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  • Luisa Varchetta

Not just hair: l'appropriazione culturale non è moda


Pic by: Oliver Handlee Pearch

In questi ultimi tempi, ho avuto modo di leggere un libro interessante, ben strutturato e che è riuscito ad entrare in contatto con la mia sensibilità attraverso un argomento che magari non vi aspettereste: i capelli.

Il libro in questione si chiama Hair Story,Untangling the Roots of Black Hair in America, e il suo intento è quello di ripercorrere la storia di uomini e donne afroamericani, attraverso appunto, la storia dei loro capelli e delle loro pettinature.

I motivi che si intravedono dietro le loro acconciature, vanno al di là dell'estetica, è una storia di tradizioni: questi procedimenti venivano utilizzati, in passato, per creare un vero e proprio legame con la comunità di appartenenza; per identificarsi in una certa tribù, o in un determinato status symbol.


Ma la storia di queste pettinature, negli anni è diventata anche una storia di oppressione e, di denigrazione:

quando gli europei iniziarono ad esplorare l'Africa Occidentale all'inizio del 1400, i capelli divennero un motivo per umiliare quelle popolazioni che nel frattempo venivano portate in catene verso gli Stati Uniti. I loro capelli erano considerati crespi, e i loro padroni dicevano fossero "lana", per disumanizzarli ulteriormente spesso rasavano i capelli sia a donne che a uomini, e quando ricrescevano erano costretti a trovare delle soluzioni pratiche, ed è così che sono "nate" le trecce.

Le trecce inoltre, hanno salvato la vita di molte persone, come? Gli schiavi spesso se ne servivano per mostrare ad altri o creare per sè stessi mappe per fuggire dalle piantagioni e dalle case dei padroni.

Ma non è finita qui, negli anni sono state tante le volte in cui donne e uomini sono stati costretti a sentirsi inferiori semplicemente per avere una tipologia di capelli diversa, pensate che nel 1872 venne brevettato un tipo di pettine speciale, "Pressing Comb" che veniva utilizzato per stirare i capelli e imitare quelli delle donne occidentali, perché? Era ormai diventato una condizione necessaria per riuscire ad ottenere certi lavori. Negli anni '50 infatti nacquero le prime stirature permanenti formulate con elementi chimici Malcom X nella sua autobiografia racconta di come anche lui si fosse sottoposto a questa stiratura con la lisciva; questa gli bruciava così tanto il cuoio capelluto che gli sembrava che la testa prendesse fuoco, non riusciva a sopportare quel dolore che lui descriveva come atroce. Ma fortunatamente il cambiamento era alle porte!

Dal 1920 attivisti come Marcus Garvey o Cecily Tyson (conoscete la sua storia? Si è tagliata i capelli che fino ad allora erano stirati con una procedura chimica poco prima di un'apparizione televisiva, voleva infatti che il suo personaggio, avesse capelli naturali e non stirati chimicamente), seguirono anche tanti altri personaggi famosi, che cominciarono ad apprezzare e soprattutto a mostrare con orgoglio e fierezza i propri capelli, pensate a Nina Simone.



Il movimento Black Power contribuì a risvegliare nella comunità Black un senso di rivalsa verso i tempi passati in cui erano stati costretti a conformarsi agli standard occidentali, costretti a non valorizzare se stessi e le proprie caratteristiche; i capelli non dovevano essere nascosti, ma esaltati in modo da rientrare in contatto con le proprie radici, e liberarsi da quei costrutti mentali che negli anni gli avevano fatto credere che questi potessero essere motivo di subordinazione ai bianchi e alla loro cultura, alla loro estetica.

Dal 1969, i capelli afro, le trecce, avevano perso il loro aspetto 'politico' entrando in una nuova era, quella della moda. Moda o Appropriazione culturale?

Il ruolo delle acconciature, sul posto di lavoro ad esempio, probabilmente non si è mai concluso. Le trecce afro, o in altri casi, i rasta, vengono definiti come "non professionali" eppure quando Bo Derek sfoggiò le sue treccine afro, le riviste parlarono di una sorta di moda globalizzata. Ancora oggi, nelle sfilate di moda, vediamo l'uso di queste pettinature sulle passerelle; vera e propria appropriazione culturale, messa in atto con superficialità dalle case di moda che sfruttano questa estetica senza rendersi conto (o senza volersi informare) dei valori, della storia che portano con sé.



La mia speranza è che conoscendo questa storia, non vi chiederete perché sia sbagliato "rubare" le pettinature di uomini e donne di colore; in un tweet mi è capitato di leggere,"Why is it a big deal? They wear straight and blond wigs too!" ovvero, "Perché dovrebbe essere un problema? Anche loro stirano i propri capelli, o mettono parrucche bionde!" I capelli lisci, i capelli biondi non portano con sé una storia profonda e intensa come le pettinature della community black, che è una storia che va rispettata, perché dietro c'è una cultura che va rispettata e appropriarsene senza averne il diritto - perché non è una storia che riguarda tutti- non è una forma di rispetto! Come si può evitare di sbagliare? Informandosi, sempre! Cercando di entrare in contatto (con empatia e ammirazione) con storie, tradizioni che sono diverse dalla nostra, riuscendo a capire le motivazioni che esistono e che sono dietro quelle storie che all'apparenza possono sembrare non importanti o "solo capelli"!


Se volete continuare ad informarvi, oltre al libro di cui vi ho parlato all'inizio dell'articolo, potete leggere anche:

  1. Madam C.J. Walker, Builds a business

  2. Philip Hatton, Afrohair: A Salon Handbook

  3. Althea Prince, The politics of Black Woman's hair

(Ringrazio Marianna per il supporto e l'aiuto fondamentale che mi ha dato nello scrivere questo articolo!)

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