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Gender equality: le donne sono davvero tutelate nel mondo del lavoro?


Art. 37 ''La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.''

L'obiettivo dell' art. 37 è quello di tutelare le donne lavoratrici, in particolare le madri di famiglia. La ''funzione familiare'' attribuita alla donna è, da un lato, frutto di una tradizione cattolica che è una delle ''matrici'' della Costituzione, dall’altro, deriva della constatazione che, tanto la nascita di un bambino, quanto allattamento, siano a carico della madre. Secondo il suddetto articolo, non dovrebbero esserci differenze tra il salario di un uomo e quello di una donna se i due occupano la stessa posizione lavorativa; in realtà un divario nella retribuzione c'è: è il cosiddetto gender pay gap. In un'indagine della Commissione Europea, è risultato che in Europa le donne sono meno presenti nel mondo del lavoro rispetto agli uomini. Il divario occupazionale di genere si è attestato all'11,7% nel 2019, con il 67,3% delle donne nell'UE occupate rispetto al 79% degli uomini (dati UE27).

Il divario retributivo di genere nell'UE si attesta al 14,1% ed è variato solo in minima parte nell'ultimo decennio, in altre parole, le donne guadagnano in media il 14,1% in meno all'ora rispetto agli uomini. La legge n. 903 del 1977, invece, riguarda la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, stabilisce che: É vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale. La discriminazione (...) è vietata anche se attuata:

1) attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza;

2) in modo indiretto, attraverso meccanismi di preselezione (...) che indichi come requisito professionale l'appartenenza all'uno o all'altro sesso.'' Se è vero che siamo tutelate dalla legge, è altrettanto vero che una delle prime domande che ci sentiamo porre durante un colloquio di lavoro è: "Vorrebbe avere figli? " A differenza della ''funzione familiare'' -che a primo impatto potrebbe sembrare discriminatoria- la domanda in questione sottintende una discriminazione di genere a tutti gli effetti asserendo, implicitamente, che la cura di un figlio sia esclusiva responsabilità della madre. Inoltre, l'interrogativo suppone che il desiderio recondito di una donna sia quello di diventare madre, tralasciando l'ipotesi che una donna possa volersi realizzare in ambiti che vadano oltre alla mera vita familiare.

Ancora una volta, una delle cause da cui derivano i problemi di genere è quella dello stereotipo: lo stereotipo di una donna che non occupa posizioni di potere, che vive per occuparsi della famiglia e che si sostenta aggrappandosi alle tasche di un uomo. In una società che ci vuole in disparte, in cui dobbiamo fare i salti mortali per dimostrare il nostro valore, in cui abbiamo bisogno delle quote rosa per ritagliarci un posticino ''al tavolo dei grandi'', sembra non esserci spazio per la meritocrazia. In un mondo che spinge sempre di più verso il politically correct, siamo ancora una volta noi a trovarci in situazioni "politicamente scorrette" e l'aspetto più preoccupante della faccenda, è che ci siamo quasi abituate.