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Måneskin, Achille Lauro, Harry Styles: demolizione del binarismo di genere o queerbaiting?


Foto di Francis Delacroix

La vittoria dei Måneskin all’Eurovision ha generato una moltitudine di reazioni sui social. Oltre ai meme sbeffeggianti la Francia, Italia Viva o incentrati sulla gamba di Damiano, si sta parlando molto, soprattutto sui profili femministi e legati al mondo LGBTQ+, del significato della vittoria della band romana rispetto queste cause.


Esistono essenzialmente due correnti di pensiero: una che la saluta come simbolica del passaggio ad un’era in cui sperimentare con la propria identità sessuale e di genere è sempre più normalizzato; l’altra, che la ritiene l’ennesimo caso in cui maschi presumibilmente etero e cisgender (Victoria de Angelis sarebbe l'unica dichiaratamente bisessuale) vengono celebrati per fare su un palco esattamente le cose per cui le persone LGBTQ+ vengono discriminate ogni giorno.


Per capire meglio queste posizioni, dobbiamo prima capire su cosa, rispettivamente, si concentrano: espressione di genere e queerbaiting.


L’espressione di genere e le radici coloniali e patriarcali del binarismo

L’espressione di genere è un insieme di caratteristiche fisiche, estetiche e comportamentali che permette di essere localizzati sullo spettro della femminilità-mascolinità. Spesso è correlata all’identità di genere, ossia il genere (inteso come costrutto psicologico e sociale) in cui ci si riconosce, ma non necessariamente.


Ad esempio, se proviamo a visualizzare una generica donna etero cis, probabilmente ce la figureremo coi capelli lunghi, in gonna, magari tacchi, truccata “ma non troppo”. E viceversa, vedendo una donna tradizionalmente femminile è probabile che assumeremo che sia etero. Eppure, una sua predilezione per vestiti oversize e scarpe da ginnastica non cambierebbe magicamente il genere di persone da cui può essere o meno attratta; né essere lesbica le precluderebbe abiti o ombretti.


Ci sono altre due caratteristiche che probabilmente contraddistinguono la vostra donna etero cis: è magra e bianca. Il motivo ha radici nel colonialismo.


In America, Africa e Asia, i coloni europei si trovarono di fronte popolazioni che non rispettavano le norme di genere a cui si erano abituati dopo l’Illuminismo, che aveva definito le differenze anatomiche (e quindi, “di sostanza”) tra uomini e donne. In molte di queste culture «esistevano più generi, non necessariamente legati all’anatomia, e i cui confini erano molto più porosi» di quelli dei colonizzatori. Gli intellettuali europei cominciarono ad usare questa differenza per giustificare la colonizzazione: nel 1886 Richard von Krafft-Ebing, neuropsichiatra tedesco, scrisse che «maggiore lo sviluppo della razza, maggiore le differenze tra uomini e donne.»



Questo significava porre gli europei all’apice dell’umanità, e approssimare le altre popolazioni ad animali da civilizzare. In questo modo i sistemi di genere (sia il genere come concetto che le pratiche associate) non europei sono stati quasi completamente cancellati, e contemporaneamente femminilità e mascolinità, in quanto poli, si sono legati alla whiteness.


Bisogna tenere presente che il binarismo femminile-maschile, diventato donna-uomo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, non vede questi due poli allo stesso livello. Al contrario, la definizione di queste due categorie come separate ed opposte serviva a giustificare il dominio degli uomini bianchi anche sulle donne bianche: le donne non erano come gli uomini, quindi non potevano fare le stesse cose degli uomini, o ci sarebbe stato un “mescolamento di genere” che si temeva avrebbe riportato la civiltà europea ad uno stato primitivo.


L’ansia di tenere distinte la sfera femminile e quella maschile da allora non ci ha più abbandonato: per le bambine fiocchi rosa e bambole, per i bambini fiocchi blu e macchinine. Poco importa se cosa è considerato maschile e cosa femminile è così specificatamente culturale, e quindi mutevole nel tempo, che solo fino agli anni ’30 del secolo scorso era il rosa ad essere considerato il colore più vivace (perché più vicino al sangue), e quindi mascolino; ogni deviazione è destinata a incontrare resistenza.


Per questo, vedere degli uomini in tv che si mettono i tacchi, si truccano e si baciano tra loro, senza ridicolizzare o essere ridicolizzati, può essere un invito a guardare oltre il binarismo, e ad accogliere espressioni e identità di genere meno standardizzate.

Ma è veramente un messaggio rivoluzionario, se a veicolarlo non sono mai persone dichiaratamente queer?


Queerbaiting e appropriazione culturale: chi usa le “cose da queer”

Anzitutto, cosa vuol dire “queer”: è un termine ombrello con più significati, ma essenzialmente identifica le persone che non si riconoscono etero e/o cis, ed eventualmente può essere rivendicato come una presa di posizione politica contro la normatività di questi sistemi.


Il queerbaiting, letteralmente “adescamento dei queer”, è una tecnica di marketing che mira ad attrarre consumatori queer, ma in maniera tale da non rischiare di allontanare il resto del pubblico: è evidente in ambito cinematografico e seriale, dove avviene scrivendo personaggi con atteggiamenti e caratteristiche tipicamente associate a queerness, ma che sono destinate a rimanere in secondo piano e mai ufficializzate, in maniera tale che se ne accorga il pubblico LGTBQ+, ma non quello etero cis conservatore. Si è però ormai diffusa ovunque, prodotti culturali e non, musica compresa.


Come scrive l’attivista, drag queen e content creator Daphne Bohémien, il queerbaiting «è una sorta di promessa non mantenuta»: promette rappresentazione senza veramente concederla, perché non è mai esplicita. Si maschera da cambiamento, senza mai mutare veramente nulla nella concezione comune.




Nel suo articolo, Bohémien si domanda quanto importi che Achille Lauro sul palco dell’Ariston abbia baciato un altro uomo, o usi boa di piume, se non accredita quel modo di sperimentare con la propria espressione di genere come queer; se non c’è alcun riconoscimento dell’influenza della cultura queer, e tanto meno delle persone che l’hanno creata e la vivono ogni giorno fuori dal palco, cosa renderebbe quella performance un servizio alla comunità LGBTQ+?


Se riconosciamo l’esistenza di un insieme di usanze, costumi e conoscenze condivise dagli individui LGBTQ+, possiamo definire l’esistenza di un’omonima cultura. E anche questa, come tutte le culture, può essere appropriata da individui della cultura dominante, che possono così godersene le peculiarità e trarne vantaggio economico, senza che la comunità della cultura appropriata riceva alcun ritorno. Questo secondo alcun*, in misure e con consapevolezze forse diverse, starebbero facendo, tra gli altri, i Måneskin, Achille Lauro, e Harry Styles.


Quest'ultimo, a fine dello scorso anno, è apparso sulla copertina di Vogue con un vestito, e ha fatto molto scalpore, causando da una parte accuse di stare uccidendo la mascolinità, e dall’altra di starsi indebitamente appropriando di un’estetica queer.


Interrogat* al riguardo, l* poeta e attivista non-binary Alok Vaid-Menon, più conosciut* come ALOK, ha risposto che, mentre ritiene che sia effettivamente un segnale dell’allontanamento della società dal binarismo di genere, non dovrebbero essere uomini bianchi a rappresentare questa virata gender neutral nella moda; che è possibile riconoscere l’importanza di questo evento, senza dimenticare che è stato possibile solo grazie alla resistenza di donne trans e persone non binarie di colore (nel senso generale di non bianche); che si può festeggiare l’ingresso della loro estetica nel mainstream, ma bisogna pretendere che lo siano anche i loro corpi.

«Posso sia celebrare tutto questo che essere cauto rispetto le dinamiche politiche della rappresentazione.»


Si può gioire della popolarità dei Måneskin, Achille Lauro e Harry Styles, ritenerla utile ad un primo scuotimento delle coscienze, senza attribuire loro un valore salvifico rispetto la decostruzione del binarismo di genere, né di rappresentazione queer. Possiamo gioire di un passo avanti; basta non fermarsi, e ricordarsi che al centro della conversazione deve esserci chi, sul palco, non è ancora stato fatto salire.