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  • Marianna Peperna

Marriage Story, storia di una crisi

Ad aprire la classifica dei film con il più alto numero di nomination alla settantasettesima edizione di Golden Globes c’è Marriage Story, l’ultimo film di Noah Baumbach, distribuito su Netflix il 6 dicembre scorso. La trama del film ruota attorno alla crisi matrimoniale tra Nicole (Scarlett Johansson), un’attrice e Charlie (Adam Driver), un famoso regista teatrale. La coppia non si ama più e vuole separarsi in maniera più indolore possibile anche per non nuocere al figlioletto Henry. Le circostanze e l’entrata in scena degli avvocati modificheranno però il percorso sereno che avevano programmato.



Marriage story più che la storia di un matrimonio quindi è la storia di una separazione: Baumbach mette in scena una crisi ma non mostra mai -se non a sprazzi- la relazione nel suo stato di quiete, la quale è evocata a momenti dai dialoghi e dalla sceneggiatura, acuta e dal ritmo serrato e che non lascia nulla al caso o all’improvvisazione.


Quello che il film mostra è l’analisi di una situazione di rottura di una relazione che -come se fosse una piccola storia nella storia- attraversa i tre atti della narrazione aristotelica: innanzitutto all’introduzione dei personaggi si accompagna la presentazione del conflitto, cioè la volontà di Nicole di divorziare, poi la situazione si acuisce e il nodo va a coincidere con il climax dello scontro fra Charlie e Nicole e i rispettivi avvocati, il quale si conclude poi con risoluzione della crisi, lo scioglimento del nodo con il divorzio avvenuto e le sue inevitabili conseguenze.


Baumbach non utilizza patetismi eccessivi per farci immedesimare nella vicenda: dal punto di vista delle modalità di ripresa i personaggi sono inquadrati spesso in campo lungo, ci sono molti piani-sequenza e i primi piani compaiono solo nella scena più intensa del film. Ciò che risulta quindi è anche un certo distacco nella messa in scena, che di certo non smorza il coinvolgimento emotivo dello spettatore. L’empatia che ci troviamo a provare nei confronti dei personaggi quindi non è incoraggiata da mezzi registici, bensì è evocata in modo assolutamente spontaneo dalla già citata sceneggiatura: assistendo ad una realistica messa in scena di un momento di sofferenza, soffriamo con i personaggi, umani e imperfetti come noi.



Differentemente da quanto si potrebbe pensare, in nessun momento lo spettatore è portato allo schierarsi nettamente con Nicole o con Charlie, questo perché come già detto, la narrazione del film è di tipo analitico a tratti asettico, ma anche perché la trama è costruita in modo da metterci di fronte a una crisi già avviata inesorabilmente: non abbiamo spazio di approfondire i personaggi oltre al tempo della durata del film, quindi ci possiamo basare soltanto sulle reazioni e i comportamenti che vengono presentati sullo schermo che ci mostrano due personaggi “colpevoli” in egual modo.

Nicole è stanca dalla sua vita a New York, lontana dalla famiglia e dal lavoro dei suoi sogni, si è per tanto tempo piegata al volere e all’ego di Charlie che dal canto suo ha realizzato i suoi obiettivi ma non ha mai chiesto a Nicole cosa volesse davvero, dando per scontato che le sue scelte fossero le migliori per entrambi e non avendo mai ricevuto esplicite lamentele dalla moglie.



I due hanno molto in comune, l’amore per il figlio, l’ambizione ma soprattutto nessuno dei due è disposto a rinunciare al proprio lavoro e alla propria realizzazione personale. Il conflitto che si presenta è quindi di base straordinariamente contemporanea, in un’epoca in cui sempre più donne lavorano e si distaccano dal ruolo tradizionale di madre e moglie, quanto può questa sudata uguaglianza compromettere gli equilibri familiari? Quanto è permesso ad una madre lavoratrice indipendente in una società come quella statunitense in cui la professionalità femminile è sempre più diffusa e la divisione dei compiti sempre più necessaria?


Emblematico a riguardo è discorso dell’avvocato di Nicole, interpretato da una grande Laura Dern: ella parlando con la sua cliente dichiara che le donne dovranno per sempre essere all’altezza di standard molto più alti di quelli imposti agli uomini, più specificatamente ai padri. Non è passato molto tempo da quando era quasi scontato che i padri fossero chiusi, assenti e inaffidabili e nonostante oggi le cose siano cambiate e ci sia una giusta rivalutazione dell’importanza della figura paterna, in qualche modo siamo proprio noi donne ad amarli e ad accettargli imperfezioni che invece a noi non sarebbero mai assolutamente tollerate. Charlie incarna proprio la figura del padre nella sua concezione contemporanea, responsabile e consapevole del suo ruolo e della inevitabile ridistribuzione delle mansioni la quale contribuisce al distaccamento da uno schema familiare di tipo patriarcale retrogrado e ormai superato.



Noah Baumbach dirige un film che narra in modo fine e delicato situazioni ormai comuni a moltissime coppie. A contribuire al ritratto veritiero della crisi è la performance dei due protagonisti, Adam Driver, il quale conferma di essere uno degli attori più talentuosi della sua generazione e Scarlett Johansson che consolida le sue doti attoriali riuscendo in qualche modo a riscattarsi dagli ultimi ruoli nei blockbuster della Marvel.


Quello di Baumbach è un nome noto nell’ambiente del cinema indipendente sia come sceneggiatore di Wes Anderson che come regista che con Marriage Story riprende tutto quell’immaginario del mondo dello spettacolo newyorkese già visto in film come Frances Ha (2012) scritto assieme alla compagna Greta Gerwig.


La coppia di registi sarà sotto i riflettori nella prossima stagione degli Oscar: Greta Gerwig, dopo il grande successo di Lady Bird, approderà nuovamente nelle sale con Piccole donne, in Italia a partire dal 9 gennaio, attesissimo film basato sul romanzo della Alcott che vede un cast di grandi nomi.



Con ben sei nomination ai Golden Globes, tra cui migliore film drammatico, miglior attore e attrice protagonista e miglior sceneggiatura, Marriage Story si presenta già come uno dei film più amati dell’anno, portando sugli schermi un conflitto dove entrambe le parti risultano sconfitte, rappresentando uno spaccato di vita in maniera spiccatamente sensibile e incisiva.



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