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  • Francesca Sarati

Maternità femminista!


Sono le tre del mattino. Il neonato piange. La neo-mamma, visibilmente stanca e dolorante, si alza lentamente dal letto con indosso la biancheria apposita per affrontare il post-partum. Si siede sul gabinetto, poi si alza, riempie il flacone con dell’acqua per lenire il bruciore alla vagina durante la minzione. Il neonato continua a piangere. La donna cambia l’assorbente e applica una schiuma apposita per dare sollievo alla vulva infiammata.

Questa pubblicità realizzata da Frida Mom - brand nato in Svezia da un dottore specializzato in pediatria con lo scopo di proporre prodotti sicuri ed igienici per genitori e bambini - è stata rifiutata dallo show degli Oscars 2020 e dalla ABC a causa del suo “contenuto esplicito e poco appropriato”.



L’obiettivo di Frida Mom era quello di mostrare i primi giorni dopo il parto nel modo più autentico e genuino possibile


La maternità non è fatta di rose, fiori e dolcezza. Questa narrazione è inequivocabilmente nociva e contribuisce alla diffusione di informazioni errate e occultate, conseguentemente, molte neo-mamme non si sentono preparate a sufficienza per affrontare un momento delicato e talvolta fragile come il parto e i giorni immediatamente successivi.


La Academy of Motion Picture Arts and Science stabilisce che le pubblicità che includono: candidature politiche, messaggi religiosi, armi, pistole, prodotti di igiene femminile, pannolini da adulti, preservativi e rimedi per le emorroidi sono proibiti. In una email, la stessa Academy ha suggerito a Frida Mom di proporre una rappresentazione “più delicata” del post-partum. Eppure questa è la vita reale.

It’s not too graphic!It’s real life!

Ashley Graham è una modella e attivista che utilizza la sua piattaforma su Instagram per mostrare come cambia il corpo delle donne durante la gravidanza.

Nessuno parla del recupero e della guarigione che le neo-mamme affrontano. Non è tutto arcobaleni e farfalle! È stato difficile. Sono incredibili gli ostacoli che dobbiamo affrontare per parlare realmente di quello che le donne provano.

Claire Holt, attrice australiana, lo scorso anno ha pubblicato una foto con il figlio mostrando quanto l’allattamento sia complicato e talvolta doloroso.

Questa ero io ieri dopo un allattamento difficile. Esausta, sofferente e abbattuta. Spesso mi sono sentita così dopo l’arrivo di mio figlio. Non mi sento all’altezza, sento di non essere abbastanza. Ditemi che non sono l’unica?

A questo proposito mi sento di specificare una cosa, il femminismo è inclusivo, questo significa che è necessario parlare anche di maternità consapevole per offrire alle donne che vorrebbero aver dei figli strumenti utili e informazioni adeguate. Credo che ogni persona debba conoscere determinati aspetti della maternità (even the messy parts), non tanto per replicarli, la libertà di scelta consapevole è sacrosanta, ma perché è giusto sapere cosa affrontano le donne senza narrazioni bucoliche e strumentalizzate. Ma soprattutto per una questione di giustizia. Le idee e le aspettative intorno all’essere madri impattano su tutte le donne, che abbiano figli o meno. È una questione, oltreché di genere, sociale. La maternità deve avere il femminismo dalla sua parte. Il fatto che una donna non voglia figli, non le impedisce di occuparsi di ciò che accade alle donne che invece decidono di partorire.


Emma, nel libro a fumetti Bastava Chiedere! Dieci storie di femminismo quotidiano, racconta di una delle dieci esperienze che l’hanno portata al femminismo: la maternità


Cinque anni fa tornai al lavoro dopo il congedo di maternità. A pranzo le colleghe cominciarono a parlare dei loro programmi estivi. Io dissi: “Parto tra tre settimane per la Gran Bretagna.”


“Cosa? Vai di nuovo in vacanza? Te la prendi con comodo”.

Ho subito ripensato al parto. Sono stata fortunata, è stato molto veloce, solo sei ore di contrazioni…e venti minuti di spinte. Poi mi hanno sistemato in camera con mio figlio. Forza coraggio almeno ora potrò dormire un po’.


Alle 20 ho messo mio figlio nella culla e ho chiuso gli occhi. Alle 21 si è messo a piangere per un’ora di fila. Alle 23 è arrivata una puericultrice: “Salve è l’ora della poppata.” I pianti e il viavai del personale si sono susseguiti fino al mattino. A quel punto è entrata in camera un’altra puericultrice: “Venga con me al nido, le mostriamo come si fa il bagnetto.” Non avevo dormito, non capivo niente e avevo male dappertutto. (Emma piange), Il compagno: “Cosa c’è tesoro?”, L’infermiera: “È il post-partum signore.”


Una volta giunti a casa dopo il parto - racconta Emma - piangeva sempre tanto. La notte bisognava dargli da mangiare ogni tre ore. Ogni volta faticavo a riaddormentarlo. E poi a riaddormentarmi. Dopo 11 giorni il mio compagno è tornato al lavoro. Passavo le giornate da sola con mio figlio, in lacrime. La sera ogni minuto di ritardo sembrava durare un’eternità. Cinque settimane dopo mio figlio ha cominciato a dormire tutta la notte. Ed è a quel punto che ho ripreso a lavorare.


In Italia le madri hanno diritto a tre mesi di maternità dopo il parto (astensione obbligatoria dal lavoro). Il congedo di paternità è riconosciuto dal momento in cui si verificano determinati eventi riguardanti la madre del bambino: morte o grave infermità, abbandono del figlio da parte dalla madre, affidamento esclusivo al padre, rinuncia parziale o totale della madre lavoratrice al congedo di maternità alla stessa spettante in caso di adozione o affidamento di minori (inps.it).


Molte donne vengono diagnosticate con la depressione post-partum


E' una condizione scientifica (quindi normalizzata) derivante dagli ormoni. La faccenda è ben più complessa. Le istituzioni relegano la maggior parte del lavoro alla madre. Il parto è sfiancante, tanto fisicamente, quanto psicologicamente. In caso di parto naturale, è altamente probabile che la vagina debba essere suturata, lo sforzo è immane, spesso si protrae per molto tempo e il travaglio dura ore, talvolta giorni. Il cesareo non è da meno, serve diverso tempo per curare la ferita, evitare che si infetti e bisogna prendere le giuste precauzioni affinché si rimargini correttamente.

Dopo il parto non c’è modo di riposare e guarire il proprio corpo: il bambino deve essere nutrito ogni tre ore, dormire è pressoché impossibile.

Prendete un qualsiasi essere umano e costringetelo a fare uno sforzo prolungato fisicamente sfiancante e doloroso come il parto. Poi mettetelo in una stanza con una sveglia che suona ogni tre ore. Io la chiamo tortura.

La nostra società si basa sulla concezione secondo la quale debba essere obbligatoriamente la donna ad occuparsi della prole


Quando il compagno (come nel caso di Emma) riprende a lavorare dopo soli 11 giorni dalla data del parto, la situazione precipita, la neo-mamma deve riuscire a conciliare i lavori domestici, le necessità del figlio e le proprie. Deve riuscire a gestire una vita nuova e un corpo nuovo sofferente che ha bisogno di tempo per guarire. Esattamente come nella pubblicità di Frida Mom. La situazione potrebbe notevolmente migliorare garantendo alle neo-mamme un supporto consistente: in Svezia, nel reparto maternità è previsto un letto anche per l’altro genitore. E in Germania al ritorno dall’ospedale un’ostetrica viene a casa quotidianamente per i primi 12 giorni. La situazione può cambiare notevolmente in questo modo.


Il patriarcato ha un forte interesse nella maternità, infatti, viviamo una maternità patriarcale che ci ha imprigionate all’interno di una lunga serie di stereotipi, vivere la maternità in modo libero, significa che non deve essere rivendicata solo dal punto di vista individuale ma anche da una prospettiva sociale e politica. Questo è un altro mezzo utilizzato dal patriarcato per controllare le donne tramite il loro corpo. Inoltre, è risaputo il fatto che la società maschilista non sia in grado di trascendere il binomio donna-madre. Una donna deve necessariamente essere madre, altrimenti è una donna a metà che non soddisfa il suo istinto materno.


Irene Facheris nel libro Parità in pillole, impara a combattere le piccole discriminazioni quotidiane, oltre a ribadire il concetto di intersezionalità, affronta un tema importantissimo: la violenza ostetrica

Che cos’è la violenza ostetrica? È l’appropriazione del corpo delle donne e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario. Si tratta di una forma di violenza psicologica e fisica che la donna subisce durante il travaglio e il parto, durante il quale smette di essere trattata come un essere umano.

Vengono utilizzate pratiche atte a umiliare la donna come abuso verbale o rifiuto di offrire una terapia per il dolore e procedure mediche attuate senza consenso. Il parto è una esperienza traumatica per 2 donne su 10.


Nel 2016 è nata la campagna #bastatacere ideata da Elena Skoko promotrice dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica e nel 2019 il Consiglio d’Europa ha approvato la risoluzione che prevede sanzioni contro il personale sanitario.


Vorrei concludere con un excursus circa la rappresentazione del corpo femminile e in particolare il ripudio, da parte della società patriarcale, di quello materno. Inutile storcere il naso di fronte a questo fatto: una donna deve necessariamente essere madre, ma il suo corpo deve essere nascosto, basti pensare alle donne schernite che allattano in pubblico (per esempio), questo perché il patriarcato è subdolo e pullula di paradossi.


L’ambiente mediatico è caratterizzato da una forte presenza di rappresentazioni del femminile, sono tutti corpi ipersezzualizzati e realizzati con il solo scopo di essere osservati da un publico maschile eterosessuale. Questi corpi concepiti in modo passivo hanno influenzato nei secoli la nostra percezione, del resto è così che le donne dovrebbero essere: appetibili, veri e propri oggetti sessuali, dei feticci. Secondo questa logica, un corpo che non rientra all’interno di questi canoni perversi e nocivi è proibito. Il seno è fatto per essere guardato maliziosamente e toccato, non è una fonte di nutrimento. Il corpo materno, stanco e dolorante, la sacca vuota al posto della pancia, le smagliature e i punti di sutura attorno alla vagina rovina l’immagine sessuale della donna patriarcale. Ogni corpo merita una corretta rappresentazione libera dal dominio sessuale maschilista.



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