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Louis Pisano si racconta a Kube: la speranza diventa fiducia nelle nuove generazioni


Chi è Louis Pisano? Certamente un talento creativo dall'animo estroso, ma definirlo solamente uno scrittore, un commentatore e fashion designer sarebbe davvero riduttivo: Louis è un’attivista che lotta per la parità e l’uguaglianza, e che ha fatto della moda il suo campo di battaglia.


La sua potrebbe sembrare una favola contemporanea: un giovane ragazzo che con tanta paura quanta caparbietà, giovanissimo ha fatto le valigie e lasciato la sua patria per seguire la sua strada in Europa, per coronare il suo sogno e trovare il suo spazio nel mondo della moda. Ma a differenza di una semplice favola, Louis si è dovuto scontrare contro una realtà ingiusta ed amara, contro un sistema - quello della moda - che da sempre nel suo interno si professa elitario ed esclusivo, ma che all'esterno decanta inclusività ed accettazione.

Louis ha dovuto affrontare tante sfide per riuscire ad ottenere ciò che meritava, denunciando senza paura le difficoltà che un uomo di colore deve affrontare in una società ancora tristemente retrograda e razzista, trasformando la sua voce in una potente ed affilata arma. E così, durante la sua sfida, Louis è riuscito a trovare nei social media un grande alleato da sfruttare, diventando una figura di rilievo sempre pronta a fare call out, denunciando fatti, persone e aziende, senza nascondersi dietro a delle false generalità ma esponendosi personalmente e direttamente, fiero di combattere per la totale parità dei diritti.


Kube ha avuto il piacere di conoscerlo per un'intervista esclusiva:



Kube: Ciao Louis, grazie per aver accettato di parlarci un po' di te. Sei una figura estremamente poliedrica: sei uno scrittore, un opinion leader, un commentatore, un disgregatore, uno stilista, ma come descriveresti il ​​tuo ruolo di creativo?


Louis Pisano: Mi descriverei come qualcuno che sta cercando di diffondere idee nel mondo su cui le persone possono approfondire, idee che possono utilizzare per informare i loro propri pensieri. Non voglio che le persone ripetano quello che sto dicendo o diventino come me, ma voglio ispirarle a trovare la loro direzione creativa e spingerle a fare ciò che vogliono veramente fare.



K: Quando hai deciso che la moda sarebbe stata la tua strada e che l'avresti seguita in Europa?


L.P: Quando avevo probabilmente 10, 11, 12 anni, era l'era di Britney Spears e dei Backstreet Boys e solo guardare tutti i bei vestiti che indossavano mi ha fatto venire voglia di entrare in quel mondo, lavorare con le celebrità per creare la loro immagine e i favolosi abiti attraverso i quali raccontano storie. È stato allora che ho capito che volevo fare qualcosa nella moda.

Per me l'Europa è stata la scelta logica. Adoro come la moda abbia così tanti punti che derivano dall'Europa. Anche se questo potrebbe essere il risultato del colonialismo, non si può negare che l'Europa abbia avuto momenti di moda molto importanti.


K: La tua carriera nella moda a Milano è iniziata attraverso la vita notturna. Come hai spesso raccontato anche tu, eri solito vestirti in maniera estrosa in queste nottate mondane. Credi che l’estro e la moda possano aiutare le persone a definire la loro identità?


L.P.: Può sicuramente essere un pezzo del puzzle che usi per esprimere te stesso. Per me uscire e vestirmi da pazzo era solo un aspetto della mia personalità che usavo per aprire una porta, per essere in grado di essere nelle stanze giuste con le persone giuste, in modo da poter poi mostrare gli altri lati della mia creatività.


K: I social media ti hanno dato l'opportunità di amplificare la tua voce. Sollevi spesso questioni importanti su Instagram, denunciando l'ingiustizia e lottando per l'uguaglianza. Per questo motivo ora sei visto come qualcuno che non ha paura di fare call out. Eri consapevole di questo quando hai iniziato ad esporti per la prima volta? E in che modo l'incarnazione di questo personaggio pubblico ha influenzato la tua vita professionale e personale?


L.P.: Direi che quando ho iniziato a fare "call out" ero davvero frustrato nella mia carriera perché avevo lavorato per un capo davvero tossico a Milano e ho assistito a molte cose che erano davvero incasinate e che facevano parte delle dinamiche più ampie di ciò che non va nel settore. Ero stufo di vedere me stesso o altri creativi neri non avere lo spazio e la visibilità che meritavamo. Ho pensato "Sono stanco di Milano, stanco di dover sopportare la gente ed essere gentile. Dirò ciò che penso e poi me ne vado."

Avevo già parlato di questi problemi prima, ma le persone mi avevano semplicemente ignorato, dicevano che ero solo geloso e quant'altro. All'improvviso, dopo George Floyd, queste stesse persone hanno iniziato a dire "wow, sei così intelligente, sai così tanto sull’argomento" come se non mi avessero chiamato pazzo arrabbiato per anni. Ci è voluto che un uomo venisse ucciso di fronte al mondo intero perché si rendessero conto che i creativi neri sono degni di tempo, sostegno, denaro e di spazio.



K: Deve essere incredibilmente frustrante. Quali sono stati i momenti più difficili e scoraggianti del tuo lavoro nell'industria della moda europea? E cosa ti ha spinto ad andare avanti?


L.P.: Ci sono stati così tanti episodi in cui ho visto persone bianche intorno a me che venivano celebrate, ricevevano spazio e venivo pagate molto bene facendo il minimo indispensabile, mentre io e i miei amici lavoravamo tantissimo e ci veniva chiesto di farlo per pochi centesimi o addirittura gratis. Non eravamo supportati.

Abbiamo ricevuto così tanti rifiuti, e non intendo dire semplicemente dei no senza spiegazione: ci sono stati così tanti tentativi espliciti di giustificare il razzismo con frasi come "dato il clima in questo paese, non possiamo avere una persona di colore in questa campagna" o "non vogliamo alzare un polverone intorno al marchio". Le persone che prendevano queste decisioni sapevano che stavano perpetuando un problema.

Mi spingerei a dire che c'è un certo tipo di avidità nell'industria della moda a Milano. Le persone non sono disposte a correre un rischio e vedere come va a finire qualcosa con la speranza di creare un cambiamento progressivo. Molte volte, sembra che vogliano solo fare quello che sono sicuri che li farà guadagnare immediatamente.


K: Recentemente hai parlato online della Legge Zan. Quali sono i tuoi pensieri al riguardo? Pensi che l'Italia sia ancora troppo arretrata su questo tema?


L.P: So che e’ banale dire che dovremmo tutti voler promuovere l’uguaglianza, ma non capisco perché questo disegno di legge sia stato bloccato in Senato dallo scorso autunno. Voglio dire, so che i legislatori non vogliono mettere in moto qualcosa che potrebbe potenzialmente turbare alcuni dei loro sostenitori, ma mi fa davvero accapponare la pelle. Perché c'è così tanta resistenza su una legge molto semplice che migliorerebbe davvero la qualità della vita di così tante persone in Italia? Non siamo più in nel medioevo, ma sembra che stiano ancora cercando di mettere a tacere e ridurre al minimo la comunità LGBTQ+ nel paese.



K: Ok, ora parliamo un po' di moda. Ultimamente è uscita la tua collezione per Levi's Unlabeled, totalmente genderless. Credi che il futuro della moda stia andando in quella direzione?


L.P: Sicuramente, ma penso che in futuro la moda senza genere non dovrà essere etichettata come tale. Penso che più le persone esplorano le proprie identità e più la società diventa aperta, questo porterà’ ad un cambiamento culturale: i vestiti non saranno più etichettati come "abbigliamento da uomo", "abbigliamento da donna" o addirittura "gender-free". Tutti i vestiti saranno per tutt* senza dover essere esplicitamente chiamati "gender-free". Per quanto riguarda i grandi marchi di lusso, li vedo sperimentare con specifiche collezioni gender-free, ma nel complesso non penso che adotteranno questo approccio perché ciò potrebbe confondere molti clienti di lusso, fidelizzati da anni, che non sono altrettanto progressisti o moderni.


K: Ultimamente sempre più brand stanno costruendo campagne attorno all'idea di inclusività. Secondo te è davvero quello che stanno cercando di ottenere o è solo facciata, un modo per rafforzare la loro immagine?


L.P: Penso che sia completamente una questione di immagine, una facciata. Perché non credo nemmeno per un secondo che le stesse persone che hanno lavorato per i vari brand per tutti questi anni senza difendere la diversità e l'inclusività, arrivando persino a bloccarle attivamente, all'improvviso abbiano aperto le loro menti a causa del movimento Black Lives Matter. Si sono semplicemente resi conto che al giorno d'oggi i social media hanno un’enorme influenza sul modo in cui la gente percepisce un brand. Nel corso dell’ultimo anno, hanno dovuto correre ad adattarsi alle nuove sensibilità sociali.


K: Lavori nell'industria della moda europea da anni ormai e vedi anche cosa succede nel backstage. Le cose sono cambiate in termini di inclusività da quando hai iniziato?


L.P:È stato tutto molto recente, nell'ultimo anno o giù di lì. Non direi che ad oggi la moda italiana sia completamente inclusiva, ma nell'industria della moda nel suo complesso ci sono stati molti cambiamenti nel campo della diversità. Soprattutto se guardi le passerelle di 10 anni fa dove tutte le modelle erano bianche, alte e magre, e poi guardi le passerelle ora: non tutti, ma alcuni brand stanno cercando di fare la differenza e si possono vedere persone di tutte le tonalità della pelle, stature e corporature. I marchi stanno iniziando a muovere i primi passi, ma non credo che sia dove dovrebbe essere. La società ha ancora un'idea ristretta di cosa sia la bellezza. Ad esempio, quando Gucci stava lavorando con la modella armena (Armine Harutyunyan) tantissime persone hanno postato commenti orribili sotto le sue foto, ed è divertente, o piuttosto triste, perché gli ideali di bellezza ristretti che hanno la maggior parte delle persone sono stati inizialmente spinti su di loro dall'industria della moda. E ora, quando l'industria cerca di cambiare quegli ideali, riceve un contraccolpo dai consumatori che hanno subito un lavaggio del cervello. Tutto ciò che è al di fuori dei tradizionali standard di bellezza spaventa le persone, perché è diverso da ciò che hanno cercato di ottenere per tutta la loro vita, diverso da ciò che hanno sempre ammirato. Quando vedono qualcuno su una rivista di moda che ha un aspetto diverso, un aspetto che gli è stato detto di ripudiare, ribalta tutte le loro convinzioni e li mette a disagio.



K: Quali sono le tue speranze per il futuro del settore?


L.P: Spero che arriveremo a un punto in cui non dovremo avere così tante conversazioni su ciò che deve cambiare. Penso che gran parte della vecchia guardia della moda provenga da un'epoca diversa e credo che inizieremo a vedere molti cambiamenti dalle prossime generazioni perché queste sono persone che sono cresciute con il concetto di rappresentazione. A loro viene naturale, senza bisogno di consigli e riunioni sulla diversità che durano mesi e mesi. Sono davvero entusiasta di vedere il futuro della moda in questo senso.


K: Come pensi che avverrà il cambiamento vero e concreto?


L.P: Quando chi prende le decisioni inizierà a guardarsi intorno e a chiedersi "Chi manca? Chi non è rappresentato?" E quando capiranno che i brand devono riconsiderare chi e’ che scrive le regole, riconoscendo che le persone che scrivono le regole hanno i loro pregiudizi e che questi pregiudizi fanno si che tutti gli altri, quelli che non sono già nella sala di comando, rimangano fuori. Che lo facciano intenzionalmente o inconsciamente.


K: Cosa pensi che ci vorrà perché ciò accada?


L.P: Penso che sarà generazionale. Perché i giovani hanno un modo di pensare diverso. Ad esempio, per me e’ ovvio che se riempi una stanza con persone uguali tra di loro tutte le idee che ne verranno fuori saranno banali e omogenee, quindi mi sembra logico voler riunire persone diverse per proporre idee nuove e innovative.



K: Ultima domanda, su quali nuovi progetti ti stai concentrando in questo momento?


L.P: Quello che ho fatto con Levi's era nuovo per me ed è andato bene, quindi in questo momento voglio allargarmi, scoprire cose nuove. Sono una persona a cui piace provare di tutto per testare le mie capacità. Per tanto tempo mi sono sentito rinchiuso dentro una piccola scatola, non in grado di crescere, ma ora ho tutte queste opportunità nella mia carriera e voglio esplorarle. Mi piace la moda, ma sto cercando di trovare quello che amo davvero.





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