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A cosa serve una serie sulla pandemia?

A ottobre è uscita su Netflix Social Distance, una serie sul lockdown girata a distanza e composta da otto episodi tutti ambientati tra aprile e maggio 2020. Ognuno di questi ci proietta nella vita di diversi personaggi durante la pandemia.


Lo show è stato prodotto da Jenji Kohan, la creatrice di Orange Is the New Black, del quale ritroviamo il desiderio di raccontare una realtà sociale complessa (nel caso di OITNB il sistema carcerario americano, in Social Distance la pandemia) attraverso le esperienze di molteplici personaggi con vissuti e background socioeconomici diversi, adottando un tono che oscilla il tra serio e umoristico.


Come in OITNB e come accade spesso nelle serie antologiche, non tutti gli archi narrativi risultano altrettanto coinvolgenti. Per di più, Social Distance deve fare i conti con il fatto che il pubblico non ha occasione di affezionarsi ai personaggi, di vederli evolvere come in una serie a trama orizzontale che si sviluppa nel tempo. Abbiamo al massimo 20 minuti con ognuno di loro. Nonostante ciò, riesce comunque a suscitare forti emozioni perché crea un’atmosfera di profonda, talvolta quasi eccessiva, intimità.


Entriamo in casa dei personaggi e vediamo le loro facce riprese dalle webcam di computer, telefoni, tablet e anche da telecamere di sorveglianza. Queste riprese si alternano ad altre che mostrano quello che loro vedono sugli schermi. Assistiamo quindi a zoom tra amici e familiari ma siamo anche testimoni di momenti più privati che rimangono normalmente “dietro le quinte.” Vediamo i sorrisi forzati che si spengono a fine chiamata. Vediamo un uomo che scorre ossessivamente sui social della sua ex, e un altro che digita disperatamente i sintomi della moglie malata di Covid su Google.


Sono questi dettagli, quelli che rappresentano con efficacia e naturalezza il modo in cui usiamo la tecnologia (con tutte le sfumature del caso in base all’età, personalità, interessi, etc.) che ci portano ad immedesimarci nei personaggi, anche quelli più diversi da noi.


Paradossalmente, questi che per me sono i punti forti della serie sono anche le principali cause del suo scarso successo. Infatti, nonostante sia uscita da più di un mese e tratti di un tema certamente attuale, se n’è parlato ben poco.


Sono ormai mesi che conviviamo con la pandemia ed i suoi effetti, ne siamo circondati costantemente, non parliamo d’altro. È comprensibile che non abbiamo poi tutta questa voglia di metterci a guardare un programma che ci fa rivivere quello che già affrontiamo quotidianamente. Confesso che io stessa ho alzato gli occhi al cielo la prima volta che mi sono vista apparire la preview del programma sulla homepage di Netflix. E anche dopo essermi detta che l’avrei comunque guardato (spinta da un misto di curiosità, masochismo e noia), ho avuto qualche difficoltà ad iniziarlo perché non mi sentivo mai nel “mood giusto.” Ma sono contenta di averlo fatto perché mi ha dato qualcosa di cui non sapevo di aver bisogno: una bella carica di empatia.


Alcune delle situazioni che ci vengono presentate sono più “leggere” di altre, alcuni episodi trovano risoluzioni incoraggianti mentre altri aprono dibattiti complessi per i quali non esistono semplici soluzioni. In particolare, l’ultimo, ambientato poco dopo l’uccisione di George Floyd e incentrato sullo scontro tra un giovane e il suo capo, entrambi afroamericani, con opinioni contrastanti riguardo alle proteste in supporto del movimento Black Lives Matter.


D’altronde Social Distance è stata realizzata con una velocità impressionante, nel pieno della pandemia. Sarebbe quindi irrealistico aspettarsi qualsiasi conclusione o lezione riguardo ad un momento storico che è ancora in pieno corso.


Questo la rende una serie talvolta difficile ma anche rispettosa nel confronto di noi spettatori. La decisione di lasciare aperti alcuni quesiti denota un senso di fiducia nella nostra capacità di ricevere e gestire problemi complessi - come lo sono quelli che incontriamo nella vita reale - cosa che i programmi televisivi spesso non fanno.


È vero però che rimane poco chiaro quale fosse esattamente l’intento di chi ha realizzato la serie. Al punto che viene da chiedersi se i suoi ideatori si siano posti il quesito.


In ogni caso, un “messaggio” emerge comunque: a. stiamo tutti vivendo un periodo difficile b. ognuno lo sta vivendo diversamente c. il modo migliore per affrontarlo è di prenderne coscienza e agire di conseguenza, mostrandoci aperti, pronti ad ascoltare e a capire noi stessi e gli altri.



Di sicuro non è facile affrontare il tema Covid in una serie TV, trovare un giusto equilibrio per trattare le difficili questioni che l’emergenza ha creato o messo in evidenza in maniera onesta ma anche rispettosa. Questo è uno dei primi tentativi ma ne seguiranno altri. È inevitabile, una manifestazione del bisogno umano di mettere in scena le nostre esperienze per analizzarle, comprenderle, metabolizzarle. Mi chiedo come evolverà la rappresentazione del tema e sono particolarmente curiosa di vedere come le serie preesistenti decideranno di incorporarlo nella loro trama, cosa che alcune tra cui This Is Us, The Good Doctor e Grey’s Anatomy stanno già facendo.

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