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  • Viola Vazzana

'Shabrang', il nuovo album di Sevdaliza

Ultimamente sentiamo spesso parlare di lei, anche grazie al suo nuovo progetto 'Shabrang'. La raffinata cantante iraniano-olandese Sevda Alizadeh, in arte Sevdaliza, in Italia ha iniziato a spopolare da poco, ma la sua musica d'impatto non è sicuramente nata ieri, è da sempre immersa in una trama di sonorità r’n’ b, venate di vivaci nuances art pop.



Con 'Ison', album di debutto uscito nel 2017, aveva messo d’accordo pubblico e critica, regalandoci un lavoro elegante e complesso, che, assieme a preziosi intrecci musicali dalle cadenze sensuali e ombrose, ci aveva conquistato grazie a temi difficili e affascinanti, trascinandoci in un universo mistico e metafisico, fra trascendenza e reincarnazione.

La creatività scorre nelle sue vene, letteralmente e in senso figurato. Non a caso, tra le sue maggiori influenze cita la lunga stirpe di poeti persiani e artisti che può vantare come antenati, il che spiega anche le atmosfere rarefatte e delicate e soprattutto i testi astratti e onirici. Basta avere la mente giusta per svelarne e comprenderne i segreti e le metafore.


© Rein Kooyman

Il nuovo album, uscito il 28 agosto, si muove lungo le coordinate del precedente, mescolando cristallina strumentazione acustica, contrappunti elettronici di stampo trip hop e un gusto cinematografico per le atmosfere. Soprattutto c’è la sua voce, assoluta padrona della scena.


'Shabrang' è l’aggettivo che in farsi sta a significare “del colore della notte” ed è una preziosa raccolta di 15 tracce, con la quale la giovane musicista affronta la vita, la morte, il dolore, la perdita, la guarigione e, il rinnovamento, che evidentemente ne segue. Questi sono il fil rouge che lega i brani scelti per l’album, che non solo conferma il talento di Sevdaliza, ma mostra la crescita e la maturazione raggiunte dalla musicista in questi tre anni.


© Tré Koch

'Shabrang' si fa notare sin da subito, con una copertina d’impatto. L’immagine dell'artista che fissa la telecamera con sguardo smorto, con un occhio gonfio e nero, rimane in mente sin da subito. Non è e non sarebbe mai potuto essere un album facile. Ne emergono sentimenti cupi, scomodi, in cui la paura e lo sconcerto la fanno da padrone. Ma Alizadeh non vi si crogiola mai del tutto, e sembra guardare quasi con distacco alle sue situazioni. Come nel dipingere un autoritratto, con tutti i lati positivi e negativi di sé stessa.


Infatti, non tarda a darci delle spiegazioni; tramite il suo profilo instagram ha pubblicato un pensiero riguardante la sua condizione di salute. Afferma che già da quando aveva 19 anni provava fatica e dolori cronici al proprio corpo, questa cosa con gli anni non è cambiata, anzi a volte la faceva stare peggio. Fino a che, non le hanno diagnosticato la fibromialgia, una malattia cronica muscolare. Il dolore, come dice lei nel post, viene assorbito dalla musica e dai testi che fa uscire da esso. Anche per questo, il suo ultimo lavoro è davvero importante e d'impatto.


Nelle sue parole, l’album è “una rappresentazione del funzionamento della mia anima, come guardare la vita accadere di fronte a te e non per te. Cercando sempre di tornare alla luce, io mi sposto tra la speranza, la fede e la paura/distopia”.

La parabola di una donna e artista forte, intelligente, poliedrica e piena di idee da raccontare.


© Zahra Reijs

Uno dei momenti più emozionanti e più riusciti arriva con 'Gole Bi Goldoon', cantata in farsi, cover di un brano persiano degli anni '70, interpretato da Googoosh, una delle stelle più luminose del pop iraniano. Un omaggio alle sue origini e alla cosmologia zoroastriana che ha battezzato l’album.

© Tré Koch

Impossibile non citare 'Oh My God', il primo singolo estratto dall’album, che ci ha fatto tanto interessare a lei. E' il pezzo più politico, nel quale, con raffinatezza ma anche risolutamente, si accenna alle difficili relazioni fra Iran e Stati Uniti.


In 'Human Nature' invece racconta la bellezza di essere egoisti; in 'Joanna' descrive un personaggio che, secondo lei, è “il male incarnato”.


A chiudere l’album 'Comet', una struggente dichiarazione d’amore, illuminata come tutto l’album dal fraseggio ricco e raffinato della musicista persiana.

Frase chiave: "Darling, the warmth that you spread / is due to the cracks in your silhouette / your shadow keeps them from the burn /Why don’t they learn? / You’re a comet". La chiusa perfetta di uno dei lavori migliori dell’anno.


© Abdull Maz

Indossare classica, rock, elettronica e trip hop come abiti prêt-à-porter, giocare con tempi interiori e assieme le epoche storiche con distacco teatrale, eppure mostrando il proprio volto così com’è all’ascoltatore, sono i migliori pregi di un lavoro che, sicuramente, si farà ricordare.


Assolutamente consigliato nelle giornate di pioggia.




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