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  • Adriana Del Mastro

Razzismo nel fashion system italiano?

Il razzismo nel fashion System: Maison, designer, modelle e influencer, nessuno è fuori. 


Negli ultimi giorni il polverone consegue alle manifestazioni Black Lives Matter, focalizzato sugli abusi di potere, sulla violenza e sul razzismo nei confronti della comunità afro americana, sta andando sempre più a fondo interrogandosi sulla equità razziale in diversi contesti sociali, arrivando fino alla moda italiana.


Una tematica rimasta nel silenzio molto a lungo ma che poco alla volta sta uscendo allo scoperto sempre di più. I casi più o meno evidenti di razzismo nel fashion system italiano non sono pochi e non vanno assolutamente presi sotto gamba. In questo articolo prenderemo in esame diversi episodi che hanno portato la moda italiana ad essere dichiarata razzista da più testate internazionali, lasciando a voi il giudizio finale.


Era il 2018 quando, Miuccia Prada e il suo ben noto brand di abbigliamento, si trovò all’interno di una bufera mediatica che in Italia ebbe poco eco, ma che in America scatenò forti risentimenti. Come riporta la CBS news, motivo di accusa furono delle statuette che gli store di Prada utilizzarono a Soho per la loro vetrina. "La statuina di scimmia della collezione ha evocato immagini di Sambo, una caricatura che, nel corso delle generazioni, è stata utilizzata per deridere e disumanizzare i neri. L'esibizione di tale iconografia razzista si manifesta come discriminazione sulla base della razza, suggerendo che i neri sono sgraditi “, così commentò il gesto la Commissione ai diritti umani. Dopo quest’episodio la commissione di New York impose all’azienda italiana e alla sua sede di New York e di Milano, una formazione sulla sensibilità per tutti i suoi dipendenti. 


Ma quello di Prada non è stato un caso isolato e immagini considerate razziste non si sono rivolte solo alla cultura afro. Noto fu il caso di Dolce e Gabbana che, nel 2018, in un loro video spot pubblicato su diversi social network ripresero una donna asiatica che con difficoltà provava a mangiare pasta e pizza con le bacchette. Una notizia che fece il giro del mondo e che portò la maison italiana a cancellare la sua sfilata a Shangai.



Anche se entrambi i brand citati hanno rivolto le loro scuse e avviato programmi di sensibilizzazione per le loro attività, il messaggio arrivato al resto del mondo è quello di un Italia razzista e ancorata a stereotipi offensivi, e scavando più a fondo possiamo vedere che purtroppo, le accuse rivolte al nostro paese, non sono solo causa di ingenuità o superficialità. 


Non sono presenti dati o statistiche sulle percentuali di persone di colore che lavorano in Italia nel settore moda, ma una cosa sembra ben ovvia agli occhi di tutti, quindi ora fermatevi un attimo e riflettete, quali first designer di colore vi vengono in mente se parliamo di maison italiane? 


Se non avete trovato la risposta non preoccupatevi, non era di certo una domanda facile dato i rarissimi casi. A battersi in prima fila per la causa c’è Stalla Jane, unica donna di colore membro della Camera della Moda Italiana. "A febbraio, ho scritto personalmente a tutte le testate moda italiane, chiedendo appoggio nella prima campagna sociale di un brand di moda che mette in luce specificatamente, la discriminazione razziale in Italia, patrocinata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: ‘Italians in becoming’. Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani. Non ho ottenuto alcun tipo di reazione dal 99% delle testate in questione. Neanche una semplice risposta, purtroppo” Queste sono state le parole della designer durante il suo discorso in Piazza del popolo a Roma durante la manifestazione Black Lives Matter aggiungendo anche "a febbraio in occasione della Milan Fashion Week, in tempi non sospetti, ho deciso per la prima volta di non sfilare. Sulla scia degli ultimi inaccettabili eventi a matrice razziale in aumento nel nostro paese. Mi sono trovata ancora una volta di fronte ad una storia che conosco fin troppo bene, e non ho potuto rimanere in silenzio e sfilare come se nulla fosse.


E con tutte queste prove il fashion System italiano non può lamentarsi se finisce nel mirino dei media stranieri. Pochi giorni fa, il Guardian, famosa testata giornalistica americana pubblicava un articolo intitolato"Italian fashion needs to confront its racism, say industry insiders” sollevando il problema del razzismo radicato nella cultura della moda italiana. L’articolo preso in esame, oltre ad evidenziare diversi episodi di razzismo da parte dei brand italiani, ha riportato spezzoni di interviste a Edward Buchanan, direttore della maglieria Sansovino 6 e residente Milano dagli anni ’90, e a Kudzai King, fotografo per Vogue Italia. Entrambe le testimonianze, molto dure, dipingono un Italia chiusa, xenofoba, quasi intimidita dall’"altro". 


Allo stesso modo Culted, in un articolo sul AIC (American Influencer Council) ha rilasciato una breve dichiarazione a Louis Pisano, pr milanese che  negli ultimi mesi, senza peli sulla lingua, ha raccontato degli episodi di razzismo subiti in prima persona nel giro della moda milanese, dichiarando La maggior parte degli influencer italiani di moda non amano creare polveroni o fare politica e non credo che stiano migliorando le relazioni di inter-comunità per quanto riguarda l'inclusività. Anche con BlackLivesMatter, ancora in atto a livello internazionale, la comunità di influencer in Italia, e in particolare Milano, è rimasta segregata ”.

E come dargli torto? Tutti noi sappiamo qual è l’audience di un big influencer sulla massa, e qualcosa di più di un ipocrito post nero su IG poteva anche essere fatto. 


Giudicare se un intero settore possa essere considerato razzista non è cosa da poco e di sicuro questa non è la sede giusta per farlo, lasciamo dunque a voi le considerazioni del caso, ma una cosa è certa, siamo la nuova generazione, quella che può cambiare le cose; informiamoci, confrontiamoci, non rimaniamo passivi davanti alle ingiustizie, solo noi possiamo creare il nostro mondo migliore. 


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