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  • Marianna Peperna

Per una spettatorialità non razzista

La demolizione popolare delle statue di colonizzatori e schiavisti, a partire da quella di Edward Colston a Bristol diffusasi poi nell'ultimo mese in altre città del mondo, unita all’eliminazione da parte di HBO Max di Via col vento dal proprio catalogo, hanno spinto ad un’ampia riflessione sui social media riguardo quei simboli e modelli istituzionalizzati nella nostra cultura che rimandano a momenti bui del nostro passato di nazioni. C’è chi parla di cancellazione della storia, c’è chi grida alla censura, ma la vera questione è che si sta diffondendo una sempre maggiore presa di coscienza riguardo certe rappresentazioni e certi modelli consolidati nell’immaginario collettivo. Iniziare a mettere in discussione tali simboli in quanto metafore anacronistiche di determinate contingenze storiche e culturali da ritenere oggi -almeno in una certa misura- superate, è un grande passo soprattutto in veste di alleati. Riflettere e criticare i simboli formali e i prodotti culturali con i quali veniamo a contatto quotidianamente ci aiuta a sviluppare un pensiero libero anche da stereotipi razziali. È in nostro potere iniziare a riflettere a quanti libri di autori Neri abbiamo letto negli ultimi anni, a quanti artisti Neri ascoltiamo, ai content creator che seguiamo e -in un’epoca di pervasività digitale- anche al tipo di film e serie tv che seguiamo. Possiamo così seguitare ad impegnarci, a notare come possiamo essere in prima persona attivi a contrastare il razzismo, continuando a vedere con occhio critico tutto ciò che ci circonda, partendo “banalmente” oltre che dai simboli tangibili intorno a noi, anche proprio dalle serie tv e i film che guardiamo. Per riuscire nell'intento, una possibilità è partire analizzando la storia della rappresentazione Nera sullo schermo.


Hollywood e il razzismo

Non è una novità che Hollywood sia un’industria eminentemente razzista. Non solo perché all’ultima edizione degli Oscar i candidati non-bianchi erano solo due, non solo perché i membri dell’Academy sono al 68% bianchi e non solo perché il premio per miglior attore e per migliore attrice è stato assegnato, dal 1929 ad oggi, solo a tre persone Nere. Il rapporto tra cinema americano e razzismo, dopotutto, ha origini lontanissime, basti pensare a uno dei film fondanti del cinema narrativo americano, Nascita di una nazione (1915) di D.W. Griffith, un film di propaganda razzista che vede il trionfo del Klu Klux Klan come ripristinatore dell’ordine costituito. Nel film assistiamo -come sottolinea anche il saggista e critico letterario Henry Louis Gates Jr. nel documentario di Ava Duvernay XIII Emendamento- a stupri interraziali, uomini neri rappresentati come animali, nullafacenti e scansafatiche (principalmente interpretati da uomini bianchi in blackface). Addirittura, si dice che Griffith abbia inventato la pratica della croce infuocata come effetto scenico cinematografico, simbolo poi adottato dal KKK che grazie al film ha guadagnato ulteriore consenso, intensificando la propria attività terroristica. Nel film vincitore del premio per la Miglior sceneggiatura non originale agli Oscar 2019 BlacKkKlansman, il personaggio interpretato da Harry Belafonte, in momento molto toccante del film, parla proprio di quanto il lungometraggio di Griffith, negli anni successivi alla sua distribuzione nelle sale, avesse scatenato una nuova ondata di linciaggi e aggressioni verso le comunità afroamericane.

Ritornando alla questione sollevata da HBO Max, la quale reinserito nel catalogo Via col vento con l’aggiunta di un commento di contestualizzazione storica ad opera dell’accademica afroamericana Jacqueline Stewart, professoressa di cinema all’Università di Chicago, c’è da sottolineare che il film aveva sollevato già dalla sua uscita nel 1936 le questioni più disparate riguardanti la rappresentazione delle persone nere, specialmente per il personaggio di Mammy, interpretato da Hattie MacDonalds, la prima donna afroamericana ad essere candidata per un Oscar e anche la prima a vincerne uno come attrice non protagonista. Il personaggio di Hattie MacDonalds, come analizzato in un interessantissimo articolo di Igiaba Scego del 2016 su l’Internazionale, appartiene ad uno dei personaggi Neri stereotipici che costellano le narrazioni hollywoodiane, “stock characters” come appunto la Mammy, il Sambo, l’Uncle Tom, la Angry Black Woman e il Magical Negro tutt’ora presenti in moltissimi film e serie contemporanee.


Controversie di rappresentazione

In un articolo provocatorio pubblicato in occasione della polemica nata dall’hashtag #OscarsSoWhite che criticava la mancanza di diversità agli Academy Awards del 2016, il Washington Reporter stila la formula vincente per vincere un Oscar se si è un attore Nero, denunciando attraverso uno schema il fatto che, quando gli attori Neri ricevono nomination, è di solito per l’interpretazione di ruoli stereotipici. Elahe Izadi sul Washington Post narra degli Oscar 1990, l’edizione che assegnò due nomination a Do The Right Thing di Spike Lee, uno dei lungometraggi più acclamati del regista che narra di un caso molto attuale di police brutality. Nello stesso anno a competere agli Oscar c’era anche A spasso con Daisy di Bruce Beresford, un film con protagonista Morgan Freeman nei panni di un autista di una donna bianca. Quell’anno, fu proprio il film di Beresford a vincere l’Oscar. Una situazione simile si è ripetuta nel 2019, quando a competere per il Miglior film, tra Green Book e BlacKkKlansman, vinse il primo. Green Book, dalla sua uscita nelle sale, ha scatenato diverse polemiche tra i critici cinematografici per diversi motivi. Il film è ispirato alla storia vera di Tony Vallelonga, un autista/bodyguard (famoso in vita anche per la sua carriera attoriale) al servizio di un musicista afroamericano, Don Shirley. Il problema nasce innanzitutto dalla classica narrativa hollywoodiana del “white saviour”: Tony protegge Don Shirley dagli attacchi razzisti, ma non è di certo la (contestabile) amicizia tra i due a porre fine al razzismo sistemico degli anni ‘60. Un’altra questione è stata sollevata riguardo lo stesso titolo del film, che si riferisce ad una guida intitolata The Negro Motorist Green-Book scritta da Victor H. Green che conteneva istruzioni e consigli, insieme a liste di alloggi e punti di ristoro black-friendly per i viaggiatori afroamericani. All’interno della pellicola, però, questo libro appare solamente un paio di volte. La questione che ha sollevato a ragione le polemiche più pesanti, è che tra gli sceneggiatori del film figura proprio il figlio di Tony Valellonga, Nick, che nel rendere omaggio al padre ha totalmente escluso dalla realizzazione del film la famiglia di Shirley che viene qui rappresentato come escluso -se non proprio disprezzato- dalla comunità afroamericana, un elemento grave e falso rispetto alla realtà storica. In una mail inviata al TIME, il nipote di Don Shirley, Edwin, scrive “They made a commercially successful, a popular movie, but in the process, distorted and diminished the life of one of the two main characters. They’ve impaired the integrity of Donald Shirley’s life with events and innuendoes that just run counter to the man I knew”.


Queste problematiche sono frequenti in molti altri film hollywoodiani improntati su storyline nere diretti da registi bianchi, uno su tutti The Help, che è entrato nella top 10 dei film più visti nelle settimane seguenti all'assassinio di George Floyd su Netflix. The Help è un film del 2011 diretto da Tate Taylor che si basa sull’omonimo libro di Kathryn Stockett. La trama è nota e porta in scena un punto di vista bianco – come bianchi sono il regista e la scrittrice del romanzo su cui si basa. Il film rinforza lo stereotipo della donna Nera come maid, raccontando la vita delle persone nere in un’America razzista ma mettendo in scena essenzialmente l’autorealizzazione di un personaggio bianco. Un altro aspetto fortemente problematico è che la domestica del cognato di Stockett, Ablene Cooper, ha denunciato la scrittrice per aver trovato delle somiglianze estreme fra se stessa e uno dei personaggi, ovviamente senza aver dato la sua autorizzazione. La stessa Viola Davis ha recentemente dichiarato che non ha avuto problemi con la troupe, rispettosa e educata, ma di essersi invece pentita di aver partecipato ad un film che utilizza personaggi Neri senza accogliere le loro voci, presentandosi come una “narrativa da white saviour”.


Breve storia del cinema Nero

Come possiamo procedere di conseguenza quindi? L’obiettivo di questo articolo è quello di evidenziare le criticità insite nel sistema produttivo hollywoodiano spingendo a riflettere sul nostro ruolo di alleati anche nel momento del consumo culturale. Una delle azioni concrete che possiamo fare è quella di familiarizzare con alcuni degli esponenti del cinema nero più importanti e influenti, cercando di aprire anche i nostri orizzonti di fruitori culturali. Partendo dai registi che hanno fatto la storia del cinema afroamericano e non solo, è importante conoscere l’apporto dato da Charles Burnett il cui film più famoso, Killer of the Sheep (1978), è entrato nella lista della Library of congress dei film da preservare per la sua significanza storica, estetica e culturale; Kathleen Collins, poetessa, attivista, educatrice ed attivista è stata autrice invece di uno dei film più influenti per il black cinema e per la rappresentazione delle donne nere, Losing Ground (1982), un lungometraggio parzialmente autobiografico. Andando più avanti nella storia del cinema abbiamo cineasti come il già citato Spike Lee, i cui film sono sempre legati alla sua identità culturale e alla storia afroamericana e Julie Dash, che con Daughers of the Dust (1991) è stata la prima regista afroamericana a vedere un proprio film distribuito in tutti gli Stati Uniti, con un’accoglienza critica molto positiva. Tra le registe afroamericane più famose c’è inoltre Cheryl Dunye, attrice, sceneggiatrice afroamericana che con The Watermelon Woman (1996), il primo film nella storia diretto da una regista nera lesbica, ha scritto la storia del New Queer Cinema.



Procedendo più avanti, tra la nuova generazione di registi afroamericani c’è innanzitutto Steve McQueen, l’autore di 12 Anni Schiavo, candidato a 9 Oscar nel 2014; Ava Duvernay è un’altra delle registe afroamericane più di successo grazie a film come Selma (2014), che racconta la storia delle famose marce di protesta nel 1965, e la popolare serie Netflix When They See Us (2019). Ad accompagnarla nel panorama cinematografico odierno c’è la collega Dee Rees, che in Pariah (2011) ha raccontato la sua storia di giovane lesbica afroamericana ricevendo numerosi premi tra cui Best Indipendent Film da parte dell’African-American Film Association. Già conosciuto come comico per i suoi sketch in Mad Tv sul canale Fox, Jordan Peele acquisisce fama mondiale con Get Out (2017) il primo lungometraggio da regista che ha ricevuto 4 nomination agli Oscar 2018; a precederlo, nell’edizione del 2017 degli Academy Awards è stato un altro film, diretto da Barry Jenkins, Moonlight (2016), il primo film con un cast interamente formato da attori neri e a tema LGBTQ+ a vincere il premio per il Miglior Film. Gli Oscar 2019 invece, hanno visto il trionfo di Black Panther (2018), lungometraggio considerato uno dei migliori film del Marvel Cinematic Universe, diretto da Ryan Coogler, un giovanissimo regista che già con Fruitvale Station (2013) aveva dimostrato il suo talento. Un’altra autrice cinematografica è Tourmaline (già conosciuta come Reina Gossett), scrittrice attivista e filmmaker queer che realizza insieme alla collega Sasha Wortzel nel 2018 Happy Birthday, Marsha! un film sull’attivist* american* Marsha P. Johnson. La storia di questo corto è simbolo di una situazione purtroppo ricorrente nel grande sistema hollywoodiano: le due filmmaker infatti hanno denunciato David France, il regista bianco del famoso documentario Netflix The Death And Life of Marsha P. Johnson di averle derubate di parte del materiale che avevano raccolto per il loro cortometraggio. Rimanendo sulla scena cinematografica contemporanea uscendo però al di fuori del continente americano, troviamo due registe di grande successo, come la francese Mati Diop, prima regista nera a contendersi la Palma d’Oro a Cannes con Atlantique (2019) e Wanuri Kahiu, regista kenyota di Rafiki (2018), dolcissimo film a tema LGBTQ+ bandito nel suo paese.



Questo era solo uno sguardo molto largo e superficiale a quello che era ed è tuttora oggi il cinema Nero, di cui è necessario conoscere la storia se si vuole capire un po’ di più riguardo le dinamiche di rappresentazione e di quanto lo spazio all’interno dei media sia fondamentale soprattutto per l’arricchimento culturale che porta, non solo a livello di patrimonio universale ma anche per la sua effettiva capacità di influenza sociale. Un passo che da alleati possiamo fare è innanzitutto, come già accennato, adottare uno sguardo critico a ciò che vediamo e ascoltare gli spettatori e le spettatrici Nere, amici, conoscenti, critici cinematografici che siano. Aggiorniamoci su pagine web che trattano di media come Afroitalian Souls o Wear Your Voice Mag, dialoghiamo e cerchiamo di guardare le cose attraverso le esperienze altrui, sospendendo per una volta la nostra esperienza e il nostro giudizio, non mettendoci al centro della discussione.

Gli ultimi sviluppi nell’audience media analysis, come riporta la studiosa di cinema afroamericana Jacqueline Bobo in un suo saggio, hanno proprio dimostrato che le persone appartenenti ad una specifica cultura costruiscono un significato da un testo mainstream che è diverso da quello che produrrebbero spettatori appartenenti ad altre culture. Per quanto questo possa essere scontato, questa è la chiave di ogni visione cinematografica: di fronte ad un film, ognuno di noi porta il suo bagaglio anche come spettatore e può proporre una chiave di lettura specifica. In quanto bianchi, tendiamo quindi ad applicare un filtro bianco nella visione come spettatori, ma anche in primis dinamicamente come filmmaker. È proprio per questo che è necessario mettersi in discussione e ascoltare l’opinione di chi su quello schermo vede se stesso rappresentato. Approfittiamo in questi giorni anche della grandissima opportunità fornitaci da Criterion, che ha aperto una sezione gratuita sul suo sito per guardare in streaming capolavori del cinema nero, divisi in “playlist” come Pioneers of African American Cinema o Voices of Protest, per allargare le nostre conoscenze nel campo; informiamoci sugli eventi italiani quali il Romafrica Film Festival o il Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina di Milano e alle prossime edizioni degli Oscar cerchiamo di analizzare criticamente i titoli nominati e facciamoci domande sull’inclusività a la rappresentazione sullo schermo.

Se il personale è politico, lo è di conseguenza anche il nostro consumo culturale. Continuiamo a batterci per una visione più aperta, conscia e consapevole, non soffermiamoci alle apparenze e alle visioni superficiali e soprattutto ascoltiamo tantissimo: solo così possiamo continuare il nostro percorso per diventare persone e alleati più consapevoli.


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