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Scrivere come atto politico.



Scrivere è una attività individuale, ma non individualista. L’atto dello scrivere è quasi sempre un processo che nasce dalla volontà della singola persona, ma successivamente la parola scritta esce dalla sfera del soggetto scrivente e diventa anche di chi legge.


La scrittura permette il meccanismo di riconoscimento e la fuoriuscita dall’isolamento. Sapere di non essere sol* a vivere una determinata condizione, riconoscere un elemento in comune, sapere che chi ha scritto guarda la realtà dal tuo stesso punto di osservazione può essere utile a spogliarsi dal senso di inadeguatezza e dalla sfera della solitudine. Scrivere è atto politico perché diventa cura e attenzione. Quella “stanza tutta per sé” in cui si è scritto diventa una stanza collettiva, uno spazio sicuro. Uno strumento di autocoscienza.


La scrittura ha una dimensione politica che si fa ancora più forte quando la parola scritta proviene da categorie che sono state marginalizzate e che non godono del privilegio maschile, etero, bianco o abile. Scrivere per riprendere possesso della propria voce che, in un mondo sorretto da regole patriarcali, è stata zittita. Scrivere significa uscire dall’ombra e riappropriarsi della propria identità e della propria storia.


La società patriarcale ha impedito ed impedisce a tutte quelle categorie che non hanno le caratteristiche del maschio bianco, etero, cisgender ed abile di autodeterminare la propria esistenza in modo totale e libero. Sono stati fissati dei paletti superati i quali la società in cui viviamo redarguisce e prova a rimettere all’angolo i soggetti che ritiene non siano obbedienti ai suoi dettami.


Questa sovrastruttura limita le vite delle persone attraverso un controllo sui loro corpi, sulla loro sessualità, impedendo la libera espressione di tutte le identità, isolando. Attraverso la scrittura della propria storia o di una storia che sia romanzata è possibile riprendere la propria voce. L’atto dell’impugnare la penna o del digitare su una tastiera è un atto rivoluzionario anche quando nessuna persona leggerà: nel momento in cui si scrive si dà spazio a sé e si da un nuovo valore all’Io, che diventa un io rivendicatorio ed urlante. Scrivere può significare riappropriarsi della propria storia, razionalizzarla, politicizzarla nel momento stesso in cui muoviamo le mani verso la prima lettera.


Zadie Smith in “Questa strana e incontenibile stagione” ha scritto “parlare con sé stess* può essere utile. E scrivere significa che qualcuno ci ascolta”. Ed essere ascoltat* è un diritto.



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