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Senza farlo apposta, "Malcolm & Marie" illustra il valore della diversità

Il 5 febbraio è uscito su Netflix il nuovo film del creatore di Euphoria Sam Levinson, un dramma in bianco e nero con Zendaya e John David Washington (star di Tenet e Blackkklansman nonché figlio di Denzel). Ideato e realizzato in tempi record e secondo un inedito formato decisamente minimal, causa pandemia. La sceneggiatura è stata scritta in sei giorni e la produzione, che ha coinvolto solo i due attori e una troupe di 22 persone, è durata appena due settimane. L’azione si svolge interamente nella stupenda Caterpillar House, una villa moderna sperduta nella foresta Californiana, dove la coppia rientra dalla presentazione del film di lui.

Mentre il giovane regista è soddisfatto, fiero del successo riscontrato dal film, la sua compagna Marie non sembra condividere il suo entusiasmo. Quando Malcolm si accorge finalmente che qualcosa non va, inizialmente lei tenta di evitare la discussione con un lapidario: "Te lo prometto, stasera non verrà detto nulla di produttivo." Ovviamente, poco dopo scoppia la lite.


Si tratta di una dinamica molto familiare e infatti Levinson dice di essersi ispirato ad una lite avuta con la moglie tre anni fa al rientro dalla prima di un suo film durante la quale si era dimenticato di ringraziarla. Malcolm & Marie sarebbe però nato soprattutto dal desiderio del regista di fare un film durante la pandemia con la sua musa e amica Zendaya. I personaggi sono stati costruiti appositamente per gli attori, che sono entrambi tra i produttori del film.

E le loro interpretazioni sono decisamente potenti, il rapporto tra di loro convincente, intimo, forse proprio grazie alle condizioni nelle quali è stato girato il film. La lite dure tutta la notte, Malcolm e Marie si ritrovano bloccati in un loop apparentemente senza fine. Un’eterna partita di ping pong dove uno tira una schiacciata e l’altra risponde tirando sempre più forte, sempre più in basso. Arrivano a lanciare accuse pesanti, anche crudeli. Poi subentra l’affetto, fanno pace, sesso, ridono, e ricominciano a litigare. Perché continuano a girare attorno al problema, senza riuscire ad affrontarlo. Non riescono però neanche a lasciar perdere. Si vede che vogliono dar voce alle loro frustrazioni, far uscire tutto allo scoperto. Lì da soli in quella casa, non hanno distrazioni, vie di fuga. Si trovano nelle condizioni ideali per farlo.

Avrebbe potuto essere un’interessante esplorazione delle dinamiche di coppia e come vengono influenzate dalle circostanze o anche più generalmente sulla difficoltà di comunicare. Avrebbe potuto rappresentare la tensione tra i sentimenti e il nostro bisogno di razionalizzare, di spiegarci, di “vincere” argomenti con la logica, come se fossimo i concorrenti di un reality show che competono per aggiudicarsi la simpatia del pubblico. Una specie di rivisitazione della Nouvelle Vague, adatta a questo periodo storico alquanto “esistenziale” (e infatti Levinson ha citato anche Le Mépris tra le sue fonti di ispirazione per questo film).


Ma sfortunatamente il regista – forse partendo dal desiderio di essere “autentico” (per usare un termine che farebbe imbestialire Malcolm) e parlando quindi di un mondo che conosce – non ha saputo resistere alla tentazione di far intraprendere al protagonista un’estensiva contestazione dell’industria cinematografica e soprattutto dei critici.


Lo sfogo di Malcolm è uno sproloquio interminabile, volutamente sopra le righe, pieno di cliché, una specie di parodia del regista incompreso, che il personaggio stesso è almeno in parte consapevole di interpretare ma alla quale non sa resistere, si abbandona. L’impressione è che Levinson voglia mostrarci che lui stesso condivide questa consapevolezza, che i registi non sono esenti dalla sua critica del sistema. Però quest’esercizio autoironico risulta più performativo che sincero e dirotta il film dal tema “esistenziale” che sarebbe stato a mio avviso più interessante.

Stranamente, molti registi non sembrano capire che le loro critiche autoreferenziali non sono di grande interesse al di fuori dell’ambiente cinematografico, ancor meno se espresse da un insider come Levinson (un uomo bianco benestante e figlio di un noto regista).


Anzi, forse in parte lo ha capito ed è per questo che ha deciso di far esprimere la sua critica al personaggio di Malcolm, che è come lui un giovane regista con un background abbastanza privilegiato ma che a differenza sua è nero. Molte delle sue frustrazioni sono legate all’atteggiamento ignorante e razzista che contraddistingue l’ambiente Hollywoodiano, incarnato dalla figura di un’innominata giornalista bianca del LA Times. Le dinamiche che denuncia esistono senz’altro, Malcolm evoca problemi reali e urgenti. Ed è proprio per questo che da fastidio vederli usati come una specie di “copertura,” uno strumento per dare maggior peso e rilevanza al capriccio di un regista bianco.

Un’altra fonte di disagio è il ruolo di Marie. Per quanto, grazie al talento di Zendaya, il personaggio appaia reale, complesso ed è sicuramente per lei che proviamo più empatia, rimane fondamentalmente una manic pixie dream girl,” l’incarnazione della ragazza ideale fatta a misura del suo uomo. Sappiamo che ha avuto un passato difficile e quindi ha un ché di misterioso ma è anche intelligente, spiritosa, sensibile. Pur essendo molto più giovane di Malcolm, è molto paziente, riesce a ridere degli sfoghi del compagno, sa come sdrammatizzare la situazione, come calmarlo ma anche quando essere più dura, severa.


Simpatizziamo con lei, la ammiriamo ma esiste solo per far evolvere il personaggio di Malcolm al quale serve da psicologa, da coscienza. Infatti, il film diventa presto un’estesa seduta psicoterapeutica.


Contrariamente a quel che vuol dare a credere, questo film non parla della relazione tra un uomo e una donna ma tra un uomo e sé stesso. Non assistiamo allo sviluppo di una lite di coppia ma alla risoluzione di un conflitto interno. Cosa che non sarebbe di per sé problematica se fatta apertamente e senza tirare in ballo questioni serie sulle quali in fondo non ha niente da dire.

Detto questo, gli aspetti problematici del film – che è per molti versi un esperimento – rivelano il più grande limite della maggior parte degli sceneggiatori e registi (per lo più uomini e bianchi). Anche i più “woke” tra di loro hanno per via della loro posizione privilegiata dei punti ciechi e non possono che beneficiare dell’input di persone diverse da loro. Scrivere e realizzare un film in così poco tempo e soprattutto in isolamento ha portato all’estremo la tendenza autoreferenziale del regista. Senza farlo apposta, Levinson è riuscito davvero a produrre un’efficace critica del sistema cinematografico, solo non come pensava. Il risultato non fa che ribadire quanto l’industria abbia un disperato bisogno di far spazio a voci nuove e diverse. D’altronde, lui stesso ha dimostrato di dare il meglio di sé quando collabora, ad esempio con l’attrice trans Hunter Schafer insieme alla quale ha scritto l’ultimo fantastico episodio speciale di Euphoria uscito il 25 gennaio.

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