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  • Marianna Peperna

Shiva Baby, una dramedy ansiogena sulla sessualità e l'identità femminile



Tra i film che non sono ancora potuti approdare nelle sale cinematografiche globali a causa della pandemia da coronavirus c’è Shiva Baby, rilasciato solo digitalmente attraverso festival come il Deauville American Film Festival e il Toronto International Film Festival nel settembre 2020.

Il film è il debutto alla regia della canadese Emma Seligman ed è un adattamento del cortometraggio omonimo del 2018 realizzato come tesi di graduation alla NYU. Shiva Baby è ispirato all’esperienza di crescita personale dell’autrice, al suo rapporto con la sessualità e alla convivenza all’interno di una comunità ebraica molto sociale.

Il film si apre con una scena di sesso molto “rumorosa” tra la protagonista Danielle (Rachel Sennott) e il suo sugar daddy, Max (Danny Deferrari), seguita dallo squillo di un cellulare e da un messaggio in segreteria della madre della ragazza che le ricorda dello shiva di quel pomeriggio. Al ricevimento, inaspettatamente, si presenta anche Max con la moglie Kim (Dianna Agron).

La regista parte da una situazione imbarazzante e di grande disagio enfatizzata dalla colonna sonora di Ariel Marx dalle note orrorifiche, attraverso un tono da dramedy e una costruzione della tensione crescente. Shiva Baby si svolge nell’arco di una giornata e quasi interamente in unico luogo, cioè la casa nei sobborghi newyorkesi della zia di Danielle, gremita di familiari e amici appartenenti alla comunità religiosa locale che si stringono intorno alla morte di una lontana parente acquisita che celebrano in uno shiva, occasione anche di raccoglimento sociale.



Durante questa sorta di riunione familiare, già di per sé imbarazzante per ogni giovane donna a cui vengono poste le solite domande di rito sulla propria vita personale, Danielle incontra dapprima Maya (Molly Gordon), una ragazza con cui ha avuto una relazione che si presenta come il suo opposto: studentessa di legge prossima alla laurea, esteticamente impeccabile e sicura di sé, presto tra le due inizia un battibecco passivo-aggressivo che contribuisce al disagio della protagonista, che cresce quando Max si presenta allo shiva e raggiunge il culmine quando a lui si aggiungono la bellissima moglie e la loro neonata piangente.



Emma Seligman parla di Shiva Baby come un film su una giovane bisessuale che deve fare i conti con la sua famiglia, con la tradizione e con la sua indipendenza. Il lungometraggio si concentra anche sull’isolamento che Danielle prova sia nei confronti della comunità religiosa che con il resto della comunità sociale e il suo rapporto con le aspettative che la sua famiglia ha nei suoi confronti e a cui non riesce a stare al passo, producendole quel senso di angoscia e di claustrofobia che il film rende in maniera magistrale per tutta la sua durata.

Shiva Baby esplora anche il tema del sesso e in particolare della sexual validation, tema ultimamente affrontato da serie tv come Fleabag a cui il film di Seligman potrebbe per alcuni tratti accostarsi. La sessualità femminile è un tema centrale nella seppur breve filmografia dell’autrice, come si può evincere da Void, cortometraggio del 2017 che narra di una giovane donna dipendente dalla pornografia ma anche da Loonewoods (2018) che si concentra sulla scoperta della sessualità attraverso gli occhi di una bimba. “Women decode sexual messaging from a young age, from eight years old to twenty-two years old. They have to process what sex means, what it can do for them, what it should do for them, what they’re supposed to do for it[…]” spiega Emma Seligman in un’intervista, esplicitando il suo punto di vista. Ella introduce in Shiva Baby anche la questione del sex work, in quanto Danielle lavora come sugar baby, intrattenendo relazioni sessuali con uomini più grandi in cambio di denaro con i quali entra in contatto attraverso un’applicazione sul cellulare. Sebbene il film suggerisca che probabilmente l’unico “cliente” della donna sia Max, Danielle cerca in tutti i modi anche durante lo shiva di flirtare con lui e attirare la sua attenzione, anche per risollevarsi dall’umiliazione data dalla presenza di Maya e di Kim. In questo senso quindi, ella utilizza il suo appeal sessuale per rafforzare la sua autostima in un momento di grande imbarazzo, vendendo poi “frenata” dall’uomo: ciò mette la protagonista in una situazione di degradazione e vergogna ancora più profonda. Il film per Seligman infatti “is about that bitter realization many young women have when they realize that their sexual power isn’t as far-reaching as they thought and that their self-esteem can’t be entirely fulfilled by sexual validation”.



Shiva Baby è stato acclamato anche per la sua rappresentazione della bisessualità femminile, la queerness di Danielle all’interno della comunità ebraica viene esplorata largamente nel film che ci mostra innanzitutto come il rapporto con l’ex fidanzata Maya sia in realtà più profondo di quello che appare all’inizio e anche le reazioni ambigue e imbarazzate delle rispettive famiglie.


Il lungometraggio si presenta dunque come un esordio molto promettente, curato nei minimi dettagli nonostante il basso budget. Il film vanta anche una crew prevalentemente femminile, oltre a Emma Seligman e alla già citata compositrice Ariel Max, la fotografia è stata firmata da Maria Rusche e Hanna A. Park si è occupata invece del montaggio. Per il suo humour e per il suo presentarsi come una dramedy tesa e dai toni teatrali molto riuscita, Shiva Baby è stato acclamato dal pubblico e dalla critica. Attendendo la sua distribuzione globale nelle sale, possiamo solo prendere atto della nascita di una nuova splendida ondata di cinema dallo sguardo giovane e femminile.



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