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Maschile Singolare, l'intervista ai registi Alessandro Guida e Matteo Pilati


Byron Rosero ©

Il 4 giugno scorso è approdato su Prime Video Maschile Singolare, il nuovo dramma romantico LGBTQ+ italiano che ha subito attirato l'attenzione di critici e appassionati. Distribuito in Italia da Adler Entertainment e all’estero da Vision Distribution, il film ha vinto il Premio del Pubblico all’Ortigia Film Festival e sarà in gara all’Umbria Cinema Film Fest. Il film, diretto dai giovanissimi Alessandro Guida e Matteo Pilati, ruota attorno ad Antonio (Giancarlo Commare), il quale si trova single dopo tanti anni e deve cercare di cavarsela e di cercare la sua identità al di fuori della coppia. Kube ha avuto il piacere di intervistare Alessandro e Matteo, che tra inaspettate ispirazioni e spunti innovativi ci hanno raccontato un po' di più su questo film così inedito per l'audiovisivo italiano.


Come vi siete avvicinati al mondo del cinema?

Alessandro: io comincio da giovanissimo… quante ore hai? Scherzo, cerco di essere rapido. Inizio da giovanissimo a realizzare cortometraggi con la telecamera che mi ero comprato organizzando tornei di calcio, già a sedici/diciassette anni. Non era così semplice come oggi che basta avere un telefonino per fare video, all’epoca era veramente complicato, poi ho continuato con un laboratorio di cinema al liceo. Successivamente ho avuto la fortuna di entrare al Centro Sperimentale qua a Roma ed è stato il momento di svolta, di upgrade, perché non solo hai l’opportunità di studiare con professori che sono dei professionisti del settore, ma hai la fortuna di avere dei colleghi dei compagni di classe che poi effettivamente diventeranno quasi sempre il futuro del cinema italiano. È capitato infatti che io ci collaborassi spesso anche dopo la scuola ed è stato l’inizio. Ho fatto l’assistente alla regia su tantissimi set di film e non solo, anche di spot e poi piano piano ho collaborato sempre di più come producer creativo sui videoclip fino a farne tantissimi, penso ai Måneskin, Ligabue, i Thegiornalisti, Fedez, ed è stata un’esperienza molto bella perché il motore di quello che realizzi è veramente il cantante e impari ad ascoltare molto tutto quello che accade sul set ed è un esperienza formativa da questo punto di vista perché ti insegna che non solo devi pensare alla tua visione ma anche a quella degli altri per realizzare qualcosa di importante. E poi successivamente ho avuto l’opportunità anche di fare dei corti come regista che sono stati un po’ secondo me una palestra per arrivare poi con la giusta esperienza al primo set di un lungometraggio che è stato Maschile Singolare, il primo film che ho diretto. Ciò che è successo è che poi la troupe di Maschile Singolare era una troupe di giovani professionisti che con me avevano collaborato per tanti anni sia ai cortometraggi che ai videoclip e agli spot, quindi era un gruppo molto unito che secondo me ha arricchito effettivamente la realizzazione del film, poi Matteo lo conosco da tantissimi anni e nonostante lui non ha fatto prima quasi mai il regista…

Matteo: Mai!

A: Ok, mai! Però ha collaborato per tanti anni con delle realtà che hanno a che fare con progetti audiovisivi. Maschile Singolare è stata la mia prima esperienza da regista ma ho continuato subito con delle altre perché ho avuto l’opportunità di fare una serie per Sky e adesso ho appena fatto un documentario importante di cui non posso dire molto che uscirà sempre su piattaforma e ora sto già lavorando su nuovi progetti.

M: Io al mondo del cinema mi ci sono avvicinato da piccolissimo, perché quando ancora non parlavo mio babbo mi faceva guardare i film di Chaplin e Buster Keaton che erano film muti e quindi insomma comprensibili anche a chi non sapeva ancora parlare. Mia madre mi ha fatto appassionare a Guerre Stellari, il primo film che ho visto al cinema fu Indiana Jones e l’ultima crociata. Poi quando ero ragazzino mio babbo aveva la videocamera e facevo tanti esperimenti di riprese, di montaggio, come abbiamo un po’ fatto tutti, chi per gioco, chi per cose più serie. Al liceo ci fu un corso di cinema organizzato dalla mia prof di lettere che mi aprì gli occhi sulle possibilità che questo mezzo espressivo dava. Ovviamente anche I Bellissimi di Rete 4 e Fuori Orario hanno avuto un’importanza molto forte sulla mia formazione di cinema ma anche in generale. Non ho finito l’università e neanche Ale ha finito l’uni, è una cosa che ci accomuna perché anche io sono finito al Centro Sperimentale, di Milano però, poi ho fatto altre cose, progetti in televisione che non c’entrano con il cinema, questa è la mia prima esperienza.

A: Però sono importanti!

M: Sì, sì, sono state indubbiamente importanti anche perché comunque l’audiovisivo anche sotto forma di reality show ti insegna a raccontare storie, è sempre questione di raccontare storie, no?


Maschile Singolare è frutto di una regia collettiva, come è stato riuscire a coordinarvi?

A: In realtà molto semplice! Perché uno pensa “ah, oddio ci sono due registi”, in realtà noi avevamo scritto il film insieme anche con Giuseppe (Paternò Raddusa, ndr), e già lì c’è stato un momento di confronto, poi ci conosciamo da tanti anni, siamo amici.

M: Siamo rimasti amici anche dopo il film, quindi…

A: Sì, poi guarda, nel cinema non esistono regole ma quello che impari sul set è che la cosa più importante come accennato poco fa è quello di imparare ad ascoltare gli altri e capire che magari non devi dire “non mi piace” ma piuttosto dire “forse questa scena non funziona Matteo, proviamo a farla in un’altra maniera”, quindi neanche fornire una soluzione perché magari sarebbe sbagliato perché vuol dire che imponi la tua visione, ma cerchi di stimolare l’altro a trovare qualcosa di condiviso. Poi è successo che magari avevamo anche dei punti di vista diversi in alcune circostanze però in quel caso io credo che funzioni -un lusso che puoi avere solo nel cinema- la regola del doppio ciak. Cioè, giri un ciak come vuole Matteo e un altro secondo le mie indicazioni e questa è anche una cosa che forse ha divertito gli attori e la troupe sul set perché effettivamente hai l’opportunità non di girare due film ovviamente, ma in alcune circostanze ti trovi due scene diverse e al montaggio scegli qual è effettivamente quella più funzionale.

M: Diciamo che comunque io e Ale abbiamo due caratteri molto forti, molto decisi sulle cose che vogliamo, nel 90% dei casi eravamo perfettamente d’accordo su dove dovevamo andare, su come dovevamo farlo etc. abbiamo ovviamente avuto qualche divergenza, ma si trattava di piccole cose più che altro. È stato un lavoro estremamente condiviso e con un’ottima sinergia. Tanto che l’altro giorno un amico comune ci ha detto “si sente quando ci son le battute scritte da Ale e quelle scritte da te” e mi ha citato una battuta scritta da me, quella della Champions League. Quindi abbiamo davvero cercato di unire le forze non solo per necessità ma anche per creare qualcosa di valido.



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Maschile singolare è un po’ un film inedito nel panorama italiano nonostante sia una rom-com classica. Quali sono state le vostre ispirazioni?

A: Marianna devi sapere che l’hobby preferito di Matteo, ma neanche il suo hobby, quello che fa tutti i giorni, è vedere un film vintage preferibilmente realizzato prima degli anni ’90, quindi più di 30 anni fa e sostanzialmente forse batte in questo sai tipo Morandini e Mereghetti che sono quelli che fanno il dizionario del cinema…

M: Non è assolutamente vero… non è così, però il film è zeppo di citazioni di film che amiamo molto che sono omaggi quasi sacrileghi a capolavori ai quali sarebbe davvero ardito accostare il nostro film. Però ti faccio un esempio, ti butto lì, se sei un po’ cinefila c’è una sequenza iniziale in cui abbiamo citato in maniera molto esplicita Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman. Nel finale del film anche qua c’è un esplicito riferimento/omaggio a Una donna tutta sola, un film di Paul Mazursky che non tutti conoscono purtroppo con una puntina di Com’eravamo di Sidney Pollack, il mio film preferito. Personalmente amo molto il cinema di Ettore Scola, Woody Allen, Pietrangeli, oppure anche altri riferimenti, il rapporto tra Dennis e Antonio è un po’ ricalcato su quello tra Madonna e Rosanna Arquette in Cercasi Susan Disperatamente che è un riferimento di meno di 40 anni fa perché è un film dell’ ‘85. Ci sono cose anche non volute, ci sono alcuni riferimenti che possono riguardare Un tram chiamato desiderio per citare Tennessee Williams, Elia Kazan, solo che noi al posto di Marlon Brando abbiamo Saurino che comunque è un ottimo sostituto.

A: Quando Matteo diceva queste cose in riunione prima di iniziare le riprese c’era anche Giuseppe lo sceneggiatore che è anche un altro esperto di cinema. Io anche ho fatto il Centro Sperimentale, però dormivo di solito durante le ore di storia del cinema perché ci facevano vedere questi film un po’ vintage anni ’60/’70 alle 8 di mattina, per me quindi era dura rimanere sveglio… la cosa che mi faceva sorridere è che Matteo appunto ci teneva tantissimo a questa cosa ma secondo me erano tutti riferimenti veramente di film importanti che fanno parte del passato ma che moltissime persone non conoscono e quindi potevamo effettivamente inserirle senza risultare ridicoli o comunque fuori di testa. L’unica cosa che invece secondo me è importante è che siccome non avevamo tante persone e non potevamo permetterci molto -io amo il cinema spettacolare- l’unica risorsa che avevamo, l’unica possibilità di fare spettacolo era attraverso i nostri attori che secondo me erano veramente molto talentuosi. Ho detto a Matteo che secondo me non dovevamo utilizzare dettagli, campi lunghi, dicevo “stiamo sempre con la macchina da presa molto addosso ai nostri attori” perché veramente in questo modo, specialmente per il protagonista Antonio interpretato da Giancarlo Commare che è bravissimo, chiunque si innamorerà con lui, e empatizzerà con lui, cioè la macchina da presa si muove solamente attraverso i suoi movimenti e attraverso le sue emozioni e questa è una regola del cinema di un regista poco conosciuto che è John Cassavetes, forse è l’unica cosa che ho imparato al Centro Sperimentale. Lui che faceva i film low budget che comunque erano molto più ricchi lo stesso dei nostri consigliava questa cosa. Forse è l’unico appunto a cui mi sono aggrappato tra i grandi autori del cinema per realizzare Maschile Singolare.


Nonostante Maschile Singolare sia una commedia romantica è la storia di un personaggio più che di una coppia, cosa volevate trasmettere con ciò?

M: Il film parla di autorealizzazione e di scoperta di se stessi e secondo noi era giusto che ci fosse un happy ending in questo senso, perché Antonio capisce se stesso e si rende conto che l’errore che ha fatto nelle precedenti relazioni è stato quello di lasciarsi andare e fare la stampella del proprio compagno. Quando si accorge che c’è questo rischio lui decide…

A: Non fare spoiler!

M: Niente spoiler! Il finale secondo me è un happy ending aperto perché: Antonio avrà una relazione a distanza? Tornerà immediatamente tra le braccia del fornaio?

A: Senza che dici troppo, la risposta giusta è: secondo me i film più interessanti, quelli che rimangono, sono quelli che pongono una domanda, cioè tu hai visto il film e non hai chiuso lì. Veramente lasci molta apertura allo spettatore che quando si alzerà dal divano di casa sua, dal letto come succede spesso a me che guardo film per addormentarmi, tu ti alzi e pensi “cosa accadrà a quel protagonista? cosa succederà? come andrà avanti la storia?”. Questo non solo perché poi magari uno ha l’occasione -anche se Matteo li odia- di poter fare un sequel, ma a parte questo credo che sono effettivamente le storie che ci rimangono di più. È un finale aperto dove noi -ora non ci sentiamo così importanti- ma in quanto autori abbiamo effettivamente non dato una risposta su quel tema, ma lasciato una domanda, un interrogativo allo spettatore che dirà “mh sono d’accordo/non sono d’accordo” o ancora meglio “io proseguirei così/me l’aspetto così” e secondo me le storie che ti permettono di arrivare ad un finale del genere sono probabilmente dal mio punto di vista le più interessanti.



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Nel film ad un certo punto Antonio sembra essere dipendente quasi dalle dating app, secondo voi ad oggi quanto queste influenzano i rapporti sociali?

M: Con grande soddisfazione Marianna posso dirti che in questo caso siamo troppo giovani per rispondere, perché almeno io ho iniziato a usare internet e le chat ancora prima di iniziare ad avere interessi romantici o carnali quindi per me ci sono sempre state, è uno strumento che ho sempre utilizzato, però ti posso dire che secondo me di questi strumenti, di questi mezzi, in tv e al cinema spesso viene data una rappresentazione un po’ moralista e morbosa come se fosse qualcosa che ha a che fare con la trasgressione, con la dipendenza, qualcosa di cui pentirsi, qualcosa di squallido. In realtà per me non è così perché nel nostro film abbiamo cercato di mostrarle per quello che sono, uno strumento che può aiutare a divertirsi, magari per trovare l’anima gemella, ma che ovviamente, come dappertutto, ci sono in agguato delusioni, truffe, truffe romantiche, anche se Antonio non ce l’ha una truffa romantica vera e propria.

A: C’era ma l’abbiamo tagliata! Io sono un po’ più old school rispetto a Matteo, penso ad alcune applicazioni molto famose, Tinder ma anche Grindr nello specifico, non l’abbiamo potuto citare ma nel film il riferimento è evidente. Io penso che l’unico limite che forse hanno creato, sono d’accordo con Matteo, non voglio fare il bacchettone, forse però la cosa che mi colpisce di più specialmente nelle nuove generazioni – sto diventando un po’ come mio padre- è che vedo le nuove generazioni che hanno maggiore difficoltà forse a “provarci alla vecchia maniera”, cioè nel senso, un tempo c’erano locali, serate, situazioni e posti dove era facile socializzare poi ti imparavi a conoscere, e l’arte del rimorchio era anche insomma abbastanza interessante ora si è spostata dove forse la cosa più importante è riuscire a comunicare attraverso le app, anche imparare a rimorchiare attraverso le app non è una cosa scontata e vale per tutti eh, uomini, donne, a prescindere dall’orientamento sessuale ci sono delle tecniche.

M: Beh ci sono delle tecniche anche nel vis a vis, se vai in un locale…

A: No, lo so, però penso che vis a vis un timido o una persona non può troppo impostare…la faccio più sintetica: forse attraverso le app si è persa un po’ di curiosità, le nuove generazioni hanno perso un po’ di curiosità e secondo me la cosa più interessante quando conosci una persona è scoprirla e anzi ti dirò di più, tutti dicono sempre “cos’è per te l’amore? cosa vuol dire innamorarsi?”, per me una persona si innamora dell’altra quando entra a contatto e vuole far di tutto per entrare nella vita di quella persona. Le app ti rendono questo processo più veloce e immediato, sempre che quello che ti viene mostrato sia la verità… la curiosità è capire “ma starà dicendo il vero?”. Quando incontri una persona con cui hai chattato, ti sei scambiato foto, già sai molto, invece quando ti accade davanti una birra, per strada, a scuola, in gita, in vacanza c’è tutta quella scoperta. Un po’ quella cosa si perde…


La storia del cinema lgbtq+ in Italia è molto povera. Da cosa è dipeso e perché oggi che comunque abbiamo fatto un po’ di passi avanti non c’è una rappresentazione dignitosa di questo tipo di dinamiche?

A: in realtà sono un po’ ottimista, nel senso che credo che effettivamente qualcosa è cambiato specialmente attraverso le piattaforme, penso a Netflix o a Prime Video che hanno lasciato un po’ più di spazio e visibilità, sono stati uno stimolo per tanti giovani autori a raccontare e realizzare serie e film con personaggi appartenenti alla comunità. Poi io mi auguro che questo accada sempre di più e magari possa essere una spinta forse anche per le tv generaliste, per le produzioni più classiche abituate a fare film un po’ più mainstream dove non deve esserci timore o stereotipo di raccontare personaggi omosessuali, lesbiche, transgender. Deve esserci effettivamente quella voglia di dire “sai sulle piattaforme ha funzionato, forse potrebbe funzionare su larga scala”, perché il riscontro che c’è stato è che questi film non sono solo rivolti a quel tipo di pubblico, ma anzi sviluppa non solo interesse in tutti ma per di più ti insegna a conoscerli davvero, perché non ne hai l’opportunità. Penso a tante persone che davvero effettivamente non vengono a contatto con la comunità per tanti motivi, forse vengono da alcune realtà dove la comunità lgbtq+ non c’è e se esiste è ancora ahimé -se posso usare questo termine- ghettizzata, dove i punti di contatto sono difficili. Devo dire la cosa che mi ha colpito di più, penso a riferimenti italiani come Skam Italia che è una serie che forse conosci, ha avuto la seconda stagione tutta incentrata su Martino che doveva affrontare tutta la storia del coming out, ed è rivolta ad un pubblico giovane e secondo me fa bene avere una serie di questo tipo, è veramente un grosso stimolo per i giovani che la guardano della comunità perché poi si possono riconoscere ed è raccontata con estrema semplicità, profondità e senso di realtà ma contemporaneamente anche l’omofobo che per assurdo la guarda perché gli capita di vederla può dire “beh forse quello che pensavo non è così giusto, forse capisco e mi ritrovo nei sentimenti di quella persona che all’inizio sentivo distante”. Il cinema ha questa capacità e la serie tv ancora di più di avvicinare un pubblico molto lontano da quei temi e da quel mondo.

M: io aggiungo che in Italia c’è un pregiudizio un po’ sciocco, cioè l’equazione film con personaggi gay = film che interessa solo ai gay e basta e quindi poco interessante dal punto di vista commerciale. È quello che ci hanno detto prima produttori poi distributori che hanno letto la sceneggiatura e poi visto il film finito. Poi io non credo che questo pregiudizio riguardi esclusivamente le tematiche lgbtq+, è più una paura di rischiare ogni volta che si popone qualcosa di nuovo, originale e diverso. Non voglio fare l’avvocato del diavolo ma purtroppo sono tempi molto difficili e tendenzialmente capisco che ci sia paura a rischiare, che è la ragione se vuoi per cui anche le grandi major propongono remake, live action, sequel di prodotti che sono già noti, che già funzionano e che già hanno una fanbase. Come diceva Ale, credo che nel nostro piccolo abbiamo dimostrato che nel mercato c’è spazio anche -non che quello che abbiamo fatto è meglio di Cruella- ma che c’è spazio per Cruella ma anche per prodotti diversi come il nostro perché c’è un pubblico che se l’è andato a guardare

A: scusa se aggiungo questa cosa, a me non piace parlare di prodotti perché se fai cinema fai progetti perché c’è una grossa differenza, non solo dal punto di vista commerciale perché tu abitui il pubblico a ricevere qualcosa e se tu, faccio un esempio stupido culinario, abitui il pubblico alla pizza e che ne so al McDonald’s e invece poi gli insegni che c’è il thailandese, il messicano, che la cucina vegetariana non fa così paura, può essere interessante. Molto spesso dicono “eh ma il pubblico non è pronto a ricevere questa cosa”, tu devi piano piano seminare, poi non ti nego un elemento fondamentale, noi potevamo girare con le poche risorse che avevamo Maschile Singolare in modo molto più autoriale, ma invece io volevo che a livello proprio tecnico-espressivo, Matteo era d’accordo in questo, che girassimo il film in modo molto pulito, molto diretto, già la storia era particolare, non volevamo che ulteriormente potesse crearsi un filtro tra lo spettatore e la storia del film. Il nostro tentativo era quello di abbracciare un pubblico molto ampio e secondo me è quello che tentano di fare anche altri registi quando affrontano storie legate a tematiche lgbtq+. Poi ripeto, ci deve essere la capacità del produttore, del distributore nel comunicarlo e nel far capire che questo film non è solo rivolto a determinate persone ma può essere molto largo.



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Che storie vi piacerebbe vedere di più in tv in Italia?

M: il mio desiderio più grande è di vedere nuove puntate di Storie Maledette con Franca Leosini anche se sta preparando un nuovo programma e naturalmente anche di Un Giorno in Pretura. In questo preciso momento siamo orfani di Chi l’ha visto che è in pausa estiva e non vedo l’ora che anche a settembre ci siano nuove storie e nuovi casi per Federica Sciarelli e lancio un appello agli amici di Raiplay o qualsiasi OTT per fare delle compilation verticali dei casi di Chi l’ha visto così vado lì e me le guardo. Questo è quello di cui sento il bisogno.

A: Matteo non guarda la tv, ne guarda pochissima… le sere di Matteo sono sempre davanti alla pizza e alla tv!

M: C’è posta per te c’è anche nel film, quindi credo non ci sia neanche bisogno di dirglielo…

A: io sarò molto più sintetico, quello che mi auguro è che effettivamente sia il cinema possa intanto ripartire in maniera forte perché in questo momento è veramente in crisi ma principalmente il covid ha dato la mazzata finale. Precedentemente già era in difficoltà perché appunto si è disabituato il pubblico ad andare a vedere un film in sala dove invece secondo e è importante perché è una visione di tipo diverso, è una visione collettiva, è una visione dove si è molto più concentrati, hai la possibilità di veramente entrare in quella storia perché non ci sono elementi esterni. Però penso che non sia come posso dire una patente per essere migliore rispetto al poter fruire un film in tv o sulle piattaforme che danno tante opportunità a chi magari non andrebbe mai al cinema, magari il film lo vede quando vuole, sul treno in viaggio, in aereo. Viaggiando tantissimo mi accorgo che la gente non fa altro che guardare film e serie nella modalità che vuole. La cosa più importante secondo me e quello che mi auguro sia per il cinema che per la tv è che ci sia appunto per questo motivo tanta varietà, cioè siccome ormai è diventato uno strumento molto più accessibile, se non si vuole “essere sconfitti” dai contenuti brevi perché ormai anche mia madre è regista, fa le sue storie Instagram ed è convinta di essere più brava di me, cioè tutti quanti ormai sono, come posso dire, protagonisti di video o di audiovisivi perché ormai tutti caricano tra TikTok, Instagram, anche Facebook delle proprie storie raccontate attraverso le immagini. La nuova generazione, i bambini di 5/6 anni non guardano più i cartoni animati da mezz’ora, loro dopo quindici secondi, venti secondi vogliono vedere un nuovo video diverso, è tutto molto più veloce. Quello che dobbiamo fare non è solo la qualità, che sarebbe scontato, ma invece è dare spazio a 360° a tanti tipi e forme di racconto e di storia. Quello permette insomma secondo me di riuscire a portare te dal bambino più piccolo alla persona più anziana e quindi di legarli con una varietà di storie, perché magari non possiamo cambiare il formato, abbiamo sempre per raccontare un film 80/90 minuti almeno o un tot di puntate, non possiamo fare 15 secondi come una storia Instagram e allora è importante dare tanta varietà, non trovare solo lo stesso tipo di film, solo lo stesso di serie, averne tante modalità, perché secondo me quella è la situazione migliore. Dopo queste parole spero che Rai Fiction mi proponga a una scrivania importante!


Quali sono vostri prossimi progetti?

A: Matteo deve stirare, probabilmente, tra poco! No, dopo Maschile Singolare io ho fatto delle miniserie tv per Sky Uno e penso che proseguirò in questo senso, poi ho da poco realizzato un documentario che uscirà più in là ma non posso dire troppo perché è per una piattaforma importante però sto scrivendo progetti miei che spero di realizzare. Siccome con Matteo e Giuseppe ci siamo trovati molto bene spero che magari che ci sia la chance di fare qualcosa assieme perché penso che loro siano persone non solo molto talentuose e con una grande capacità creativa, ma è bello lavorarci insieme perché comunque quando lavori con amici e persone con cui puoi confrontarti e che hanno i tuoi stessi obiettivi anche se hanno visioni molto diverse sei già un passo avanti. Spero di continuare con le mie cose ma son convinto che avremo anche molto presto l’opportunità di fare qualcosa di ancora migliore e ancora più stimolante insieme perché poi il modo giusto di affrontare secondo me il lavoro di regista è fare qualcosa che ti piace, che ti interessa e ti porta poi a migliorarti

M: io penso che sia io che Ale abbiamo le caratteristiche per dirigere da soli, volare ciascuno con le proprie ali, le caratteristiche e le ambizioni di volerlo fare. E mi sembra giusto provare a farlo perché non è detto che riuscirò a farlo…

A: vedi lui ha sempre questo pessimismo…

M: no, non è pessimismo. Mi rendo conto che è difficile perché di tanti autori che magari hanno fatto un primo film brillante e pazzesco, poi non se n’è più sentito parlare, quindi dovrò lavorare bene per riuscire a realizzare eventualmente un secondo film, mi piacerebbe, durante il lockdown ho avuto tanto tempo per scrivere tanti progetti di tipo diverso, tutti molto diversi da Maschile Singolare che inizierò presto a proporre in giro e forse magari qualcuno di questo si concretizzerà, magari no

A: per sintetizzare forse la sua risposta forse la cosa più facile sarebbe stata realizzare un sequel o un film molto simile a Maschile Singolare. Sarò sincero, visto che abbiamo avuto questo piccolo successo dato da una favola è accaduto di aver avuto subito l’opportunità che ci proponessero qualcosa di simile, ci abbiamo riflettuto e non lo escludiamo. Matteo effettivamente ha scritto dei progetti molto eclettici, molto diversi che comunque dimostrano il fatto che abbiamo ambizioni importanti e anche la voglia di cimentarci e provare qualcosa di diverso e non rimanere solo nell’area comfort di alcuni tipi di storie. La cosa più importante, siccome sono molto affezionato a Maschile Singolare e penso che abbiamo fatto un buon lavoro e sono rimasto colpito che ci sono tant* fan del film che vogliono vedere come prosegue. È un mondo che sarebbe ancora bello esplorare nuovamente, dico solo questo, effettivamente tutti quanti compreso il cast siamo sempre insieme. La cosa più bella è che abbiamo costruito un gruppo di lavoro interessante molto unito e questo ci può dare anche gli stimoli sia per provare qualcosa di diverso o tornare insieme, insomma in qualche modo c’è la voglia di fare qualcosa di importante nuovamente.





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