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Non tutti gli animali sono domestici: dalle gif al bracconaggio di specie a rischio



Video, gif o meme di animaletti: ne abbiamo ricevuti o condivisi tutt*, per messaggio e sui social. Nelle immagini, ci sono cani, gatti e altri animali domestici, spesso con vestiti o atteggiamenti umani piuttosto divertenti. In alcuni casi, però, ad essere immortalate sono delle specie selvatiche, wildlife. Ovvero, specie il cui habitat è la natura selvaggia, non co-evolute con Homo sapiens, che normalmente non entrano in contatto, se non fortuito, con noi. Eppure, in queste foto gli animali non si trovano in un ambiente naturale, e sono chiaramente manipolati dall’uomo. Di conseguenza, anche se le immagini ci possono sembrare carine, la prima cosa che un* naturalist* pensa è: come sono state scattate?


La verità è che molto spesso dietro di esse si nascondono la detenzione o l’allevamento illegale di specie selvatiche (anche se, purtroppo, il commercio di alcune è legale!). “Abbigliarli” e riprenderli come fossero bambole a disposizione del proprietario non è divertente: è maltrattamento. La diffusione di video e gif, però, normalizza il possesso di questi animali di fronte al pubblico social. Tanto più che per alcuni è l’unica fonte di informazioni sull’animale, dato che moltissime persone non possiedono un’adeguata educazione ambientale né un contatto diretto con la natura.



È stato studiato, quindi, che immagini di questo tipo possono incentivare il traffico illegale di specie selvatiche: mostrando l’animale come un oggetto, un accessorio, spingono molt* spettator* a volere anche loro un esemplare “così carino”. Gli animali sono quindi catturati, maltrattati e venduti illegalmente, per poi essere tenuti tutta la vita in cattività e in condizioni inadeguate. Privati della loro libertà, spesso possono anche ammalarsi, perché le loro esigenze alimentari e fisiologiche non vengono soddisfatte adeguatamente.


Questi animali non sono nati per vivere vicino all’uomo. Hanno diritto, come tutt*, ad una vita libera, nell’habitat più adatto, dove possono trovare tutto il necessario per il loro benessere. E anche quando specie selvatiche vengono allevate come fossero domestiche (ricordiamo tutt* Tiger King), i problemi etici ed ecologici rimangono gli stessi. Inoltre, la vicinanza ad esse può rassicurare falsamente sul loro stato di conservazione, portando a credere che non siano a rischio estinzione. Quando molto spesso è il contrario, e la caccia per soddisfare il traffico illegale non fa altro che metterle sempre più in pericolo.



Un esempio tristemente celebre sono sicuramente gli slow loris. La primatologa Anna Nekaris, nel 2019, ha intercettato un video virale, pubblicato su Youtube, in cui l’animale veniva solleticato. Ha riconosciuto come l’esemplare non si stesse divertendo, tutt’altro: stava cercando di difendersi, spaventat* e stressat* (purtroppo per l*i, i bracconieri avevano rimosso i suoi denti velenosi, e senza anestesia).


La dottoressa e il suo team, con le loro campagne di sensibilizzazione, hanno spinto Facebook ad aggiungere un tasto per poter segnalare, quando si riconoscono in un post, casi di “animal abuse”. Sperano così di ridurre il traffico illegale di questi animali a rischio estinzione. Non solo loris: negli USA e nel sud est asiatico, ad esempio, sono molto popolari le lontre, riprese in video su Youtube, e negli anni 90 andavano forti gli scimpanzé, con tutti quei film di Hollywood che li mostravano antropizzati e sorridenti: peccato che il “sorriso”, che vediamo nelle locandine, sia in realtà un’espressione di terrore. E così via.



Un altro fenomeno, poi, è quello dei wildlife selfie. Sono delle foto scattate assieme ad un animale selvatico, spesso in località turistiche. L'animale, di solito, è rinchiuso in un centro specializzato, dove viene utilizzato come photo prop: tigri, bradipi, macachi, delfini… Questi animali non sono abituati al contatto diretto con l’uomo (probabilmente è come se noi fossimo costretti ad abbracciare un orso, non sapendo se ci mangerà o no), e vari studi hanno rilevato un aumento dei livelli di stress quando ci sono vicin*. Immaginate come possano stare dopo un’intera giornata di fotografie.


Anche questi scatti, ovviamente, fomentano bracconaggio e possesso della fauna selvatica. E perfino il personale negli zoo o nei centri di recupero deve fare attenzione, quando posta immagini con gli animali di cui si prende cura: involontariamente alimentano il fenomeno dei wildlife selfie.


un "wildlife selfie"

Come sapere quindi, se un santuario è davvero tale, e non un centro che utilizza gli animali per il proprio profitto? Come capire se una foto/video ci sta mostrando una situazione di sfruttamento? E come comportarsi con gli animali che incontriamo durante le nostre vacanze? La divulgatrice Camille Lasbleiz, primatologa, spiega in semplici reels come riconoscere se un animale in foto è maltrattato, e perché non si possono tenere certe specie come pet. Il blog Eticoscienza, fondato da* naturalist* Chiara Grasso e Christian Lenzi, fornisce consigli per un turismo faunistico etico ed ecosostenibile.


Il concetto chiave, però, dovremmo averlo tutt* chiaro. Se un’animale non è domestico, non gradisce la vicinanza dell’uomo. Per loro rappresentiamo un pericolo, o comunque qualcosa di estraneo: potrebbe avvicinarsi a noi per curiosità, ma non possiamo imporre a forza la nostra presenza.


Grazie mille a Camille e Noelia.

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