KUBE

  • Alessandra Murineddu

Single ebbasta


Da quando ho iniziato a scrivere qui su Kube ho sempre parlato di come agire quando si vuole conoscere qualcuno di nuovo. Ma se invece non volessimo?

Pare che ancora oggi, nonostante l’evoluzione costante della società, tutti noi tendiamo a dividere le persone in due grandi macrocategorie: chi ha trovato l’amore e chi lo sta cercando. Appurato il fatto che non per forza chi non è single debba essere in una relazione monogama e romantica, sembra comunque che i single siano etichettati come individui in cerca di altre persone, sia per una semplice avventura di una notte, sia per la compagnia di una vita.

Ultimamente mi è capitato di riflettere sulla mia effettiva volontà di stare con qualcuno,conoscere gente nuova e ho rimesso in discussione la mia situazione e vorrei parlare un po’ di quel che ho capito.

Tempo fa mi sono ritrovata single dopo un paio di mesi di frequentazione e ricordo con chiarezza quella sensazione di smarrimento che mi ha portato immediatamente a pensare di dover trovare, come di norma, il classico “chiodo schiaccia chiodo”, ma soprattutto qualcuno che rimpiazzasse quel vuoto lasciato dall’altra persona. Dopo un paio di appuntamenti inutili dovuti alla totale assenza di interesse da parte mia, ho capito che quel vuoto lo avrei riempito io. Ciò non vuol dire che io abbia smesso di vedere persone o di andare agli appuntamenti, ma piuttosto che ci sia stato un cambiamento nel mio modo di vivere queste situazioni e di concepire davvero il valore delle relazioni.

Da quando ero ragazzina, nel momento in cui uscivo con qualcuno ero solita focalizzare tutte le mie attenzioni sulla persona con la quale stavo, sognando ad occhi aperti il modo in cui si toccavano i capelli e come sarebbe stato avere un gatto assieme, preoccupandomi per ogni minimo inconveniente che capitasse a loro, col risultato che spesso finivo per lasciare indietro le mie cose, e a volte anche me stessa. Sia chiaro, non era una forma di dipendenza fisica e tangibile, come quella che porta a smettere di uscire con gli amici, vivere in simbiosi e creare un profilo di coppia su facebook, ma un totale cambio delle priorità a livello di energie e pensieri: quel che dovevo fare passava in secondo piano rispetto alla persona che mi piaceva. Su un livello pratico le conseguenze erano minime, leggevo un po’ meno o forse non davo il massimo nello studio, ma il problema più grande rimaneva il fatto che fossi perennemente concentrata sull’altra persona, a fantasticare su un eventuale futuro insieme o a ricordare i momenti passati. A lungo ho voluto associare questo mio comportamento a un modo romantico e romanzato di vivere l’amore e di vedere la realtà, ma con il senno di poi ho realizzato si trattasse di un sistema in cui ero intrappolata, e che forse potevo essere sia romantica che funzionale.

Non ho trovato una spiegazione univoca al perchè mi sia per anni fasciata la testa e solo ultimamente io sia diventata forse più “lucida”; ho dato la colpa a una visione adolescenziale ma molte persone più grandi di me continuano a vivere così. Ho provato a pensare fosse solo colpa di una mia estrema sensibilità ma ho dovuto accettare il fatto di essere, ahimè, una persona normalissima, e ho anche imputato il tutto al modo in cui la società mi ha educata. Penso ci siano una marea di variabili, ma a chi non è mai capitato quel senso di totale coinvolgimento, o altrimenti, quel senso di colpa e di vuoto quando effettivamente le nostre energie non si focalizzavano su qualcuno?

Non è forse luogo comune che le persone debbano stare con le persone? Attenzione, citazione dotta: Aristotele dichiarava che l’uomo è un animale sociale, e chi sono io per contraddirlo? Però io suppongo che non per forza ci sia la necessità di vivere in una costante ricerca dell’amore, perchè in sua assenza non si è soli o asociali, anzi.

Sorvolando il discorso riguardante la cultura che ci propina il sogno di un eterno amore perfetto, ancora oggi mi rendo conto di sentire un grande giudizio negativo nei confronti di chi questo amore non lo vive, ma nemmeno lo desidera. Le relazioni umane si stanno facendo sempre più fluide, e la società ci sta spingendo verso un forte individualismo; nonostante tutto, chi effettivamente vuole stare “solo” è visto in cattiva luce, come se passasse dalla parte del torto solo perchè non rientra nei canoni classici.

Quando sono tornata single, ho sentito un enorme senso di inadeguatezza a non voler a che fare con nessuno per un po’ di tempo, come se obbligatoriamente “morto un papa, se ne dovesse fare un altro”. Spoiler: non è necessario. E le motivazioni possono essere tante: dover rimarginare le ferite, voler prendersi cura di se stessi, timidezza, o semplicemente non averne voglia. Ed è normale. Il fatto che si acquisisca valore principalmente dall’approvazione sociale, fa sì che si crei un’anomalia nel momento in cui non la si ricerchi, ma non per questo dovrebbe esserci qualcosa di sbagliato.

I single (e felici) sono una fetta della società in continua crescita, ma continuano a essere visti come persone sole che non riescono ad ammetterlo, o persone ciniche, egoiste, che evidentemente non sono single per scelta. A tutti coloro che la pensano così vorrei dire che si tratta di persone che danno maggiormente valore alle proprie relazioni, che tendono a socializzare di più, che si prendono maggiormente cura di chi hanno accanto e soprattutto, a cui davvero non gliene frega niente di trovare qualcuno, che stanno bene da soli e che forse, si può anche imparare qualcosa da chi per scelta si concentra su se stesso e la propria felicità.

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