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Women behind the lens: Marta Savina



Nata a Firenze, trapiantata prima a Londra e poi a Los Angeles, Marta Savina è una delle registe contemporanee più interessanti del panorama audiovisivo. Partendo dalla fotografia e dalla pubblicità, Marta ha lavorato attivamente negli Stati Uniti collaborando, tra gli altri, con James Franco e Francis Ford Coppola, per poi tornare in Italia dirigendo la seconda stagione della fortunata serie Netflix Summertime. Qualche settimana fa io e Roberta l'abbiamo intervistata per parlare della sua carriera e della sua idea di cinema.


Come ti sei avvicinata al mondo dell’audiovisivo e come ti sei formata professionalmente?

In realtà io volevo intraprendere una carriera musicale, suonavo il violino, poi a un certo punto non mi è più interessata questa cosa, la trovavo molto restrittiva e mi costringeva forse a rispettare un po’ troppe regole, allora ho mollato tutto e sono andata a Londra. A Londra ho cominciato a fare fotografie e quindi mi sono avvicinata proprio al cinema e all’audiovisivo in questo modo. Attraverso le foto che scattavo ho cominciato a studiare un po’ di più la fotografia e poi ho fatto una scuola di cinema proprio a Londra, sia pratica che teorica e qui ho capito che era veramente quello che volevo fare e ho cominciato a lavorare nel mondo della pubblicità. Dopodiché dopo un po’ di anni che lavoravo in pubblicità ho proprio sentito l’esigenza di raccontare storie che mi inventavo io e che sceglievo io. Da qui poi ho fatto una mossa un po’ alla cieca, forse anche perché avevo molta voglia di andare via da Londra e fare un’esperienza in America, allora ho chiesto a una mia professoressa quali fossero le scuole migliori di cinema e me ne ha nominate tre tra cui la UCLA, io ho fatto la domanda e sono stata presa con una borsa di studio e sono partita per Los Angeles. Avevo 25 anni e devo dire che sono stati alcuni degli anni più belli della mia vita quelli di Los Angeles perché mi sono potuta dedicare completamente solo a studiare regia, quello che facevo era vedere centinaia di film al mese, parlare continuamente di film, di cinema e televisione, leggere libri di sceneggiatura, fotografia, incontrare persone. Era una vita che praticamente girava intorno solo a questo e io sono stata felicissima e da lì è un po’ partito tutto, ecco.


Tu sei una regista, ci puoi spiegare un po’ in cosa consiste questo lavoro e com’è una tua giornata tipo sul set?

Il lavoro di regista secondo me principalmente consiste nel convincere le persone che la cosa che solo tu puoi vedere perché è nella tua testa ha senso e quindi ha senso mettere in campo questa enorme macchina e far fare a decine di persone un’enorme fatica per raggiungere quella cosa che tu hai in testa. Quindi per me è un po’ una follia lucida collettiva, però è un lavoro bellissimo perché vuol dire coinvolgere tante persone, vuol dire lavorare con la fantasia, vedere delle scene come te le vedi nella testa, muovere i sentimenti, gli attori, le emozioni e farlo attraverso una cura dell’immagine, questo è quello che a me piace tanto. Una giornata tipo sul set spesso vuol dire svegliarsi nel cuore della notte o all’alba, salire su un van con i tuoi colleghi e arrivare sul set, andare in dei posti in cui a volte magari non avresti accesso, per Summertime abbiamo girato delle cose sul circuito di Imola e ti ritrovi nel bel mezzo del circuito, alla curva di Senna e sono posti dove non potresti andare normalmente. Sul set condividi la giornata con tante altre persone, fai tanta fatica insieme, però proprio perché si crea questo lavoro di squadra, questa energia di gruppo è molto bella, vai avanti poi ti fermi fino a pranzo, pranzi tutti insieme, ti deve piacere stare in mezzo alla gente, è una giornata fatta di condivisione molto profonda e a me questo piace molto. Poi rientri nel van e te ne torni a casa.




Sembra molto impegnativo però anche molto bello!

Lo è, è totalizzante, perché quando sei sul set nel bene e nel male la tua vita fuori smette un po’ di esistere, perché comunque fare il regista ti richiede una concentrazione totale e veramente una presenza costante, anche perché hai 60/70 persone che ti fanno continuamente domande e tu devi rispondere, ci sono comunque dei tempi da rispettare e devi andare velocemente quindi sicuramente è molto impegnativo, però lo condividi quindi non ti senti mai da solo.


Com’è stato lavorare con cast e crew di Summertime e com’è poi nel pratico lavorare con Netflix, con le sue scadenze e con i meccanismi che ne derivano?

In generale è stato bellissimo, io sono molto contenta anche di tornare a fare la terza stagione di Summertime proprio per il rapporto che si è creato in primis con i ragazzi e con la troupe, ma anche poi con Netflix chiaramente perché ti rapporti con un broadcaster con cui si deve creare un feeling, ovviamente. I ragazzi sono stupendi, sono tutti meravigliosi dal primo all’ultimo, ma anche i grandi eh! Perché poi noi abbiamo un cast un po’ eterogeneo, ci sono anche attori più grandi, ragazzini e poi i nostri protagonisti e sono tutte persone stupende, abbiamo legato tanto, ci siamo veramente affezionati e si è creato un rapporto di fiducia molto molto bello, profondo, anche perché poi comunque condividi tante esperienze e tanti momenti di fatica, tanti momenti difficili. Anche con Ludovico e con Amparo quando abbiamo girato il finale sono stati momenti molto faticosi per loro fisicamente, Ludovico che ha corso su e giù quaranta volte con la tuta sotto un caldo feroce, Amparo che è stata distesa con quella tuta e il casco integrale sotto questo sole a 40 gradi…quindi condividi delle esperienze che veramente ti legano e con la troupe la stessa cosa, abbiamo passato un’estate insieme nel bene e nel male, quindi vuol dire veramente condividere tutto, condividere il ferragosto, l’inizio dell’autunno, parti che hai le canottiere torni che hai le felpette, condividi i compleanni, si è creato veramente un bellissimo rapporto e con Netflix è stato per me una bellissima esperienza. Intanto sono stata in primis lusingata di poter lavorare e interfacciarmi con una realtà come Netflix, dall’altra parte ovviamente c’è stata una completa autonomia creativa, nel senso che io mi sono sentita molto rispettata nelle mie scelte registiche che chiaramente erano all’interno del mondo Summertime però mi sono comunque sentita incoraggiata ad esprimere una mia visione, una mia idea registica e c’è stato un bel dialogo creativo per arrivare ad avere un prodotto di cui tutti potessimo essere contenti.



Tu non sei l’unica regista della serie se non sbaglio.

No, ci sono io e Francesco Lagi, lui ha fatto il primo blocco, i primi quattro episodi, e io gli ultimi quattro.


Com’è stato questo lavoro creativo collettivo insieme a lui?

Guarda devo dire che Francesco intanto veniva dalla prima stagione, aveva scritto e girato metà della prima stagione, scriveva tutta la seconda e girava metà della seconda. Io mi sono sentita molto supportata perché per me era rassicurante avercelo vicino, chiaramente se avevo dei dubbi magari su alcuni snodi della trama o dei personaggi potevo chiedere a lui in quanto autore, quindi da questo punto di vista si è anche creata un’amicizia perché io sono stata sul set per tutto il tempo delle sue riprese all’inizio. Dal punto di vista della regia siamo rimasti completamente autonomi, nel senso che abbiamo impostato un lavoro che potesse avere delle basi comuni però poi ciascuno ha mantenuto comunque un’autonomia totale nella regia dei singoli episodi e dei blocchi distinti.


Io penso che il pregio di Summertime in generale è il fatto che nonostante sia una serie teen racconta tante cose con cui tutti possono empatizzare, anche l’idea del incertezza del futuro soprattutto in questo periodo è un po’ comune a tutti. Come sei riuscita ad incanalare questa sensazione nella tua regia?

Guarda io credo che in realtà noi forse siamo partiti da un altro discorso, abbiamo cercato di riportare tutto nelle emozioni del momento e quindi abbiamo parlato tanto di cosa stanno provando i nostri personaggi in questo momento e come le varie azioni che subiscono o che fanno come battono sull’emotività del personaggio in quel momento. Quindi banalmente “come ti fa sentire questa cosa che ti ha detto Ale?” “come ti fa sentire questa carezza che ti ha dato Summer?”. Abbiamo lavorato molto sull’istante e non è contro l’incertezza generale, perché io credo che parte dell’adolescenza e anche la cosa bella è che tu vivi nel momento, quando sei adolescente hai meno la prospettiva dell’avanti, perché vivi veramente per il momento e le emozioni sono tutte molto forti perché le vivi tutte, le vivi appieno e quindi forse anche questo poi però ti dà l’incertezza del futuro perché non ci pensi, non programmi e non pianifichi giustamente. Lavorando così precisamente diciamo, sul momento, da lì poi si è tradotto questo senso di incertezza per il futuro, perché comunque i nostri personaggi, anche Summer, in quel momento in cui viene ferita da una frase che ha sentito dire dal padre decide di andare a Barcellona però non è che pensa “cosa vuol dire questo?”, “cosa devo sacrificare veramente per andare a vivere da Ale?”, “che passo in avanti è questo?”. Quindi ecco, forse ti ho risposto.



Sì, assolutamente, ma torniamo a parlare di te! Il tuo corto Viola, Franca parla di Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore, quali sono le tematiche che ti sono più a cuore? Forse anche quelle dedicate appunto al femminile o personaggi femminili “forti”?

Sì guarda, io sono sempre stata attirata da argomenti che comunque hanno una rilevanza sociale o politica, perché credo che comunque il cinema possa avere una grande potenza di comunicare ma lo deve fare intrattenendo, cioè non credo che noi al cinema dobbiamo sparare dei pipponi e come dire fare dei comizi, però chiaramente credo che il regista abbia un po’ anche la responsabilità di proporre un punto di vista, di proporre un’idea e quindi forse mi viene più facile in un certo senso andare a pescare delle storie che sono connotate da un punto di vista sociale o politico. Per questo credo che Summertime sia molto interessante da questo punto di vista secondo me perché è un prodotto assolutamente e giustamente di intrattenimento e per fortuna intrattiene molto bene, però mi piace molto il fatto che abbia comunque deciso di raccontare di una ragazza come Summer non per i problemi che ha in quanto è una ragazza di colore in Italia, ma per i problemi che ha in quanto adolescente. Anche Sofia non è una ragazza che ha i problemi perché è lesbica ma perché litiga con l’amica del cuore o con la fidanzata. Quindi questo io lo trovo molto bello a livello politico, è un messaggio che mi piace molto mandare. Le storie come quella di Franca Viola mi battono dentro perché penso che veramente questa forza che una ragazza di vent’anni ha avuto nel ’65, nella Sicilia di quel tempo è così in se stessa una storia che deve essere raccontata e che deve essere detta. Anche perché poi ci dicono sempre che dobbiamo raccontare storie di donne forti ma in realtà secondo me dobbiamo raccontarci le storie di donne e basta, perché abbiamo il diritto di essere forti, deboli, dolci, di essere cattive, di essere come ci pare con tutto il ventaglio di sfumature. Infatti Franca penso sia una donna testarda, non necessariamente coraggiosa. È una persona che non si è mai politicizzata, non è una Rosa Parks, non è un’Angela Davis, non ha mai fatto le marce come dire, non è una Letizia Battaglia. Franca Viola è una donna che poi ha vissuto la vita come voleva, è bello da raccontare perché diamo voce a delle donne non perché devono essere per forza forti ma anche se sono deboli, anche se sono piccole le possiamo comunque raccontare.


Tu parli di dare voce a personaggi anche dal punto di vista sociale e in qualche modo politico, tu che sei all’interno dell’industria senti che stanno avvenendo dei cambiamenti in questo senso?

Indubbiamente stanno accadendo dei cambiamenti molto forti, indubbiamente. Io credo che nelle situazioni che sono state molto sbilanciate da una parte è come un pendolo che deve essere molto sbilanciato dall’altra per poi arrivare al centro. A me piacerebbe un po’ questo che ti stavo dicendo prima, mi piacerebbe vedere delle anti-eroine, delle storie di anti-eroine donne, noi non dobbiamo raccontare le donne solo in quanto brave e in quanto forti, in quanto coraggiose. Abbiamo bisogno di raccontare Franca Viola, Nilde Iotti, tutte queste donne perché purtroppo non si conoscono però penso che ci possiamo anche cominciare a inventare delle Kill Bill italiane per dire, mi piacerebbe vedere questo, ma anche più la rappresentazione di persone transgender normalizzate e come facciamo noi con Summertime che hanno problemi non in quanto transgender non accettate etc. ma normalizzare queste situazioni, queste identità, queste persone. Quindi è un cambiamento lento, penso che sia anche un cambiamento che necessariamente deve fluttuare totalmente dall’altra parte prima che si riequilibri, quindi penso che andiamo incontro a un periodo anche di sbilanciamenti, però penso che sia tutto positivo. Io credo molto che le generazioni a venire migliorino via via.


A questo proposito ci sono diciamo degli autori, registe e registi o film, serie che ti ispirano da questo punto di vista?

Sì ce ne sono tantissime, c’è Mae Martin che è unx comicx che ha questa serie su Netflix, Feel Good, ce ne sono tante, Euphoria stessa, c’è Pose di Steven Canals che tra l’altro è un mio carissimo amico, nonché mio coinquilino a Los Angeles. Penso che lui abbia fatto un bellissimo lavoro su Pose in questo senso per portare appunto queste storie e credo che anche in Italia stiamo vedendo sempre di più comunque una varietà sugli schermi. Penso che ci voglia coraggio produttivamente adesso, però insomma ci arriviamo.


Tu quindi hai detto che parteciperai alla terza stagione di Summertime. Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Farò Summertime e poi ho un altro progetto di cui ancora non posso parlare che però sarà per l’autunno e di cui sono molto contenta. Spero di potervi dare delle notizie a breve però diciamo lascio Summertime e andrò su un’altra cosa.



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