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  • Chiara Franco

Walk of shame: perché a nessuno importa davvero cosa fai


Photo by Xi Huang on Behance


C’è chi pensa che le persone si dividano in un numero indefinito di categorie e personalmente sono d’accordo. Fluide e malleabili a volte, rigide e austere in altri casi. Ci sono giorni in cui mi ricredo, altri in cui me ne convinco in modo particolare.

In un qualsiasi film americano –se consideriamo quella americana come l’unica visione al cui cospetto ci si è inchinati per anni perché incarnazione di una cultura occidentale a cui aspirare– che vesta gli stereotipi sociali entrati in vigore dagli anni novanta in poi, le suddette categorie sono inequivocabilmente definite e tendenzialmente assimilabili a a) boni o presunti tali –intoccabili maschi alpha, bianchi, etero, b) le regina george del caso –cheerleader anch’esse bianche e bone, magre, ricche e che rimorchiano una cifra, c) fattoni, d) nerd e, rigorosamente per ultimi, e) freak.

Emarginati più dei nerd –notoriamente in grado di togliersi occhiali e apparecchio e di trasformarsi nel sogno erotico di un microcosmo relegato al perimetro del liceo di una qualsiasi cittadina di medie dimensioni del Connecticut, al di fuori del quale non esiste vita– quello dei freak è l’unica delle realtà i cui abitanti non hanno assolutamente nulla in comune l’uno con l’altro se non il fatto di godere del giudizio unanime di tutte le altre categorie, che li vedono come dei tipi da cui stare alla larga perché diversi, strani e di cui avere quasi paura.


Photo by Xi Huang on Behance


La prima volta in cui ricordo di essermi sentita diversa da chi avessi attorno avevo tre anni.

Del momento in cui è successo riesco a ricreare l’immagine cristallina, a figurarmi la scena con limpidezza, a distinguere le voci coinvolte e a percepire la stessa sensazione di disorientamento prima e di confusa inadeguatezza poi.

Avevo solo tre anni la prima volta in cui ho avvertito il tono imperativo di un senso del dovere che fino ad allora non avevo conosciuto e che mi spingeva con violenza verso un’uscita d’emergenza di cui fino a pochi secondi prima non avevo percepito la necessità, esortandomi a giustificare il senso di inferiorità che in quell’istante mi travolgeva violento, a contestualizzarlo in un modo talmente esasperato da stravolgerne i connotati, fino a mentire e a fingere che non esistesse.

Tutto questo è iniziato ad esistere nella mia testa solo e soltanto nel momento in cui un soggetto esterno a me stessa mi ha fatta sentire inadatta perché lontana dalla sua realtà idealmente accettata, semplicemente rendendomelo noto dall’alto di un trono auto conferitosi e senza la minima attenzione al peso che le parole sono in grado di avere. È quindi così che iniziamo a vergognarci di alcune parti di noi: qualcuno ci dice, senza sapere nemmeno di cosa stia parlando, che non andiamo bene, salvo poi probabilmente dimenticarsene dopo quattro secondi e lasciarci ad accusarne ancora i colpi dopo vent’anni.


Photo by Xi Huang on Behance


Il mondo è a volte un posto splendido in cui vivere, molto più spesso una merda irrimediabilmente destinata a fare schifo, e questo è il punto in cui dovrei iniziare la pantomima su come l’unica soluzione sia quella di sradicare il marcio e ricominciare da nuove e solide fondamenta –sicuramente un discorso che ha un senso se affrontato con risolutezza e realismo, lasciando da parte moralismi e pacifismi da quattro spicci, ma la merda di cui sopra e il fatto che quindi per non essere divorati e abbandonati in un angolo sia necessario fare le spalle grosse sono i motivi per cui non lo farò.

Oggi voglio scrivere invece sul perché dovremmo smetterla di vergognarci di quello che siamo davvero, spendendo un quantitativo imbarazzante di energia a nasconderci per paura del giudizio altrui che –guess what?– ci sarà sempre, indistintamente.

Quello che credo fatichi ad essere accettato è il fatto che piacere a tutti non è possibile per una ragione molto più banale di quanto si pensi, ossia che, per l’appunto, ognuno di noi è diverso e, in altre parole, unico nel suo genere. La convinzione che ognuno di noi ha assimilato per osmosi e per la quale si debba piacere a tutti per sentirsi legittimamente validati, è infatti un concetto che affonda le proprie radici in una dimensione estremamente provinciale, bigotta e anche piuttosto noiosa, per non parlare di quanto prostrarsi per ottenere l’approvazione di chi ci circonda sia il più faticoso dei lavori, per il quale peraltro non c’è nessuno a pagarci.

Se arrivati a questo punto la domanda è come si smetta di vergognarsi delle sfumature di noi stessi che ci fanno sentire diversi e che per questo ci mettono in imbarazzo, la risposta è forse che lo si fa e basta, fermando la testa e non ponendosi l’ennesima domanda inutile. E anzi, l’esercizio più efficace per esorcizzare la paura del giudizio altrui è proprio quello di mettere nero su bianco queste sfumature, uscendo allo scoperto e facendone sfoggio, così da spendere ogni giorno avvicinandosi sempre più alla nostra essenza più pura e smettendola di vivere una vita di facciata che non ci appartiene e di cui a fine giornata (ma anche durante) non frega un cazzo a nessuno.



Photo by Xi Huang on Behance


Per tutte queste ragioni, di seguito la mia walk of shame –che non è quella che facciamo ancora ubriache la mattina appena uscite da casa di una persona x con le mutande storte:

- sono alta centoottantatre centimentri e ho la fobia di apparire gigante

- muoio di caldo in ogni momento della giornata ma mi tengo spesso il cappotto per nascondere alcune parti del mio corpo

- odio il caldo, i dolci e chi trascina i piedi, chi mastica rumorosamente e chi non vede l’ora succeda qualcosa di brutto per potersene lamentare

- il metro di misura che uso per valutare una persona che non conosco è quanto si faccia i cazzi suoi da uno a dieci

- mi piace il dolore e il momento in cui lo si sopporta a denti stretti

- mi infastidiscono le persone esageratamente gentili ma a volte mi sento in dovere di esserlo e mi infastidisco da sola

- quando gli altri si comportano male il mio primo pensiero è che quella che fa schifo sia io e non loro

- tutto quello che ho scritto entra in forte contraddizione con il modo in cui mi presento all’esterno



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