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Milano Fashion Week: sfila la trasformazione


La settimana più attesa dalle fashion victim si è da poco conclusa e come sempre ci ha lasciato senza parole: la Fashion Week di Milano.


Una stagione particolarmente atipica quella a cui abbiamo assistito, in una Milano deserta rispetto gli scorsi anni: nessuna catwalk on the street di celeb ed influncer, nessun party notturno e nessun social lunch dal gusto mondano. A primo acchito potrebbe sembrare una fashion week dai toni deboli, limitati, ma forse la verità è proprio nel suo contrario. In questa stagione della settimana della moda, sottoposta alle dure regole del covid-19, abbiamo assistito a una totale digitalizzazione di passerelle ed eventi.

Una fashion week dal gusto democratico, dove, chiunque si fosse connesso dal suo smartphone, sarebbe stato catapultato nel suo front-row personale.


La settimana di Camera Moda si è aperta con i 5 black talents selezionati da Stella Jean e Michelle Ngonmo per l’iniziativa We are made in Italy, dando il via a una nuova era dell’alta moda italiana, un’era fatta di parità e inclusività, un’era in cui il Made in Italy non è sinonimo di “bianco”. Ed è su questo fil rouge del cambiamento che la moda ha falcato la sua settimana milanese. (Per leggere il nostro articolo clicca qui)


Nei cuore della fashion week abbiamo visto sfilare in passerella le più storiche e lussuose maison italiane, sempre pronte a sbocciare come dei fiori in primavera anche davanti alle difficoltà. Da Max Mara che ha festeggiato il suo 70esimo anno di attività, al debutto di Pierre-Louis Mascia, passando per il re-branding di Alberta Ferretti che da trasparenti chiffon fiabeschi è migrata verso tessuti pesanti con l’intenta voluttà del coprire.

Un anno di trasformazioni, così come ha voluto raccontare Prada con la sua sfilata intitolata Possibile feeling II: trasmute, nata dalla collaborazione tra Miuccia Prada e Raf Simons. Tra le pareti pelose dai colori marcatamente pop, l’intera collezione bisbiglia, attraverso i multi strati e la destrutturazione delle forme, il desiderio di trasformazione che la moda può concretamente attuare. Gli opposti vengono mixati per creare nuove forme e tensioni. Il “canone” imposto viene sovvertito con creatività e eleganza, sfidando l’eccesso: ciascuno di noi è libero di esprimere sé stesso seguendo la via della trasformazione.



Ma se Prada ha voluto raccontare la trasformazione attraverso i suoi capi stratificati e fuori forma, Marni ha fatto di più. Nella sua passerella digital (diretta dall’artista Wu Tsang), andata in onda su una diretta zoom, Marni ha raccontato una storia intima, tra le mura di casa. Una passerella fuori dal comune, dove i protagonisti esulano totalmente da quel canone di bellezza statuario che ci è stato imposto. Se le androgine modelle skinny indossano trapunte e ponchi oversize, le curvy rispondono con abiti aderenti, scollati e sensuali, sovvertendo ogni schema, finalmente! E quei pochi uomini in passerella? Là dove riusciste a cogliere le differenze tra uomo e donna nelle fisionomie del viso, sicuramente non potreste farlo nelle scelte dei look. A casa Marni regna il genderless.




E se si parla di inclusività, come non citare il genio Jeremy Scott, first designer di Moschino?! La sfilata di Moschino parte da Donne, film del 1939, rivisitato in chiave assolutamente contemporanea. Nella scena, originariamente interpretata da Norma Shearer, Joan Crawford e Rosalind Russel, oggi vediamo Dita Von Teese, Winnie Harlow e Stella Maxwell, tre donne così diverse tra loro, ma accumunate dalla loro differente e innegabile bellezza. Come sempre la sfilata di Jeremy Scott è stata fuori da ogni concezione di normalità, rasentando il teatro dell’assurdo, tanto difficile quanto affascinante. Donne di ogni età, fisicità e ceto sociale hanno preso parte al film girato da Jermy, compresa la new entry Male Musk, madre del più che miliardario Elon Mask.



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