assegni in modo equo sono pressoché nulle. Questo perché a prescindere dai film che verranno presentati, le candidature non saranno equamente distribuite poiché le produzioni vengono affidate in percentuali molto maggiori ad una sola “categoria” di persone relativamente ristretta, i già citati uomini bianchi, etero e cisgender.

Diverse figure di alto profilo si sono negli anni espresse sull’argomento. Spike Lee ha più volte fatto presente la problematica dei registi neri, a cui raramente vengono affidati progetti se prima non hanno dimostrato di saper portare a casa grandi successi.


Basti pensare alla categoria “Miglior regia” agli Oscar, da sempre “gender-neutral”. In 92 edizioni sono solo 5 le donne che hanno ricevuto una nomination (Lina Wertmüller, Jane Campion, Sofia Coppola, Kathryn Bigelow e Greta Gerwig) e soltanto una (Bigelow) è riuscita a portarsi a casa la statuetta.

Il Festival del cinema di Berlino è una piccola realtà nei confronti di colossi come Hollywood, però potrebbe dare il via al trend e sconvolgere la realtà dei premi così come la conosciamo.

Se da un lato Hollywood è estremamente incentrato sulle star e coglie ogni occasione per metterle in vetrina: dalle opulente cerimonie di premiazione dove i premi tecnici vengono sempre più rilegati in un angolino e assegnati durante le pubblicità o i fuori onda mentre gli attori ricevono differenziazioni tra i ruoli e i generi; a quanto le case di produzione puntino sulle loro star affinché il film venda (anche a scapito di registi, direttori della fotografia o altri professionisti dietro le quinte ugualmente di valore ma sicuramente meno conosciuti), dall’altro è anche un’industria che ci tiene a far vedere di essere al passo coi tempi, o almeno a fingere di esserlo.

Cosa succederebbe se per due anni di fila vincesse una donna?

Se normalmente agli Oscar vengono candidate 10 performance, in questo modo sarebbero solo 5. Cosa comporterà questa restrizione, soprattutto in termini di distribuzione delle candidature?

E se invece di unire le due categorie se ne creasse una aggiuntiva non binaria?

In una società come la nostra, cos’è meglio? Una categoria esplicitata che dia la possibilità a minoranze di venire riconosciute a scapito delle critiche che le vedono discriminate proprio perché esplicitate, oppure una categoria dove niente è esplicitato ma che statisticamente non dà possibilità a tutti di “vincere”?


La giusta misura sta forse nel mezzo, d’altronde sarebbe difficile fermare le iniziative derivanti dalla creazione di una categoria non binaria: Perché non una dedicata solo agli asiatici? Perché non una dedicata solamente alle persone con disabilità?

Sono tutte domande lecite che cesserebbero di esistere nel momento in cui la categoria fin da ora proposta fosse in grado di dare a tutti le stesse possibilità.

Per ora non resta che vedere come reagiranno gli altri festival (A Venezia l'attrice ricevente il premio alla carriera Tilda Swinton si è detta a favore), soprattutto quelli d’oltreoceano, e vedere se anche le premiazioni più altisonanti tra cinema e tv si conformeranno alle nuove regole.


A voi la parola.

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